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Jean-Claude Juncker dà il suo addio ai vertici dell’Unione europea. Con il suo discorso all’Europarlamento, riunito in seduta plenaria, il presidente uscente della Commissione lascia (forse definitivamente) il trono di Bruxelles. E in attesa che i governi degli Stati membri diano il via libera alla nuova commissione a guida von der Leyen, Juncker saluta tutti. Con la consapevolezza, abbastanza certa, che l’Europa che lascia è messa molto peggio di quello che trovato. Almeno da quando lui è alla sua guida.

Facile, quando un leader lascia, che il mondo si divida tra apologia e condanna. I più ciechi europeisti dedicheranno probabilmente un elogio quasi agiografico al lussemburghese come rappresentante di quell’ultima élite che ha voluto combattere i sovranisti per un’idea più grande di Unione europea. I suoi critici più feroci ne faranno un ritratto grottesco, il più delle volte caratterizzato da accuse di poca lucidità, ebbrezza o azioni a dir poco ridicole. Nel mezzo c’è la realtà dei fatti. Ed è del tutto evidente che Juncker lascia un’Europa in stato vegetativo, probabilmente prossima a un grosso cambiamento (se non è già in corso) e con una divisione interna che mette a serio rischia la sua stabilità nel prossimo futuro. Non nei prossimi decenni, ma anche nei prossimi dieci anni.

L’immagine dell’addio di Juncker è chiara. In un’Eurocamera semivuota, il presidente uscente della Commissione ha voluto ribadire le sue idee di Ue e i suoi traguardi. Ha ricordato che l’obiettivo della prossima Commissione così come quelli di tutti gli eurodeputati sia quello di combattere “il nazionalismo stupido” e ha confermato che grazie alla sua presidenza l’Europa, trovata “in panne”, si è risollevata. Che lui, durante la guida della Commissione, “ha restituito dignità alla Grecia”, che sull’immigrazione “il bilancio è migliore di quello che si pensi” e che ha restituito, a suo dire, “la dimensione sociale dell’Ue”. Ma a fronte di una standing ovation dei partiti che hanno sempre mostrato fedeltà a questa leadership e a tutti i vertici e ai burocrati dell’Europa, si nasconde un’altra realtà. Completamente diversa da quella espressa da Juncker e assolutamente opposta rispetto ai concetti che l’ex premier lussemburghese ha fatto suoi come traguardi raggiunti dalla sua Commissione.

Ebbene, se oggi Juncker vedesse l’Europa lasciata da lui come da Donald Tusk e dai vari commissari che hanno tenuto le redini dell’Unione, potrebbe vedere esattamente l’opposto di quanto detto nella fredda aula di Strasburgo. Non è vero che alla Grecia è stata restituita la dignità perduta, perché Atene è stata costretta a piegarsi alle volontà non del suo popolo ma di un’Europa che non poteva permettersi una sconfitta come quella del default greco. I greci hanno mostrato una dignità estrema nel sopportare il costo delle lacrime e sangue imposte dalla Troika e da una classe politica che prima ha gonfiato le aspettative elleniche per poi far piombare il Paese nella crisi e nelle svendite. Ma nessuno, in Europa, ha fatto nulla per evitarlo. Tanto che lui stesso chiese scusa pubblicamente per come era stata trattata la nazione. Quindi è impossibile assolverlo sulla Grecia così come è assurda la sua auto-assoluzione. Perché quella greca non è stata affatto una sua vittoria.

Così come non è stata una sua vittoria quella della soluzione al problema migratorio con un bilancio che, a suo dire, ha fatto sì che nel Mediterraneo si salvassero “760mila persone”. Una frase che bisognerebbe portare alla prova del fact-chaking sui numeri. Ma anche se non si prendono come riferimento le cifre, come può Juncker parlare di un bilancio positivo per ciò che riguarda il fenomeno migratorio in Europa? Come può pensarlo nel momento in cui le rotte dell’immigrazione sono state aperte con un afflusso enorme di persone da tutte le frontiere esterne dell’Europa e chiuse solo grazie o ai suoi nemici, i sovranisti, o al pagamento di miliardi verso quella stessa Turchia che oggi invase la Siria e dà il via libera ai massacri. E come può parlare di successo quando l’Area Schengen è ormai un lontano ricordo per molti Paesi dell’Europa centrale e quando nessun Paese mediterraneo riesce a sentirsi al sicuro da una possibile ondata migratoria se non facendo tutto da solo? Incredibile solo pensare che questa commissione guidata da Juncker abbia potuto ottenere un bilancio positivo.

Bilancio che non è positivo nemmeno dal punto di vista politico. L’Unione di Jean-Claude Juncker e dei suoi commissari è stata quella che ha trasformato il continente in una vera e propria rappresentazione degli interessi di Francia e Germania. Niente di più, niente di meno. Juncker ha fatto gli interesse dell’asse franco-tedesco con alcune piccole divagazioni in base agli interessi del suo Paese (il piccolo ma ricco Lussemburgo) e dei partiti europei che l’hanno appoggiato. Non c’è stata l’Unione europea: c’è stato l’Ue a trazione franco-tedesca che ha avuto in Berlino la sua capitale finanziaria, economica e politica e in Parigi quella diplomatica e strategica. Ed è proprio grazie a tutti i suoi errori che in Europa è esploso il fenomeno del sovranismo che era ed è prima di tutto euroscettico, così come è grazie anche a Juncker che quel “nazionalismo stupido” come l’ha definito lui stesso, ha potuto ergersi a vera stella polare di gran parte del continente: dall’Europa orientale a quella anglosassone, passando per le varie elezioni nazionali. Un’Europa che ha perso l’anima unificatrice, che ha abdicato al suo ruolo di rappresentante degli interessi europei, che ha lasciato spazio ai desiderata di Angela Merkel e Emmanuel Macron e che ha fatto di tutto per rompere con la Russia di Vladimir Putin trovando poi anche un nuovo avversario negli Stati Uniti.

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