La bozza della riforma costituzionale voluta dal presidente Rodrigo Duterte, che intende trasformare le Filippine in uno Stato federale, potrebbe – in teoria – prorogare il suo mandato fino al 2030, ben oltre l’attuale limite di sei anni. In un recente discorso pubblico, il “Trump asiatico” – così come viene soprannominato dai media di tutto il mondo – ha affermato che lascerà l’incarico come previsto. Sempre nella stessa occasione, ha anche detto che si dimetterà quando gli verrà dimostrata “l’esistenza di Dio”.
Ma al di là dei proclami, delle frasi di cattivo gusto e di affermazioni particolarmente infelici che Duterte ha spesso lanciato negli ultimi anni, se la riforma verrà approvata, questa volta potrebbe davvero governare per molto tempo. Secondo diversi costituzionalisti, i poteri accordati al presidente permetterebbero di decidere per decreto il controllo del Paese per anni. Una storia che sembra ripetersi. Negli anni Settanta, infatti, Ferdinand Marcos revisionò la Costituzione, estendendo il suo mandato a vita.
In base alla nuova bozza proposta, le Filippine avranno ancora un presidente eletto direttamente attraverso un voto popolare nazionale, ma avranno anche 18 regioni federate con le loro assemblee regionali. Asia Times spiega che ci sarà anche una nuova Camera dei rappresentanti federale composta da 400 membri, che saranno eletti mediante una combinazione di voti diretti e rappresentazioni proporzionali. I senatori, quindi, non saranno più eletti alle elezioni nazionali, ma piuttosto tramite sondaggi regionali a livello statale.
Attualmente tutta l’attenzione è quindi puntata sulla Commissione per la transizione che Duterte presiede. È infatti quest’ultima che avrà il potere di emanare decreti e ordini esecutivi senza passare per l’approvazione del Congresso. Questa commissione, da lui istituita, è composta da 10 membri ed è incaricata di formulare e adottare un “piano per la transizione” al nuovo sistema di governo. Il punto – come ricorda su Lettera43 Cecilia Attanasio Ghezzi – è che da nessuna parte viene specificato cosa accade se la cosiddetta transizione dura più del mandato presidenziale.
Anche la Chiesa si è detta contraria alla nuova Costituzione. “L’attuale Costituzione delle Filippine, approvata nel 1987, non è perfetta e può ancora essere migliorata, ma non dovrebbe essere cambiata in questo momento, non con l’attuale Congresso e con l’attuale Presidente”, ha affermato all’agenzia Fides il Vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo, contestando il possibile cambiamento voluto da Duterte. Il religioso ha poi auspicato una “partecipazione critica” della popolazione al possibile cambiamento costituzionale. “Vogliono che il referendum venga fatto quest’anno. Quindi non ci sarebbe tempo per una adeguata consultazione e discussione. Ma perché tanta fretta? Vi è il forte sospetto che si vogliano evitare le elezioni, in modo da potere rimanere al potere”, ha aggiunto Pabillo.
Una piena modifica costituzionale, piuttosto che una semplice modifica dell’attuale Carta costituzionale, è, secondo Duterte, l’unico modo per ottenere una giusta distribuzione del potere tra il centro e le periferie. D’altronde, il “Trump Asiatico”, primo presidente filippino proveniente dalli’sola ribelle di Mindanao, ha fatto del decentramento politico dal nord industrializzato, verso il sud agricolo, una priorità politica fondamentale da quando ha vinto le elezioni. E in un Paese dominato da signori rurali e dinastie politiche urbane, il federalismo sarebbe probabilmente accolto con grande favore da gran parte dell’establishment politico a livello locale.
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