Pronti al negoziato, ma anche alla guerra. Abbas Araghchi da Ankara non nasconde le prospettive dell’Iran nel quadro del confronto con Washington in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri iraniano in Turchia ha incontrato sia l’omologo Hakan Fidan sia il presidente Recep Tayyip Erdogan, titolari dell’ultima, e forse più ambiziosa, mediazione per porre fine alla minaccia di una guerra tra Washington e Teheran, sei mesi dopo l’assalto israeliano alla Repubblica Islamica nella guerra dei dodici giorni.

La sensazione è che un fine settimana critico per il futuro dei rapporti Usa-Iran si stia per aprire. E che la possibilità di un nuovo negoziato, su cui anche il presidente americano Donald Trump si è detto aperturista, non sia tramontata, ma che ci sia ancora molto da fare.

“Noi siamo pronti, sia alla guerra che a un negoziato”, ha detto Araghchi dopo l’incontro con Fidan, aggiungendo che però “l’Iran non accetta diktat, siamo pronti al dialogo, cogliamo un negoziato ma gli Usa devono capire che non si inizia con le minacce” una trattativa. Un messaggio, neanche troppo velato, al fatto che Teheran riconosce maggiormente gli sforzi dell’inviato speciale Steve Witkoff rispetto a quelli di Trump, orientati a un rilancio della massima pressione militare e politica dopo le proteste represse di inizio anno.

Araghchi ha ottenuto la sponda di Fidan: “I negoziati nucleari tra Usa e Iran devono essere rilanciati”, ha detto il capo diplomatico turco, sottolineando che “questi sforzi saranno fruttuosi per ogni parte in causa” e aggiungendo che a suo avviso all’Iran andrebbero rimosse le sanzioni, rilanciando la sua idea di un meccanismo d’integrazione turco-arabo-iraniano simile all’Unione Europea in Medio Oriente e criticando Israele che “sta provando a convincere gli Usa a intervenire in Iran”.

In questo contesto, è bene sottolineare come Ankara stia provando a tenere in piedi una mediazione in extremis laddove diplomaticamente avrebbe potuto inserirsi l’Unione Europea, autoesclusasi con la mossa della massima pressione antiraniana di ieri. La Turchia non vuole vedere il suo estero vicino deflagrare, e la prospettiva di una guerra Usa-Iran rischia di concretizzare tale minaccia. Riuscirà l’ascendente turco, spesso emerso nel secondo mandato di Trump, ad aprire una trattativa? I falchi di Washington e Teheran saranno ridimensionati? Domande che restano aperte mentre il Medio Oriente trattiene il fiato. E l’ombra della guerra non è ancora fugata.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto