Una volta accesa la fiaccola olimpica, si spegneva ogni velleità bellica: nell’antica Grecia funzionava così quando, ad Olimpia, le competizioni tra le varie discipline riuscivano a rinnovare la tradizione che imponeva la fine delle ostilità e la sospensione di ogni guerra almeno nel periodo dei giochi; da quando nel 1896 il barone De Cubertin è riuscito nell’impresa di riproporre le Olimpiadi, le guerre non sono mai cessate nemmeno durante le competizioni pur tuttavia da allora, ogni quattro anni, l’organizzazione dei giochi riesce a catalizzare l’attenzione internazionale tanto da essere l’evento maggiormente seguito in tutto il pianeta. Per gli atleti è un modo per mettersi in luce, per le varie le nazioni partecipanti è l’occasione di poter mostrare al mondo i propri successi nello sport ed in tal senso durante la guerra fredda per anni è stata una vera e propria caccia all’ultima medaglia tra USA ed URSS, ma fino ad oggi le Olimpiadi moderne sono state fondamentali soprattutto per l’immagine dei paesi organizzatori.

Quando, per organizzare le Olimpiadi, era lotta serrata tra tante metropoli

La prima competizione olimpica moderna è stata assegnata, per rispetto alla tradizione, alla città di Atene nel 1896: non è stata una grande edizione, ma nemmeno le due successive hanno rilanciato l’Olimpiade come punto di riferimento dello sport mondiale, tanto che dopo Saint Luis 1904 è sembrato ad un certo punto che la storia moderna della competizione fosse destinata ad un repentino tramonto. Da Londra in poi invece, è cambiato tutto: nel 1908 infatti, l’organizzazione dei giochi nella capitale britannica ha acceso attenzione e curiosità attorno l’Olimpiade e, da allora in poi, la gara per la conquista dell’organizzazione ha sempre rappresentato la più importante sfida nella sfida; si è infatti intuito che poter ospitare le gare e le competizioni rappresentava l’occasione ideale per lanciare l’immagine di una città o di un determinato paese. Agli inizi degli anni 20 ad esempio, la lotta tra Parigi, Amsterdam e Los Angeles è stata talmente serrata che lo stesso De Cubertin è dovuto intervenire assegnando alle tre città rispettivamente i giochi del 1924, 1928 e 1932 per placare gli animi.

Nel 1930 l’allora Germania di Weimar, nonostante una terribile situazione economica, non ha badato a spese pur di vedere assegnata a Berlino l’edizione del 1936 vincendo sulla concorrenza di altre capitali europee: quel successo si è poi rivelato, pochi anni dopo, un indiretto regalo ad Adolf Hitler il quale ha sfruttato quell’Olimpiade per poter attuare una gigantesca macchina propagandistica mostrando al mondo un’organizzazione perfetta tra nuove grandi infrastrutture realizzate a tempo di record ed introduzione di importanti tecnologie quali, su tutte, l’utilizzo per la prima volta di telecamere televisive per riprendere per intero i quindici giorni dell’evento. Nel dopoguerra l’organizzazione di un’Olimpiade è stata sinonimo di investimenti in strade e nuove infrastrutture per i paesi ospitanti: per organizzare Roma 1960 la capitale ha provveduto alla costruzione di nuove arterie viarie e nuovi poli sportivi, stesso spirito poi visto a Tokyo nel 1964 dove ad accendere il braciere olimpico è stato simbolicamente il primo nato ad Hiroshima dopo il bombardamento atomico.

Negli anni le sessioni del CIO che dovevano stabilire la città ospitante dell’Olimpiade, sono via via diventate quasi più importanti dell’Olimpiade stessa: quella del 1985 ad esempio, che ha assegnato l’edizione del 1992, è stata seguita da milioni di spettatori da tutto il mondo e quando Barcellona ha vinto contro Parigi nella città catalana la festa è esplosa in ogni quartiere. E’ ancora vivo invece l’urlo della delegazione cinese nella sessione del CIO  del 2001 quando, dalla busta contenente la città organizzatrice delle Olimpiadi del 2008, è uscito fuori il nome di Pechino: per la Cina e la sua capitale, quella giornata è tuttora tra le più ricordate ed ha voluto significare la definitiva riabilitazione del paese nel novero della comunità internazionale e la prospettiva di ospitare i giochi ha dato enorme slancio alla sua economia ed alla sua stessa immagine; prima di Pechino 2008, era utopia vedere la Cina organizzare eventi di una certa rilevanza internazionale.

Poche città candidate: il CIO costretto ad assegnare due Olimpiadi in una sola sessione

Queste immagini che provengono da un passato molto recente e non certo dall’antica Grecia, stridono oggi con quanto accaduto nei giorni scorsi: in particolare, si è corso il rischio che per l’assegnazione dell’Olimpiade del 2024 non rimanesse in gioco alcuna città, mentre per il 2028 le prospettive erano ancora più nere. E così il CIO, ancor prima della sessione di Lima del prossimo settembre (anch’essa a forte rischio per via di problemi finanziari della capitale peruviana) è stato costretto a mediare tra le due città rimaste in gara: ancora una volta, come quasi cento anni fa, si tratta di Parigi e Los Angeles, entrambe già ospitanti per due volte i giochi. I vertici del comitato olimpico hanno proposto di assegnare normalmente l’Olimpiade del 2024 con regolari votazioni anche se tra sole due città, ma con la prospettiva che la delegazione perdente potesse aver il diritto di organizzare i giochi del 2028.

Parigi e Los Angeles, assieme ai governi di Francia e Stati Uniti, sarebbero d’accordo con questa nuova ed inedita impostazione con la capitale francese pronta a prendere l’Olimpiade 2024 e la città californiana quella del 2028; il CIO salva la faccia e si assicura almeno altre tre edizioni olimpiche (considerando Tokyo 2020), ma di certo la crisi della competizione è molto più che evidente: dalle vere e proprie sgomitate per accaparrarsi l’organizzazione alle rinunce di tante metropoli, fino ad una decisione volta ad assegnare due olimpiadi in una sola sessione per mancanza di altre pretendenti. C’è chi dà la colpa a Londra 2012 e Rio 2016, due edizioni contrassegnate dalla rincorsa al risparmio e dallo scetticismo della popolazione locale che ha surclassato invece l’entusiasmo consuetudinario delle città in cui è caduto in passato il simbolo dei cinque cerchi, ma le cause della crisi olimpica possono essere molto diverse.

La crisi economica senza dubbio, che ha inaugurato la stagione dell’austerity in molti paese un tempo non dediti al risparmio sugli eventi internazionali, ma forse anche l’entrata in crisi di un modello di sviluppo basato sull’immagine del territorio da propagandare: i soldi, in poche parole, potrebbero anche esserci ma molte città non credono che veicolare il proprio nome nel resto del pianeta sia un qualcosa per il quale il gioco valga la candela. Solo l’estremo oriente al momento appare contento di ospitare i cinque cerchi olimpici, tanto che oltre Tokyo 2020 sono in programma le Olimpiadi invernali di Pyeongchang 2018 (Corea del Sud) e Pechino 2022, con la capitale cinese orgogliosa di essere la prima ad ospitare sia i giochi estivi che invernali. Per il resto, l’Olimpiade sembra diventata troppo costosa e lo sport troppo superfluo nella vita dei cittadini e così, dopo Los Angeles 2028 la fiaccola olimpica rischia nuovamente di spegnersi a meno di 150 anni dalla sua reintroduzione.