Il 10 dicembre, a Bruxelles, sono iniziati i lavori dell’ultimo vertice del Consiglio dell’Unione Europea. L’incontro, della durata di due giorni, è stato preceduto da settimane di tensione fra la presidenza tedesca e l’asse polacco-ungherese, in relazione alla disputa sul bilancio pluriennale, ma si è aperto sotto i migliori auspici: le parti, infatti, hanno raggiunto un compromesso che permetterà di sbloccare la procedura di approvazione e di salvaguardare simultaneamente il meccanismo di condizionalità e la sovranità degli stati membri.

L’accordo che accontenta tutti

Il compromesso arriva alla vigilia della due-giorni di Bruxelles ed è il frutto di una sessione di negoziati tra la presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue e le diplomazie di Polonia e Ungheria, avvenuta sullo sfondo di minacce e pressioni funzionali a spingere i due Paesi a sostituire l’intransigenza con il dialogo. Il patto a tre, che ha incassato il supporto di Emmanuel Macron, Ursula von der Meyen e di Paolo Gentiloni, ha superato il vaglio dei votanti e consentirà sbloccare la procedura di approvazione del bilancio pluriennale.

L’accordo è stato progettato in maniera tale da coniugare gli interessi tedeschi, rappresentati dalla volontà di legare l’elargizione dei fondi allo stato di diritto, e quelli polacco-ungheresi, miranti a garantire l’integrità e la primazia della sovranità degli stati membri. Nel documento finale, che sarà allegato al comunicato di chiusura del vertice, la clausola di condizionalità verrà accompagnata da una dichiarazione politica a supporto e a riconoscimento del primato statale sulle decisioni inerenti lo stato di diritto, tra le quali l’immigrazione.

Dalla bozza dell’accordo emerge, inoltre, che nel caso in cui un Paese dovesse diventare oggetto di sanzionamento, in primis dovrebbe essere commisurato e proporzionato alla gravità della violazione e in secundis l’apertura della procedura di infrazione sarebbe da interpretare come un’ultima spiaggia, ossia come uno strumento a cui ricorrere se dovessero fallire i negoziati tra le parti.

Infine, e questo punto è estremamente importante, la clausola resterà inoperativa fino a che su di essa non si esprimerà la Corte di giustizia dell’Ue, presso la quale hanno intenzione di fare ricorso Varsavia e Budapest. A conti fatti, alla luce dei contenuti del testo, il vero vincitore della disputa non è la Germania, la quale porta a casa un finto trionfo, ma l’asse polacco-ungherese, che ottiene di limitare significativamente il raggio d’azione della clausola e di ritardarne l’entrata in vigore.

La disputa, un riepilogo

Il 16 novembre, in occasione della votazione finale sul bilancio pluriennale 2021-2017 dell’Unione Europea, gli ambasciatori di Polonia e Ungheria avevano usufruito del diritto di veto per bloccare la procedura a causa del meccanismo di condizionalità sull’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto.

La clausola, fortemente voluta da Berlino, nasceva con il proposito di legare in maniera indissolubile l’accesso al denaro alla salute dello stato di diritto nel Paese richiedente, legittimando e comportando la possibile privazione e/o la sospensione dei suscritti anche nei casi di situazioni a rischio, ossia di violazioni non compiute. Il vero motivo della discordia, però, contrariamente a quanto si è scritto sulla grande stampa nelle ultime settimane, non era – e non è – l’acrimonia di Budapest e Varsavia verso lo stato di diritto, quanto la natura fluida e ambigua – e quindi ampiamente strumentalizzabile – data al concetto.

Le preoccupazioni di Fidesz e Diritto e Giustizia sono state rapidamente condivise da altri Paesi in maniera esplicita, come Slovenia e Portogallo, o tacita, come Lettonia e il resto dell’alleanza Visegrad, spronando la diplomazia tedesca a raggiungere un accordo basato sul compromesso e sulla comprensione e sull’accettazione dei diversi punti di vista.