Mercoledì scorso il Congresso nazionale delle Filippine ha approvato la proroga della durata di un anno della legge marziale nella ribelle isola di Mindanao, nel sud del Paese, teatro lo scorso anno dell’offensiva dei gruppi locali affiliati allo Stato islamico che ha devastato la città di Marawi. A favore dell’allungamento hanno votato 235 deputati, mentre 28 si sono opposti alla misura e uno si è astenuto.
Il voto comporta la terza estensione consecutiva varata dal presidente Rodrigo Duterte proprio in concomitanza con l’assedio della città, iniziato il 23 maggio 2017. Le forze di sicurezza filippine hanno liberato Marawi dopo quasi cinque mesi di duri combattimenti e bombardamenti. Quando le truppe governative hanno dichiarato la vittoria sui jihadisti, gli scontri avevano già causato la morte di oltre mille persone, la distruzione di gran parte della città e circa 400mila sfollati.
Il leader filippino ha deciso di prorogare la legge marziale, che sarà in vigore fino al 31 dicembre del 2019, nonostante le polemiche di alcuni abitanti locali e di gruppi per i diritti umani, giustificando il provvedimento con la permanenza di sacche di insurrezione armata nell’isola. Secondo Duterte, le severe misure di sicurezza impediranno agli estremisti islamici di radunare le forze per provare a mettere in atto un altro attacco in stile Marawi.
In una recente lettera inviata al Congresso, Duterte ha dichiarato che “i terroristi, sotto l’influenza dell’Isis, continuano a sfidare il governo perpetrando attività ostili”. Secondo il segretario alla Difesa Delfin Lorenzana, sotto la legge marziale sono stati arrestati 143 sospetti islamisti, ma oltre duemila sarebbero ancora in libertà. “La fine dello stato di allerta – ha spiegato Lorenzana – permetterebbe ai gruppi terroristici dietro l’assedio di Marawi, come Abu Sayyaf, Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff) e Maute, di raggrupparsi”.
Ma a preoccupare il presidente filippino non ci sono solo i miliziani locali che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. Le aree a maggioranza musulmana dell’isola, tra le più povere della Nazione, infatti, da decenni sono teatro di scontri anche con i ribelli comunisti del New People’s Army (Npa) – in filippino Bagong Hukbong Bayan -, il braccio armato del Communist Party of the Philippines (Cpp). Questo gruppo – considerato da Manila, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea un’organizzazione terroristica – è stato fondato da Bernabe Buscayno – più conosciuto con il suo nome da battaglia Commander Dante – nel marzo del 1969 e controlla diverse parti del territorio, soprattutto le zone rurali del Paese.
All’inizio del mandato di Duterte, una trattativa di pace con i guerriglieri, che mirava alla fine dell’insorgenza comunista più lunga dell’Asia, faceva ben sperare. Ma il conflitto tra le forze governative e i ribelli si è riacceso il 23 novembre scorso, quando il presidente ha ufficialmente cancellato i negoziati di pace. E nell’ultimo periodo gli attacchi si sono intensificati in diverse zone.
Attualmente, secondo stime delle autorità filippine, i militanti rossi conterebbero su circa 4mila combattenti. Alla fine degli anni Ottanta erano stimati in più di 25mila. La rivolta comunista, in quasi cinque decenni di violenze, ha provocato la morte di oltre di 30mila persone.
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