Perché il Sud-Est asiatico non trova adeguato spazio all’interno del discorso pubblico europeo, in particolar modo di quello italiano? Dalle nostre parti continuiamo a pensare a questa regione, incastonata nel Mar Cinese Meridionale, come a una sorta di paradiso da prendere in considerazione soltanto per trascorrere vacanze e giorni di relax. Dietro le acque cristalline e le spiagge da cartolina c’è tuttavia una realtà – economica e geopolitica in primis – che ignoriamo. Già, perché il futuro del mondo si snoda, prende forma, addirittura viene plasmato dalle dinamiche che attraversano il fin troppo ignorato Sud-Est asiatico. Ne abbiamo parlato con Francesco Radicioni, corrispondente dall’Asia di Radio Radicale.
Perché in Occidente – in particolar modo in Italia – continuiamo ad avere un’idea sbagliata del Sud-Est asiatico?
“A mio avviso ci sono vari motivi. Il primo, e principale, è collegato ad un problema di informazione e conoscenza. Semplicemente, se non studiamo le dinamiche economiche e politiche dei Paesi del Sud-Est asiatico è impossibile avere una visione corretta dell’intera regione. Stiamo parlando, del resto, di nazioni molto lontane rispetto alle priorità della politica estera italiana, che punta invece su una “politica di vicinato”. Questo si nota anche sul fronte diplomatico: molte sedi dislocate nella regione sono piccole, sguarnite e non effettuano – come invece sarebbe auspicabile – una vera “intelligence” sugli Stati nei quali operano. Parliamo di strutture che devono occuparsi quasi esclusivamente di visti oppure, in piccola parte, di politica economico-commerciale, anche se spesso inerente a dossier di scarsa consistenza. In Thailandia, la sede diplomatica italiana di Bangkok è responsabile anche per altri due Paesi, Laos e Cambogia, dove non abbiamo strutture in loco…”.

L’interesse è così basso?
“Negli ultimi tempi, in realtà, non sono mancate forme di interesse, per così dire, di “carattere militare”. A livello di Marina, abbiamo assistito al viaggio asiatico della Morosini, e adesso a quello della portaerei italiana Cavour. Sono salito su quest’ultima nave quando è passata dalla Thailandia. La sensazione era che si volesse mostrare la tecnologia di Leonardo e Fincantieri per poi provare a venderla agli attori della regione. Parliamo di autentici gioiellini tecnologici, e con la minaccia cinese – o con quella che viene percepita tale – in tutta la regione c’è una vera e propria corsa all’ammodernamento militare. Su questo dossier, nel quale l’Italia è ben piazzata, l’intera zona nutre un certo interesse. Ma non si può dire più di tanto sui media, perché l’argomento armi è una specie di tabù”.
Parliamo di un’area economicamente dinamica. Quali sono le caratteristiche regionali che dovrebbero spingere il mondo occidentale ad accendere maggiormente i riflettori sul Sud-Est asiatico?
“Siamo rimasti completamente indietro rispetto alla realtà dei fatti, talmente indietro che scordiamo che i Paesi del Sud-Est asiatico hanno iniziato a correre a partire dagli anni Ottanta-Novanta, quando ci fu la loro vera trasformazione economica. La Thailandia, per esempio, è stata una delle Tigri asiatiche grazie agli investimenti fatti illo tempore dal Giappone nel settore dell’automotive.

