Donald Trump spinge per un finale “nazionalpopolare” di campagna elettorale e, sentendo l’inerzia dalla sua, cerca di rafforzare la sua base di consensi sull’elettorato dell’America più identitaria, tra quegli “americani medi” spesso cercati sociologicamente e politicamente. La comunicazione di The Donald mira ora a conquistare un idealtipo di elettore anti-elitario, conservatore socialmente e libertario sul fronte economico e dei diritti, legato alla provincia e ai simboli del costume nazionale Usa. Un tipo di elettore prevalentemente bianco ma che, i sondaggi lo dimostrano, esiste in misura non secondaria anche tra le minoranze nere e latine. Trump cerca in questo elettorato la chiave di volta per conquistare il maggior numero possibile di Stati in bilico. Le presidenziali si decideranno in sette Stati: Nord Carolina, Georgia, Nevada, Pennsylvania, Michigan, Winsconsin, Arizona. Ed è sull’elettorato potenzialmente decisivo di questi Stati che The Donald punta, in un voto apertissimo.
Nelle ultime settimane questo è emerso in forma palese nella campagna elettorale. Trump si fa riprendere mentre serve hamburger e patatine a un McDonald’s, irridendo la rivale Kamala Harris circa le dichiarate passate esperienze della vicepresidente come lavoratrice in un fast food che a suo avviso non sarebbero provate. Posta sul suo profilo Instagram meme e immagini che lo rappresentano in pose come quella di un giocatore di football americano. Incassa gli endorsement di diverse figure iconiche in determinate nicchie del suo elettorato: dal cantante country Kid Rock al gruppo di motociclisti Bikers for America, passando per le star del wrestling Kane e The Undertaker e un ampio numero di giocatori della National Football League e lottatori di arti marziali miste (Mma).
Trump dunque si presenta come il campione dell’America che lavora e ha passioni semplici, tradizionali, immediate. L’America operosa che vuole sicurezza economica, stabilità sociale e pochi orpelli ideologici, come testimoniato dalla spinta su Trump degli esponenti di un tipo di entertainment a dir poco politicamente scorretto. Nella sua narrazione è il “presidente del popolo” contro Kamala, la donna delle élite appoggiata dalle star di Hollywood e dalle pop-star come Taylor Swift. Il sottotesto è chiaro: Trump è l’America reale, Harris vive in una bolla e, di conseguenza, non è affidabile come presidente.
Tutto questo emerge nello stile comunicativo di Trump a fronte della sostanziale rigidità e distanza dal grande pubblico della candidata americana. Il presidente uscente Joe Biden si è dimostrato capace di empatia e trasversalità: ha sfilato con i lavoratori dell’auto in sciopero ai picchetti, ha mirato a unire con le idee la base democratica, ha parlato all’America piccolo-borghese e tradizionale di cui, del resto, è figlio. La californiana Harris appare, invece, arroccata nella linea secondo cui il principale motivo per cui dovrebbe esser scelta come presidente è la sua alterità a Trump.
In una politica che è soprattutto comunicazione The Donald prova a vincere la battaglia della visibilità. E se riuscirà a farlo sarà solo per rifiuto di competere da parte di Harris: la vice dell’amministrazione che più ha espanso produzione industriale e salari operai negli ultimi decenni e ha attratto maggiori investimenti per modernizzare l’America profonda è presentata come una donna distante dal popolo da un ex presidente miliardario, sostenuto dall’uomo più ricco al mondo (Elon Musk) e da buona parte del gotha della finanza di Wall Street. E questo è un successo comunicativo di The Donald.
Da Bill Ackman di Pershing Square Capital Management al “guru” motivazionale della finanza Robert Kiyosaki, passando per i Ceo di Blackstone, Stephen Schwarzmann, e Elliott, Paul Singer, e per i pionieri libertari del settore tecnologico come Peter Thiel, per arrivare a J.D. Vance, candidato vicepresidente ex venture capitalist, l’abbraccio tra Donald Trump e l’alta finanza Usa è più forte oggi che nel 2016 e nel 2020. Trump propone più deregolamentazione finanziaria, meno tasse, un’America a uso e consumo dell’1%. Ma la vuole costruire col voto degli Stati Uniti “profondi”, con il volto bonario del comandante in capo nazionalpopolare. Dissonanza cognitiva? Forse sì. Ma dà l’idea di quanto, nonostante tutto, The Donald tenga il pallino del gioco in mano in vista del voto del 5 novembre, che è tutt’altro che già deciso.

