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Espandere la propria influenza al di fuori dei confini nazionali, stringere legami commerciali “proibiti” con partner più o meno geograficamente distanti, intavolare una sorta di guerra asimmetrica contro i principali nemici della nazione, affidandosi alle armi dell’hackeraggio e dello spionaggio e, più in generale, dimostrare al mondo intero di avere un peso specifico di primo piano all’interno dello scacchiere geopolitico globale. La Corea del Nord di Kim Jong Un, isolata economicamente a causa di molteplici e decennali sanzioni economiche, ancora tecnicamente in guerra contro Corea del Sud e Stati Uniti, non ha alcuna intenzione di ritirarsi all’interno del proprio territorio.

Nonostante le spade di Damocle che pendono sul governo nordcoreano, il Paese ha messo in atto varie strategie per bypassare gli ostacoli e, almeno in parte, centrare i propri obiettivi. Quali? Esportare e importare beni, danneggiare i governi rivali colpendo le loro reti informatiche, reperire risorse naturali off limits, ottenere segreti industriali e politici. Dovessimo schematizzare il tutto per far capire ai lettori il funzionamento di questo complesso meccanismo, potremmo affermare che la Corea del Nord si affida a tre differenti tentacoli, ciascuno dei quali calibrato alla riuscita di specifici compiti.

Accanto a una schiera di hacker di primissimo livello, in grado di travolgere perfino le difese dei Paesi più avanzati, troviamo una flotta silenziosa che si espande, in tutta la sua drammaticità, nei mari limitrofi alla penisola coreana per reperire cibo e altre risorse, e, infine, un reticolato di spie pronte a informare la casa madre dei principali movimenti politici registrati oltre confine.

Hackeraggio

A partire dagli anni ’80 e ’90, la Corea del Nord ha sviluppato competenze tecnologiche e capacità di attacco informatico, quasi sicuramente potenziate, nel corso degli anni, dall’assistenza cinese e sovietica. La quasi totalità degli attacchi informatici nordcoreani rientra nei cosiddetti attacchi DDoS (Distributed Denial of Service). Questi, senza scendere in tecnicismi, vengono lanciato con l’intenzione di rendere un sito web non disponibile per i suoi utenti. In che modo? Inondandolo di traffico internet da più fonti. Anche se la natura “rudimentale” di simili attacchi potrebbe lasciare intendere che Pyongyang faccia affidamento a operazioni poco sofisticate, in realtà i nordcoreani hanno voce forte in più campi.

Intanto, la Corea del Nord sembrerebbe dirigere gran parte delle proprie attività informatiche attraverso infrastrutture straniere, situate per lo più in Cina e Malesia, così da poter negare la responsabilità degli attacchi ed evitare ritorsioni. Dopo di che, giusto per evidenziare le capacità del Nord, è interessante ricordare alcune operazioni attribuite agli hacker nordcoreani. Negli ultimi anni, segnaliamo i numerosi attacchi informatici alle banche sudcoreane e i media, così come l’hackeraggio della Sony Pictures (2014) e quello del comando informatico militare sudcoreano (dicembre 2016).

Spionaggio e furti informatici

Lo spionaggio e furti informatici possono essere considerati l’altra faccia dell’hackeraggio. Come ha ricostruito Reuters, esisterebbero prove capaci di dimostrare come la Corea del Nord sarebbe stata coinvolta nel furto di 81 milioni di dollari dal conto della banca centrale del Bangladesh presso la Federal Reserve Bank di New York (2016). Gli hacker di Pyongyang sarebbero collegati anche all’attacco malware sferrato, nell’agosto 2018, alla Cosmos Bank indiana, un attacco che avrebbe fruttato agli assalitori qualcosa come 13,5 milioni di dollari. Non è finita qui, perché gli stessi hacker avrebbero in seguito rubato altri 10 milioni di dollari, questa volta nel 2019 dalla rete ATM della Banca del Cile. E ancora, secondo quanto riportato da un recente rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli hacker nordcoreani sarebbero riusciti a intascarsi 670 milioni di dollari in valuta estera e criptovaluta.

“La Corea del Nord sembra fortemente investita nella crescita e nello sviluppo delle sue capacità informatiche per scopi sia politici che militari”, si legge in un paper firmato Center for Strategic and International Studies, giusto per ribadire le presunte intenzioni del Nord. In base a quanto ricostruito, il governo nordcoreano sembra considerare gli attacchi informatici alla stregua di un mezzo da impiegare per ottenere guadagni finanziari, ma anche da usare come deterrente contro gli avversari. Infine, riuscire a minacciare le difese informatiche dei rivali consente alla Corea del Nord di poter sfoggiare l’immagine di un attore temibile e pericoloso.

Flotta fantasma

Accanto ai tentativi dei funzionari di instaurare triangolazioni con Paesi terzi per evitare le sanzioni e scovare interessanti canali commerciali, necessari per il sostentamento del governo nazionale, esiste un lato drammatico, legato alle esigenze dei singoli cittadini nordcoreani e scisso dalle dinamiche statali, non sempre approfondito a dovere. Nel 2018, ha raccontato il sito Hakai Magazine, più di 200 navi sono state trovate alla deriva o sulle spiagge situate lungo il fianco occidentale del Giappone. Sono le famigerate navi fantasma, il segno più evidente di pescatori nordcoreani disperati che, per ottenere pesce e altro cibo dal mare, decidono di avventurarsi lontano dalle coste del proprio Paese, senza supporto né altri rifornimenti.

Alcune imbarcazioni, molte più piccole degli autobus, vengono ritrovate vuote; altre con a bordo corpi in decomposizione. Questi pescatori, esclusi dalle zone di pesca nordcoreane, e afflitti dalle sanzioni straniere, hanno via via iniziato ad avventurarsi nel Mar del Giappone, o Mar Orientale Coreano. Piccola spiegazione per capire cosa sta succedendo: con il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del sostegno finanziario di Mosca alla Corea del Nord (1991), il Paese dei Kim iniziò a fare i conti con una durissima carestia, che originò presto una vera e propria crisi umanitaria.

All’indomani del crollo sovietico, il pesce diventò una risorsa fondamentale per fuggire alle angherie della fame. Divenne, in poche parole, una questione di sopravvivenza. Il problema, evidenziano alcuni esperti, è che la Corea del Nord ha recentemente venduto i diritti delle proprie zone di pesca costiere alla Cina, forse per raccogliere fondi grazie ai quali eludere, o alleggerire, il peso della sanzioni economiche. Pare che questa mossa consenta a Pyongyang di intascare, ogni anno, circa 75 milioni di dollari. Dall’altro lato, tuttavia, i pescatori nordcoreani sarebbero stati privati dell’accesso alle acque dove si erano sempre riforniti, costringendoli a spingersi in alto mare per cercare il cibo. È anche così, in modo drammatico, che, involontariamente la Corea del Nord cerca di superare i confini che la inchiodano all’altezza del 38esimo parallelo.

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