Oggi, al netto del settore turistico, Bangkok sta tentando di fare una riconversione nell’assemblaggio degli autoveicoli, dove hanno preso piede marche nipponiche ma anche cinesi. Vorrei però soffermarmi su quanto sta accadendo nella zona di Pattaya”.
Prego.
“A Pattaya si sta sviluppando un grosso polo dell’innovazione tecnologica in grado di attirare investimenti sia cinesi sia del capitalismo occidentale. Siamo al cospetto di un’area nella quale i due poli del pianeta – Cina e Usa – convivono, nonostante nel mondo si continui a parlare di de-risking e de-coupling. In Thailandia, ma in generale nel Sud-Est asiatico, nessun governo intende “tornare indietro”. Nessuno ha intenzione di scegliere da che parte stare tra Pechino e Washington”.
Una strategia, insomma, che stanno adottando anche i vicini di casa della Thailandia.
“Lo fanno praticamente tutti, fatto salvo alcune eccezioni. Laos, Cambogia e Myanmar hanno più difficoltà degli altri nell’attrarre investimenti – soprattutto dall’Occidente – per motivi diversi. In ogni caso, noi giornalisti descriviamo per semplicità il Sud-Est asiatico come zona del mondo in cui la sicurezza è appaltata agli americani e l’economia ai cinesi. Ho impressione che questa sintesi possa essere vera solo nella teoria, perché la realtà è ben diversa. Ci sono infatti importanti esercitazioni militari della Cina con molti Paesi della regione, così come è vero che la presenza economica degli Stati Uniti resta forte. Per quanto riguarda l’Ue, Bruxelles ha accordi di libero scambio con Singapore e Vietnam, mentre altri sono in fase di negoziazione”.
L’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, è una porta d’accesso al cuore dell’Asia, oltre a rappresentare, come detto, un’interessante area economica: è così?
“L’Asean è una “categoria dello spirito”, più che un blocco di qualunque tipo. I Paesi della regione hanno messo la bandiera dell’Associazione al di fuori delle proprie ambasciate, ma oltre a questo gesto simbolico vedo poco altro.

Allo stesso tempo l’Asean è una porta d’accesso per accedere al continente asiatico, verissimo, ma attenzione a trascurare i vari mercati locali. In Thailandia ci sono 50 milioni di persone, più o meno come l’Italia. In Indonesia parliamo addirittura di 270 milioni di persone, che prima o poi cresceranno in termini di capacità di potere d’acquisto. E anche i Paesi più piccoli stanno assistendo a questo fenomeno. Basta andare in Cambogia”.
Ovvero?
“Parliamo di un Paese, la Cambogia, che negli anni Settanta, coi Khmer Rossi, aveva abolito la moneta, ma nel quale oggi tutti pagano col cellulare. Lo fanno, tra l’altro, da prima di quanto non lo si facesse in Italia… Phnom Penh, la capitale cambogiana, è una città in forte trasformazione. Certo, è afflitta dai problemi tipici di questi Stati: forme di capitalismo clientelare, corruzione, grosso accentramento della ricchezza, livelli di povertà ridotti ma ancora ingenti.

E poi c’è un grave problema legato all’istruzione. È un problema anche della Thailandia, le cui migliori università sprofondano nella classifica dei migliori atenei del mondo. Molti Paesi della regione, inoltre, sono incastrati nella trappola del reddito medio. Stanno cercando di uscirne anche se, per riuscire nell’intento, dovrebbero prima effettuare cambiamenti strutturali, ad esempio sul piano della citata istruzione”.
Accanto all’economia c’è la politica. Alcune tra le crisi più importanti del mondo sono in questa regione. Impossibile non parlare di Myanmar.
“Sono stato in Myanmar un anno fa: c’è un caos totale, è un Paese fallito. Eppure questa crisi è totalmente sparita dai giornali, e anzi, non è praticamente mai stata seguita. Pensi che, prima dello scoppio della crisi in Medio Oriente, quello birmano era il secondo conflitto per numero di morti nel mondo dopo l’Ucraina (ora ampiamente superato da Gaza). Adesso in Myanmar è in corso una guerra civile. La giunta militare, al potere dal 2021, controlla in modo stabile le grandi città, mentre le aree periferiche del Paese sono sotto il controllo di eserciti etnici, insieme ai “ribelli”.

