Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno fatto ricorso al diritto di veto per bloccare il processo di approvazione del bilancio dell’Unione Europea per il periodo 2021-27 e del Fondo di Ripresa (Recovery Fund) in sede di Consiglio dell’Unione Europea. La contrarietà dei Paesi-guida dell’alleanza Visegrad non è legata alla natura materiale dei temi in oggetto, ovvero alle dimensioni della liquidità, ma ad una clausola fortemente voluta dalla presidenza di turno tedesca che, se introdotta, legherebbe l’accesso ai fondi ad una concezione molto fluida dello stato di diritto.

Il dibattito

In sede di Consiglio dell’Unione Europea si sta discutendo l’approvazione definitiva del bilancio pluriennale e del Fondo di Ripresa, due pacchetti che, sommati, ammontano a circa a 1.800 miliardi di euro. Come ha spiegato Sebastian Fischer, portavoce della presidenza di turno tedesca, non è “sulla sostanza dell’accordo […] ma su un elemento del pacchetto” che gli ambasciatori di Varsavia e Budapest hanno posto il veto e bloccato il procedimento di approvazione per assenza di unanimità.

Quell’elemento a cui ha fatto riferimento Fischer è una clausola di condizionalità che legherebbe in maniera indissolubile l’accesso ai fondi comunitari alla salute dello stato di diritto nel Paese richiedente. Uno dei passaggi più controversi di tale iniziativa riguarda la possibilità di avallare la privazione e/o la sospensione dei fondi anche nei casi in cui le violazioni non siano state accertate ma dove, comunque, “esista il rischio” che vengano compiute.

Salute dello stato di diritto non significa soltanto indipendenza e integrità dei tre poteri, in particolare quello giudiziario, ma anche stato di avanzamento di diritti civili e umani e volontà di conformarsi ai dettami europei per quanto riguarda tematiche come cultura e immigrazione. È soltanto a partire da questo premessa che si può comprendere e inquadrare l’ennesimo braccio di ferro tra i favorevoli al meccanismo di condizionalità, che si trovano sostanzialmente ad Ovest, e i suoi detrattori, che provengono da Est e sono rappresentati dall’alleanza Visegrad.

Nel dopo-veto da Berlino sono giunti messaggi ambivalenti: Michael Roth, il Ministro per gli Affari Europei, ha dichiarato che “non è tempo di veti” e che “non ci sono scuse per ulteriori ritardi”, mentre il Ministro degli Esteri Heiko Maas ha aperto alla possibilità di trovare un compromesso “con tutte le parti interessate per trovare una soluzione”.

Polonia e Ungheria non sono sole

Secondo Fidesz e Diritto e Giustizia (PiS) a Bruxelles non starebbe avendo luogo una semplice battaglia politica, la proposta tedesca di condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello stato di diritto siano squisitamente ideologiche: le dirigenze liberali dell’asse Parigi-Berlino vorrebbero porre un freno alle agende conservatrici che caratterizzano l’alleanza Visegrad, in particolare Budapest e Varsavia. Ed è in termini di scontro ideologico che, infatti, sta venendo vissuto, letto e spiegato il dibattito sulla condizionalità a Varsavia e Budapest.

Secondo Piotr Muller, il portavoce dell’esecutivo polacco, la clausola sulla condizionalità e il significato particolarmente fluido e quindi strumentalizzabile del concetto di stato di diritto non starebbero suscitando perplessità soltanto a Visegrad, il cuore del conservatorismo europeo, ma anche in altri Paesi che, al momento, preferiscono mantenere una posizione defilata per non indispettire la Germania.

La Slovenia, ad esempio, pur non avendo appoggiato esplicitamente la posizione polacco-ungherese e non avendo partecipato al boicottaggio, ha fatto filtrare attraverso i propri canali diplomatici la notizia della propria contrarietà circa la clausola. Sempre la Slovenia, inoltre, ha invitato Berlino e il duo Varsavia-Budapest a raggiungere un compromesso.

Il congelamento del processo di approvazione è avvenuto, quindi il primo passo è stato fatto, adesso si apre la fase più complicata della battaglia di Fidesz e PiS: trovare alleati ed interlocutori, convincendo quella parte di Ue che guarda con sospetto alle ambizioni tedesche, che sono tanto geopolitiche quanto culturali, che non si tratta di una causa persa né di una battaglia frivola; in gioco vi è la libertà degli Stati membri di scegliere il proprio destino.

La Polonia, del resto, può servire da esempio per tutti quei Paesi e quelle forze politiche che sono contrarie o guardano con scetticismo alla clausola sulla condizionalità: fra luglio e agosto, infatti, alcune delle città che hanno aderito alla campagna di PiS contro l’ideologia di genere, le cosiddette “aree libere dall’ideologia lgbt”, hanno ricevuto le prime sanzioni, perdendo l’accesso ai fondi comunitari e subendo dei de-gemellaggi.

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