Filorussa o euroatlantica, la Croazia al bivio dopo il voto

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Inizialmente si pensava che il terremoto bellico in Ucraina segnasse delle crepe solo nell’infrastruttura economica del Vecchio Continente. Le scosse di assestamento, però, dopo due anni di guerra hanno provocato qualche faglia anche nei palazzi della politica di tutti i Paesi, sconquassando gli equilibri interni e costringendo le forze politiche a fare una scelta di campo tra Kiev e Mosca. Le elezioni politiche croate, tenutesi lo scorso 17 aprile, hanno dato un esito incerto dal momento che nessun partito dalle urne è uscito con una maggioranza netta e le incognite sulla formazione del futuro esecutivo riguardano una questione su tutte: la Croazia rimarrà nel solco dell’euro-atlantismo o virerà verso la Russia di Putin?

A trionfare è stato il premier uscente Andrej Plenković, leader dei conservatori di Unione democratica croata (HDZ, la sigla croata) – formazione di centrodestra al governo dal 2016 – che ha conquistato 61 seggi del Sabor, il parlamento di Zagabria. Il secondo classificato è il Partito Socialdemocratico di Croazia (SDP, la sigla croata) a cui appartiene il presidente della Repubblica Zoran Milanović e che è riuscito a strappare 42 seggi, raccogliendo nuovi consensi rispetto alle precedenti elezioni del 2020. La campagna elettorale si è svolta in un clima molto teso dove Plenković ha dovuto parare i colpi inferti dalla magistratura e distogliere l’attenzione dei media dagli scandali di corruzione che hanno travolto il suo Governo e il suo partito tanto da costringerlo a dimettersi e a portare il Paese alle urne con tre mesi di anticipo rispetto alla scadenza della legislatura. Dall’altra parte, Milanović si è infilato in un cul de sac poiché a marzo aveva annunciato di candidarsi alla carica di primo ministro per l’SDP senza dimettersi da capo dello Stato, ma la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la corsa a premier se prima non avesse lasciato la presidenza della Repubblica. Milanović non si è curato della decisione dei giudici e ha proseguito la campagna elettorale accusando l’HDZ di “furto massiccio” di fondi pubblici proprio a seguito dei casi di corruzione dilagante. Nonostante il secondo posto dei socialdemocratici, Zoran Milanović come capo dello Stato avrà un ruolo di primo piano nella formazione del futuro esecutivo e non è escluso un suo tentativo di di lavorare a un’ampia maggioranza che trovi nel programma del Partito socialdemocratico un minimo comune denominatore per mandare l’Unione democratica all’opposizione, nonostante la maggioranza relativa. Dalle istituzioni comunitarie è trapelato l’auspicio della riconferma a premier di Plenković che, negli anni al Governo, si è dimostrato leale a Bruxelles e ai partner del Patto Atlantico, al contrario di Milanovic che negli ultimi tempi ha mostrato una certa diffidenza nei confronti dell’establishment europeo e ha assunto delle posizioni distanti dalla galassia liberal-progressista.

Chi è Zoran Milanovic, il Donald Trump dei Balcani

Milanović è nato nel 1966 e si può dire che sia cresciuto a pane e politica. Suo padre, Stipe Milanović, è stato un esponente di spicco della Lega dei Comunisti di Jugoslavia e non volle che il figlio ricevesse il battesimo dopo la nascita. Ciononostante, la nonna del piccolo Milanović lo portò in gran segreto nella Chiesa di Santi Pietro e Paolo di Zagabria dove gli bagnarono il capo con l’acqua e fu invocata per lui la Santissima Trinità. I primi passi di militanza attiva sono stati compiuti intorno ai 30 anni nel neonato Partito socialdemocratico per cui ha gestito i rapporti con la Nato e ne è diventato il presidente nel 2007 dopo otto anni di attività partitica. Grazie alla sua leadership, i socialdemocratici nel 2011 sono approdati al governo e lo stesso Milanović è stato primo ministro fino al 2016, accrescendo di molto la sua popolarità che l’ha portato ad essere eletto prima carica dello Stato.

In questi quattro anni trascorsi a Palazzo del Bano – residenza del presidente della Repubblica – Milanović si è contraddistinto per un ragguardevole euroscetticismo, affermando che le istituzioni europee non si devono intromettere nella politica nazionale della Croazia, specialmente in riferimento al sostegno all’Ucraina. In più di un’occasione, il politico socialdemocratico ha accusato il governo ucraino e il motto “Slava Ukraini”, ovvero gloria all’Ucraina, di avere una matrice fascista mentre l’Occidente, a partire dalla Nato, è colpevole di aver fatto delle scelte miopi nelle relazioni con la Russia. La retorica sovranista e antibellicista di Milanovic, oltre alla sua amicizia con il premier ungherese Viktor Orban, hanno fatto storcere il naso ad alcuni analisti di area liberale che, a tal proposito, lo hanno definito il Trump dei Balcani.

Gli scenari per il post voto

L’ipotesi più plausibile è che Plenković sarà investito di un terzo mandato per governare altri quattro anni, ma per farlo ha bisogno di costruire un’ampia maggioranza. Certamente, l’attuale premier cercherà una sponda nel Movimento patriottico, formazione di destra radicale nata da una scissione dall’Unione democratica croata avvenuta all’insegna della polemica con la leadership moderata di Plenkovic. Il Movimento patriottico ha vinto la medaglia di bronzo nella competizione elettorale e ha ottenuto 14 seggi alla Sabor e si è detto disponibile a dialogare con l’HDZ, dietro alcune garanzie come ad esempio l’esclusione dei parlamentari rappresentanti della minoranza serba tra le file della compagine governativa. Plenkovic cercherà un canale d’interlocuzione anche con la destra cattolica di Most che il 17 aprile ha eletto otto deputati, ma il leader Metković Petrov ha già fatto sapere di non essere disponibile a fare la stampella di un ipotetico terzo governo Plenković.

L’SDP avrebbe possibilità di fare un governo di minoranza a partire da chi si è già dichiarato disponibile ad avviare un confronto come Sandra Benčić, la leader dei verdi di Možemo!, che vanta una pattuglia di sette parlamentari. Benčić si è rivolta ai socialdemocratici invitandoli a interloquire con tutte le forze politiche ad eccezione del Movimento patriottico, in modo da spodestare l’HDZ dopo otto anni di governo.

Tutti aspettano di capire quali saranno le mosse di Milanović, soprattutto se intenderà rassegnare le dimissioni da capo dello Stato per dare luogo in prima persona a un nuovo esecutivo. Non è un caso se già alcuni osservatori politici parlano di scenario slovacco, alludendo al governo di Robert Fico e alla presidenza di Peter Pellegrini che per via della loro sintonia con Putin rappresentano una spina nel fianco per l’Ue e a Bruxelles non vorrebbero che Zagabria potesse divenire la spina nell’altro fianco.