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I vertici militari israeliani si preparano alla guerra. E potrebbe scoppiare anche nel 2018. Come ricordato dal Corriere della Sera, a  gennaio, Gadi Eisenkot aveva detto che le possibilità di un conflitto nel 2018 erano “quasi inesistenti”.

Il capo di Stato Maggiore di Tel Aviv aveva però ricordato che a questa quasi assenza di possibilità che Israele fosse coinvolto direttamente in un conflitto con i suoi nemici regionali, si contrapponeva anche un grande “ma” rappresentato dalla “reazione di una forza nemica a un’ operazione israeliana per evitare il trasferimento di tecnologie militari agli avversari“. Il che si traduce in quello che poteva (e può tutt’ora) avvenire in Siria con i raid dell’aeronautica di Israele volti a colpire i convogli di Hezbollah e le basi iraniane e siriane considerate come avamposti per il trasferimento di mezzi militari e tecnologie dall’Iran al Libano.

Ma alle tiepide rassicurazioni di Eisenkot, risponde ora il generale Nitzan Alon, comandante delle operazioni delle Idf, che in una rara intervista rilasciata alla radio dell’esercito e riportata dal Times of Israel, ha dichiarato: “Il 2018 ha il potenziale per l’escalation (del conflitto militare), non necessariamente perché entrambe le parti vogliono iniziarlo, ma a causa di un progressivo deterioramento. Questo ci ha portato ad alzare il livello di preparazione”. E questo nasce, a detta del generale israeliano, dai grandi successi raggiunti dall’Iran e dagli alleati nella guerra di Siria, che ha creato una fitta rete di collegamento dall’Iran al Libano e che coinvolge tutte le milizie nemiche di Israele, anche in Palestina.

L’incubo di Israele, dunque, è solo uno: l’ormai noto corridoio sciita che colleghi Teheran al Mediterraneo e che unisca tutti gli Stati che compongono la sfera d’influenza iraniana. Un corridoio politico, economico e militare che è diventato, con la guerra in Iraq e in Siria un corridoio anche fisico, che collega attraverso la strade riconquistate dall’esercito siriano e da quello iracheno il confine dell’Iran con i maggior centri dei due Paesi in guerra e con il Libano. Questo è l’incubo israeliano e che unisce in un unico fronte Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, i tre Paesi che si contrappongono alla crescita dell’influenza iraniana sul Medio Oriente, dall’Iraq allo Yemen, passando per la Siria e per il Libano e le comunità sciite del Golfo persico.

James Mattis, il segretario alla Difesa americano, continua ad assicurare che il corridoio è ancora incompleto e utilizzato in maniera ridotta. Ma di fronte a queste “rassicurazioni” con i partner regionali, si nasconde in realtà una vera e propria inquietudine che si è tradotta anche nelle parole di Tillerson che durante il suo tour mediorientale, ha ribadito che l’obiettivo americano, adesso, è distruggere il sogno iraniano di potersi “muovere liberamente” dall’Iran al Mediterraneo. Per farlo, gli Stati Uniti possiedono un unico mezzo: il nord della Siria. Qui, dove si stanno confrontando turchi, siriani e curdi, il Pentagono ha l’unico strumento che può servire a interrompere il flusso uomini e mezzi che dall’Iran giunge in Siria. Ed è per questo che le forze armate statunitensi hanno sostenuto i curdi e adesso hanno deciso di scendere a patti con i turchi dopo l’avanzata nella provincia di Afrin. 

Il compito americano non è facile. L’Iran, in questi anni, ha dato prova di sapersi muovere perfettamente nello scacchiere mediorientale utilizzando la sua rete di alleanze e una capacità militare forse anche sottovalutata dalla stessa Washington. E non è un caso che in questi mesi Israele abbia alzato il tiro nei confronti dell’avanzata della repubblica islamica iraniana in tutto il Medio Oriente. La vittoria di Assad, grazie al contributo della Russia, dell’Iran e delle milizie di Hezbollah, ha garantito non solo il mantenimento al potere di un alleato iraniano e di un avversario di Israele, ma ha soprattutto consolidato l’asse sciita, che se prima era meno netta, adesso è praticamente inossidabile. Per rompere questa struttura geopolitica, Israele e Stati Uniti (con il contributo saudita) hanno per ora cercato di usare i curdo-siriani, provocando però l’ira turca, e colpito in maniera più o meno chirurgica i movimento sospetti delle truppe in Siria. 

Adesso però le cose stanno cambiando e per Israele il rischio è paradossalmente anche più alto. Se scatena una guerra, Tel Aviv potrebbe ritrovarsi a dover interagire con un fronte molto esteso che rischia di essere decisamente pericoloso per la pur potente Difesa israeliana. Se, come sostenuto dai vertici delle Idf, l’Iran ha veramente costruito questa rete di forze, la guerra potrebbe scatenare un effetto domino che coinvolgerebbe Siria, Libano e territori palestinesi, con il rischio di avere più fronti e anche interno. Gli Stati Uniti per ora hanno dimostrato una strategia poco chiara sul Medio Oriente che sta lasciando margini di manovra molto ampi a Israele, ma l’assenza di una leadership Usa che monitori il Medio Oriente e Israele, per ora colmata dalla Russia, potrebbe anche provocare un’escalation in cui gli Usa avrebbero meno voce in capitolo del previsto. Intanto, i raid in Siria e quelli a Gaza, quasi in contemporanea, dimostrano un fatto: per Israele, la guerra su due fronti è già cominciata.