Florida, la fabbrica della morte di DeSantis: perché il governatore accelera sulle esecuzioni

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Diciannove esecuzioni nel 2025, un record mai raggiunto nella Florida moderna. Tredici nei primi otto mesi del 2026. Sedici mandati firmati da Ron DeSantis quest’anno e altre esecuzioni già fissate. La Florida è diventata l’eccezione americana alla lenta ritirata dalla pena di morte. E dietro i numeri c’è una precisa filosofia politica: “law and order“, vendetta penale, centralità delle vittime e un messaggio rivolto alla destra conservatrice, proprio mentre il governatore si avvia alla fine del suo mandato.

La scena che meglio racconta la trasformazione della Florida in capitale americana della pena di morte è avvenuta il 28 luglio scorso. Nel giro di poche ore lo Stato ha eseguito due uomini: James Aren Duckett, 68 anni, ex agente di polizia condannato per lo stupro e l’uccisione di una bambina di 11 anni nel 1987, e Dominick Anthony Occhicone, 80 anni, condannato per l’omicidio dei genitori della sua ex compagna nel 1986. Era la prima volta dal 1964 che la Florida eseguiva due condannati nello stesso giorno. A livello nazionale, un doppio appuntamento nella camera della morte non si verificava dal 2017. Non un episodio isolato, bensì simbolo di una macchina ormai lanciata a velocità crescente.

Il 18 agosto la Florida ha eseguito William Frances Silvia, 61 anni, condannato per l’omicidio della moglie separata e il ferimento della suocera. Era la 13ª esecuzione dello Stato nel 2026, su un totale nazionale di 23 fino a quella data. Significa che più della metà delle esecuzioni americane è avvenuta in Florida. Ieri DeSantis ha firmato il suo 16° mandato di esecuzione del 2026, fissando al 29 settembre la morte di Curtis W. Beasley, condannato per un omicidio del 1995. La prossima scadenza è già vicina: Harold Gene Lucas è fissato per il 1° settembre, Daniel Owen Conahan Jr. per il 10 settembre e Beasley per il 29 settembre.

Il fenomeno è particolarmente significativo perché contrasta con l’evoluzione di lungo periodo della pena capitale negli Stati Uniti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno registrato 47 esecuzioni, quasi il doppio delle 25 del 2024. Ma l’aumento è stato prodotto in larga parte da una sola giurisdizione: la Florida, con 19 esecuzioni, pari al 40% del totale nazionale. Senza la Florida, il numero americano sarebbe stato molto più vicino alla precedente traiettoria.

Il dato è ancora più impressionante se confrontato con la storia dello Stato. Il precedente record della Florida nell’era moderna era di otto esecuzioni in un anno. Nel 2025 DeSantis ne ha portate a termine 19: più del doppio del precedente primato. E non si tratta semplicemente di un governatore che eredita una macchina giudiziaria già programmata. Tra il 2019 e il 2024 DeSantis ha firmato complessivamente nove mandati di esecuzione. Nel solo 2025 ne ha firmati 19. In altre parole, la Florida sta procedendo a una velocità circa tre volte superiore a quella con cui i tribunali aggiungono nuovi condannati.

C’è poi una caratteristica istituzionale fondamentale. In Florida il governatore ha un ruolo particolarmente diretto nella trasformazione di una condanna a morte in una data di esecuzione. La legge statale stabilisce che, una volta completati determinati passaggi giudiziari e concluso il procedimento di clemenza, il governatore deve emettere il mandato di esecuzione; la normativa attribuisce inoltre al governatore una specifica discrezionalità in alcune circostanze. È questo uno dei motivi per cui il ritmo delle esecuzioni dipende in modo così evidente dalla politica del governatore in carica.

