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Il possibile ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato agita il Cremlino e rappresenterebbe uno degli effetti strategici più tangibili della guerra in Ucraina (o del suo dopoguerra). Per Vladimir Putin, che a San Pietroburgo è nato e che ha una mentalità fortemente orientata sulla tutela dei bastioni europei della Russia, l’ingresso di Helsinki e di Stoccolma nell’Alleanza Atlantica non è un tema secondario. Per una persona che ha “guardato” per anni il confine con la Finlandia, sapere che quel Paese può essere un ulteriore tassello del mosaico Nato è un problema che non può essere derubricato a semplice conseguenza indesiderata di un conflitto. E questo discorso vale anche per la Svezia, che trovandosi a non poca distanza dal Golfo di Finlandia, rappresenta un problema strategico importante per la parte occidentale della Russia.

Tuttavia, sull’importanza di questi due Paesi come possibili nuovi membri della Nato, occorre fare alcune premesse. La prima è politica, e cioè che i due Stati scandinavi, pur formalmente estranei al blocco atlantico, sono da tempo integrati nel blocco occidentale (già nel 2018 segnalavamo un accordo tra questi due Paesi scandinavi e gli Stati Uniti). Come membri dell’Unione europea e partner della Nato, Helsinki e Stoccolma sono già di fatto capitali dell’Ovest, senza che si sia mai dubitato della loro possibilità di essere difesi proprio dal blocco euro-americano. Certo, la forma in questi casi è anche sostanza, e essere o meno parte dell’Alleanza non è un concetto relativo specie sotto il profilo della sicurezza collettiva. Ma è altrettanto evidente che a dispetto di una realtà come Kiev, la difesa di Svezia e Finlandia era ed è qualcosa naturale per Bruxelles e Washington. E questo implica che, se la percezione del rischio russo è in ogni caso reale, altro è il pericolo concreto e imminente che questi Paesi avrebbero corso nei prossimi mesi o anni in assenza di un ingresso formale nella Nato.

Questo non significa che l’arrivo di questi due Stati nel blocco occidentale sia inutile. Ma a essere fondamentale per il Cremlino e per la Casa Bianca non è tanto il freno a una possibile invasione della Scandinavia (ipotesi al momento alquanto remota) ma le implicazioni strategiche che esso comporta. Dal punto di vista generale, quello che preoccupa la Russia è da sempre il possibile blocco dell’accesso ai mari caldi e il Baltico, così come il Mar Nero, è quella via marittima che ha sempre permesso agli zar e ai loro successori il trasporto di merci verso il cuore pulsante del Paese. Sull’asse Mosca-San Pietroburgo, nella parte europea dell’attuale Federazione e dell’impero, si giocano gli equilibri politici della nazione. Ed è chiaro che lo sbocco verso il mare, da cui transitano merci, navi militari ma anche influenza politica, è essenziale per qualsiasi potenza voglia contare in Europa. La possibilità che il Baltico sia un mare della Nato, potenzialmente chiuso alla Russia e in cui il pericolo per la libertà della flotta di Mosca è impellente, implica per il Cremlino un problema serio.

A questo possibile “blocco” si aggiunge poi il nodo di Kaliningrad, exclave russa sul Baltico e bastione di Mosca nel cuore d’Europa. Una regione isolata sia via terra che via mare diventa sempre più difficile da gestire e da difendere. E circondata via terra dai Paesi già membri della Nato, ora sarebbe un bastione del Cremlino totalmente “assediato” anche via mare.

Altro punto cruciale dell’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia è la possibilità che questo allargamento dell’Alleanza chiuda ancora di più lo spazio di contatto e di collegamento tra la Russia e l’Europa centrale. Il Baltico per molti anni è stato un mare noto soprattutto per essere il passaggio del Nord Stream 2, il gasdotto per unire il gas russo ai terminal tedeschi senza passare per i Paesi dell’Europa orientale. E da ancora prima che il gas fosse un elemento-chiave della politica internazionale, Limes ci spiega che nel Baltico “si materializza o crolla manu militari l’intesa fra la Russia e l’elemento germanico”. Dinamica che, come racconta Federico Petroni, “ha debuttato nella grande guerra del Nord (1700-21), quando Sassonia, Brunswick-Lüneburg e Prussia si unirono alla Russia per porre fine al dominio svedese sulle coste meridionali e orientali del Baltico”. Questa continuità dei rapporti russo-tedeschi attraverso il Baltico è ora messa a dura prova proprio dalle ultime scelte statunitensi. Tanto che la prima vittima politica di questa guerra in Ucraina è stato proprio il gasdotto della discordia che avrebbe cementato le relazioni tra le due potenze. L’unione del mondo scandinavo con la Nato comporta perciò un cambio di paradigma, per cui sarà sempre più difficile fare accordi con Mosca sfruttando degli spazi di manovra. Ed è chiaro che spezzare ogni collegamento tra Germania e Russia, politico ma anche strategico, sia un punto fondamentale dell’agenda americana.

Altro tema riguarda il controllo dell’Artico, area essenziale per gli equilibri attuali ma soprattutto futuri del mondo. Se da un punto di vista geografico è la Norvegia a essere bagnata dai mari artici e non lo sono né la Svezia né la Finlandia, è però anche vero che blindare proprio il retroterra degli avamposti norvegesi che guardano verso il Polo Nord aiuta a concentrarsi maggiormente sul programma artico. Un programma che ha proprio la Russia nel mirino, e in particolare le sue attività nell’area più settentrionale dell’Europa. Un timore confermato anche dal documento strategico britannico sull’Alto Nord che, tra le altre cose, sottolinea l’importanza dell’Artico sia per il controllo dei movimenti russi che per quelli cinesi, interessati alla possibile Nuova Via della seta polare. Un doppio timore per cui è essenziale, per la Nato, ampliare la propria sfera d’influenza includendo proprio gli ultimi due lembi di Occidente estranei allo schema atlantico.

Gli Stati Uniti ora hanno tutto l’interesse a mostrarsi accondiscendenti verso questo ingresso. Se infatti per la Russia è l’ennesima prova di una difficoltà enorme sotto il profilo politico (evitare l’allargamento della Nato era una priorità ormai messa in discussione), è pur vero che gli Usa sanno di poter dare un colpo ben assestato a Putin manifestando una ulteriore compattezza del sistema atlantico. Un sistema che per l’amministrazione Biden deve essere anche un blocco con precisi connotati politici e culturali, visto che per il presidente democratico la sfida non è più solo Oriente contro Occidente ma tra democrazie e autocrazie. Finlandia e Svezia, in questo senso, sono candidate perfette (in attesa che qualcuno le inviti) e sarebbero due tasselli non solo imprescindibili ma anche naturali di una nuova fase della storia.

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