Siamo di fronte ad un Paese che si sta sfasciando, ma basta guardare una cartina per capire che resta un attore fondamentale per qualunque strategia si voglia avere nell’Indo-Pacifico. Il Myanmar, nello specifico, è fondamentale perché attraverso questo Paese, ad esempio, la Cina potrebbe avere un accesso diretto al Golfo del Bengala e all’Oceano Indiano. Tra le altre cose da segnalare, il Myanmar è il primo produttore al mondo di oppio, e da tempo il primo produttore al mondo di metanfetamine (che invadono l’Asia ma anche l’Europa); è uno dei centri delle Scam Cities del Sud-Est asisatico, le cosiddette fabbriche delle truffe che ormai colpiscono ovunque nel mondo. Il Myanmar, dunque, è uno Stato fallito e frammentato nel cuore della regione più dinamica del mondo”.
E il Bangladesh, dal quale è appena rientrato?
“Dopo anni di governo Hasina, lo scorso agosto, c’è stata una rivoluzione. Oggi il Paese è guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus. Quando sono andato io, ho trovato una situazione abbastanza tranquilla, non di anarchia per le strade per intenderci. Ho percepito un tentativo, da parte della popolazione, di rifondare la nazione sulla base di concetti quali libertà parola, democrazia e stato di diritto. C’è grande speranza, ma anche preoccupazione che tutto possa andare in frantumi. Nessuno, infatti, sa quanto durerà il governo attualmente in carica. I partiti tradizionali hanno fretta di andare alle elezioni. I partiti islamisti, che hanno una visione del mondo poco secolare rispetto a quella del Paese, vorrebbero invece creare uno Stato fondato su precetti religiosi.

C’è anche una preoccupazione economica: quella bengalese doveva essere una delle grandi storie di successo di globalizzazione in Asia, ma alla fine è stata un fuoco di paglia (i suoi dati di crescita erano fasulli). Risultato: si sono aperte vulnerabilità nel settore bancario, problemi legati al debito e alla scarsità di riserve di valuta straniera. Eppure il Bangladesh, come il Myanmar, è un Paese che ha una rilevanza strategica: dalla sua posizione domina il Golfo del Bengala ed è situato alla foce di tutti i principali fiumi dell’Asia meridionale. Ha poi 170 milioni di abitanti (è l’ottavo Stato più popoloso al mondo). La questione demografica ci dovrebbe riguardare, perché l’Italia è la principale destinazione dell’Ue dell’immigrazione bengalese. La mia impressione, parlando con tantissime persone del posto, è che tutti vorrebbero venire nella nostra nazione, in un modo o nell’altro”.
L’intera regione è contesa da Usa e Cina: com’è la situazione?
“Nessun Paese del Sud-Est asiatico vuole scegliere. Tutti, al contrario, stanno cercando di surfare la competizione Usa-Cina cercando di ottenere il massimo dei vantaggi. Ci sono alcuni Paesi che possono essere posizionati più vicini a Pechino o a Washington, ma ha poco senso piantare “bandierine”. Non dobbiamo dimenticare il potere di Agency che hanno questi Stati, che non sono pedine nella scacchiera di un risiko. Come se non bastasse, oltre a Usa e Cina, ci sono altri attori molto forti – che noi ignoriamo – che guardano alla regione, come India, Giappone e Corea del Sud. Lo scenario è complicato. Per semplificare, ci piace dire che il Paese X è filo americano e il Paese Y è filo cinese. Non è però così…”.
All’orizzonte si vede qualche nuova “tigre asiatica”?
“È ancora presto per dirlo. Ci sono molte variabili da considerare. L’India è un posto interessante ma l’infrastruttura del Paese è pessima, mentre la sua economia resta ingessata nonostante le promesse di Narendra Modi. Lo stesso dicasi dell’Indonesia: è uno Stato fondamentale per il settore minerario, e ha un potenziale mercato interno ampissimo. Fare investimenti a quelle latitudini resta tuttavia complicato. Si parla poi del Vietnam, altra destinazione interessante che sta attirando molte aziende, ma anche per Hanoi restano alcune variabili da considerare. Che cosa succederà, per esempio, se gli Stati Uniti dovessero, in futuro, piazzare dazi anche contro il Vietnam e gli altri Paesi della regione? Mettiamola così: il Sud-Est asiatico è un’area che deve fare i conti con una serie di incognite rispetto al provare a surfare la globalizzazione: potrà andare molto bene (se tutto resta così) o potrà andare molto male (se scoppia un conflitto nel Mar Cinese Meridionale o a Taiwan, o in caso di dazi generalizzati da parte degli Usa)”.

