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Jim Mattis si è dimesso. Mad Dog, l’ex generale del Corpo dei Marines nominato Segretario alla Difesa nel 2017 da Donald Trump e segnalatosi come uno dei principali pianificatori strategici dell’amministrazione, lascerà l’incarico il prossimo 28 febbraio, a causa dell’incompatibilità tra la sua visione del ruolo di Washington nel mondo e la scelta del Presidente di avviare il ritiro delle truppe stanziate in Siria e di prevedere un dimezzamento del dispiegamento di forze in Afghanistan.

In una lettera aperta a Trump pubblicata sul sito del Dipartimento della Difesa, Mattis ha annunciato l’addio nel modo a lui più congeniale: distinto, da vero soldato. Giustificandolo con il diritto di Trump ad avere un Segretario alla Difesa “maggiormente allineato” con le sue vedute. Rivendicando il lavoro svolto per consolidare le alleanze internazionali e rafforzare il ruolo degli Stati Uniti, “nazione indispensabile” secondo Mattis, nel contrasto “senza ambiguità” a potenze come Cina e Russia in ogni scenario.

L’addio di Mattis era nell’aria

La scelta di Trump di ritirarsi dalla Siria giunge inaspettata e, evidentemente, presa sorpassando il parere negativo del Pentagono, che ha subito in questo caso un grave restringimento delle sue prerogative. Già nel settembre scorso avevamo parlato della possibilità di un addio di Mattis, dopo che l’ultimo libro di Bob Woodward aveva segnalato il crescente astio del capo del Pentagono verso il Presidente, la cui capacità di comprendere le questioni di sicurezza nazionale e in particolare la situazione nella penisola coreana e del Medio Oriente era stata paragonata da Mad Dog a quella di un ragazzino di “quinta elementare o prima media”.  

Woodward aveva rivelato come Mattis fungesse da vero e proprio equilibratore di ultima istanza dei disegni strategici del Presidente. Una tendenza, del resto, ravvisabile analizzando la “diplomazia parallela” di Mattis per rassicurare gli alleati Nato circa la continuità del sostegno di Washington ma anche, al tempo stesso, dell’alta considerazione con cui questi è stimato dai leader di Pechino, che più volte hanno voluto incontrarlo.

A pochi giorni dall’annuncio dell’imminente addio di John Kelly, altro ex generale dei Marines che ricopre l’incarico di Chief of Staff della Casa Bianca, l’uscita di scena del 68enne Mattis segnala il definitivo tramonto di quell’ala pragmatica dell’amministrazione Trump che, in questo turbolento biennio, ha saputo svolgere un’azione di continua influenza sul Presidente, aiutando a orientarne gli indirizzi strategici.

Con l’uscita di scena di Mattis e Kelly finisce l’era della stabilizzazione

Sin dall’inizio della presidenza Trump la Casa Bianca era diventata lo scenario di una perenne congiura. Dal duo Ivanka Trump-Jared Kushner all’apprendista stregone Steve Bannon, collaboratori, parenti e cortigiani di Trump facevano a gara per accattivarsi le sue preferenze. La cacciata di Bannon dal ruolo di Chief Strategist ha fatto scattare l’ora dei generali. Il triumvirato composto da Mattis, Kelly e H.R. McMaster, nel ruolo di National Security Advisor, ha sicuramente rilanciato le istanze del tradizionale apparato di potere statunitense (contrapposizione a Russia, Cina e Iran, rafforzamento del ruolo della Nato, incremento della spesa militare) ma anche contribuito a smussare la conclamata inesperienza di Trump negli affari internazionali.

In asse con il Segretario di Stato Rex Tillerson, i tre generali formavano un vero e proprio quartetto della stabilità capace di mitigare eccessi e ingenuità di Trump, dalla richiesta di organizzare l’assassinio di Bashar al-Assad ai progetti per un golpe contro Maduro in Venezuela, senza però in ultima istanza riuscire a condizionarne in maniera decisa gli orientamenti.

Come segnala infatti il Guardiansul lungo termine “la forza stabilizzatrice dei quattro è forse stata sopravvalutata”. Tillerson non ha potuto impedire la svolta antiraniana e il ritorno delle sanzioni a Teheran, McMaster ha visto Trump passare da atteggiamenti feroci a una vera e propria luna di miele con la Corea del Nord, Kelly non ha potuto impedire “la totale sopravvalutazione di una minaccia securitaria ai confini meridionali” e l’imposizione di misure anticostituzionali sui migranti in entrata negli Usa e nessuno dei quattro ha saputo frenare la volontà del Presidente di stracciare l’accordo di Parigi sul clima.

Da ultimo è arrivato il siluro a Mattis sulla strategia mediorientale. Totalmente assente nella “nuova” amministrazione Trump, che ha fatto del contenimento dell’Iran un fine autoreferenziale e non un mezzo, ma non è capace di agire di conseguenza.

I cambiamenti per il dopo Mattis

Sino ad ora Mike Pompeo, ferocemente antiraniano, ha sostituito Tillerson nel ruolo di Segretario di Stato; John Bolton, falco neoconservatore, è il nuovo National Security Advisor; Mick Mulvaney, promosso dall’ufficio budget al ruolo di capo dello staff presidenziale che assumerà nel 2019, appare una figura molto meno carismatica di Kelly e ci sono dubbi sulle sue capacità di consigliare attivamente il Presidente.

L’addio di Mattis rischia di togliere ogni freno al predominio della linea Bolton-Pompeo in seno all’amministrazione. Una linea contraddistinta da un esasperato unilateralismo, come tipico non tanto della visione del mondo trumpiana ma quanto del neoconservatorismo che ha conosciuto la sua epoca d’oro nella presidenza di Bush jr.

Nel marzo scorso, la vicinanza tra gli addii di McMaster e Tillerson e l’ascesa di Bolton e Pompeo ha ridisegnato gli equilibri alla Casa Bianca, inaugurando, come ha scritto il New York Times“il team più aggressivo in politica estera che abbia mai circondato un Presidente nella storia moderna”, paragonando il nuovo duo a quello Cheney-Rumsfeld che architettò la politica estera di Bush. Troppo, forse, per Mattis, abituato a pensare da soldato, con una visione del mondo segnata dalla lealtà ai vertici, che rendeva impensabile un suo aperto ammutinamento, ma anche da un concreto pragmatismo.

Pragmatismo nell’ottica di una visione tipica dell’establishment militare americano, chiaro, come nel caso dei colleghi Kelly e McMaster. Pragmatismo che ora viene meno ai vertici del potere di Washington. E risulta difficile a un sostituto all’altezza di Mattis capace di muoversi in maniera tanto abile tra i gangli di una Casa Bianca nel pieno caos. Il rischio è che il successore di Mattis possa essere un semplice yes-man, come del resto ha sottolineato il Segretario uscente nella sua lettera di dimissioni, lasciando campo aperto all’egemonia della linea Bolton-Pompeo. E il fatto che l’uscita di scena di Mad Dog sia stata giustificata da una delle poche scelte che, sulla carta, non sono incardinate nel contesto di questa svolta interventista, che ha ricevuto il plauso di esponenti repubblicani come Ron Paul, aggiunge una nota paradossale a una vicenda estremamente complessa.