La Florida, inoltre, possiede uno dei più grandi death row americani. Circa metà dei 242 condannati presenti nel braccio della morte aveva esaurito i ricorsi e poteva quindi entrare nella fase in cui un mandato diventava possibile. In altre parole, DeSantis si è trovato davanti a un enorme arretrato di condanne maturate nel corso di decenni.

DeSantis non presenta la sua politica come una campagna ideologica per la pena di morte. La presenta come giustizia dovuta alle vittime. Quando gli è stato chiesto del ritmo delle esecuzioni, il governatore ha insistito sul fatto che molti familiari aspettavano da decenni. Nel 2025 aveva sintetizzato questa posizione affermando che “justice delayed is justice denied” e sostenendo di voler garantire che il procedimento funzionasse senza intoppi.

La pena di morte è diversa da qualunque altra pena perché l’errore non è reversibile. Ed è proprio qui che la politica di accelerazione della Florida incontra la parte più delicata del dibattito. Il caso di James Duckett è emblematico. Duckett era stato condannato per l’omicidio di Teresa McAbee, undicenne, avvenuto nel 1987. Nel 2026, poco prima dell’esecuzione, la Florida Supreme Court aveva concesso una sospensione per consentire nuovi test del DNA su reperti che all’epoca del processo non potevano essere analizzati con le tecnologie disponibili. I test non hanno prodotto un risultato che lo scagionasse, ma nemmeno hanno fornito una prova definitiva che lo collegasse al delitto. La sospensione è stata successivamente revocata e Duckett è stato giustiziato il 28 luglio. I suoi avvocati hanno continuato a sostenere la sua innocenza.

Vi è poi un’altra peculiarità della Florida che alimenta il dibattito. Nel 2023 DeSantis ha firmato una legge che consente di chiedere la pena di morte anche per alcuni casi di violenza sessuale contro bambini sotto i 12 anni, nonostante un precedente della Corte Suprema federale che aveva escluso la pena capitale per lo stupro di una persona che non fosse stata uccisa. La Florida ha inoltre abbassato la soglia richiesta alla giuria per raccomandare una condanna capitale: oggi sono necessari almeno otto voti su dodici. La Corte Suprema della Florida ha confermato quest’anno la validità di questa soglia.

DeSantis ha costruito gran parte della propria identità politica nazionale proprio attorno a una politica di confronto con la sinistra americana e di difesa di un’agenda conservatrice aggressiva. La pena capitale si inserisce perfettamente in questo repertorio. Il governatore è, inoltre, nel suo ultimo anno da governatore: il suo secondo mandato termina nel gennaio 2027. La scelta di intensificare drasticamente le esecuzioni proprio negli ultimi due anni del mandato ha inevitabilmente una dimensione di eredità politica.

C’è poi un contesto nazionale da non ignorare. Lo scorso anno l’amministrazione Trump ha contribuito a riaprire lo spazio politico federale per la pena capitale. La stessa ripresa delle esecuzioni americane è stata concentrata quasi interamente negli Stati governati dai repubblicani. Quest’anno il Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump ha inoltre annunciato l’ampliamento dei metodi federali di esecuzione, includendo plotone d’esecuzione, sedia elettrica e asfissia con gas oltre all’iniezione letale.

Lo scorso 24 aprile, infatti, il Dipartimento di Giustizia ha adottato un pacchetto di misure per “migliorare la sicurezza pubblica e rendere giustizia alle vittime dei crimini più efferati”. Fra queste, una ha ordinato al Federal Bureau of Prisons (BOP) di ripristinare il protocollo di esecuzione adottato durante la prima amministrazione Trump, che prevede l’utilizzo del pentobarbital come agente letale. Ha poi incaricato il bureau di ampliare il protocollo di esecuzione per includere ulteriori modalità di esecuzione, come la fucilazione. Non solo, ha incaricato il BOP di esaminare la possibilità di trasferire o ampliare il braccio della morte federale o di costruire un’ulteriore struttura per le esecuzioni al fine di consentire ulteriori modalità di esecuzione.