Fango sul Re, bastoni su Sanchez: l’alluvione ricorda quanto è difficile unire la Spagna

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Le palle di fango lanciate su Re Filippo VI, il bastone lanciato da un manifestante contro il presidente del Governo Pedro Sanchez che ha costretto il premier a evacuare per motivi di sicurezza, le grida di “assassini”: la visita delle autorità spagnole nelle aree colpite dalla devastante alluvione del 30 ottobre nella Comunità Valenciana si è risolta in un disastro d’immagine che interroga nel profondo il Paese circa la fragile tenuta di un senso di comunità nazionale.

Il corteo della discordia

Il corteo giunto nella città di Paiporta, flagellata dall’inondazione, comprendeva anche il presidente della Generalitat, Carlos Mazón, ed è stato oggetto della rabbia dei locali, che hanno mostrato la tensione, lo sconforto e il senso di abbandono per soccorsi ritenuti tardivi. Nella contestazione al monarca, simbolo dell’unità nazionale, al primo ministro socialista e al locale leader del Partito Popolare si sostanzia la rabbia profonda che permea la Comunità Valenciana ma anche, se non soprattutto, la fragilità del progetto di unità nazionale su cui Sanchez sta spendendo il suo intero capitale politico nel suo terzo esecutivo e che Re Filippo VI ha, nei fatti, assecondato.

Su questo piano urge definire scenari paralleli. Il primo è quello degli oggettivi problemi e ritardi di fronte alla risposta alla “Dana” che ha prodotto l’alluvione e la morte di oltre 200 persone, in cui tanto il governo di Madrid quanto le autorità di Valencia non sono esenti da critiche. Come ha ricordato EuroWeekly, “l’agenzia della protezione civile, supervisionata dal governo regionale, ha diramato un’allerta di emergenza ai telefoni delle persone dentro e intorno alla città di Valencia dopo le 20 di martedì 29 ottobre, quando ormai l’acqua dell’alluvione stava già salendo in molte aree e in alcuni casi era diventata molto profonda e stava iniziando a distruggere le infrastrutture“. Al contempo, il governo Sanchez “ha dovuto affrontare pesanti critiche per non aver mobilitato prima l’esercito e per aver rifiutato un’offerta del governo francese di inviare 200 vigili del fuoco per aiutare nelle operazioni di ricerca e soccorso”.

Il secondo piano, più complesso, è quello dell’atavica insoddisfazione di una parte di Spagna verso lo Stato centrale. La Comunità Valenciana, meno dei Paesi Baschi, della Catalogna e della Galizia, presenta una peculiare tendenza identitaria. E questo è già un primo fattore di distacco tra Valencia e Madrid. A cui si aggiungono elementi squisitamente politici: da un lato, la diversità di colore dei governi nazionali e locali in un’epoca di fortissima polarizzazione ha prodotto un rimpallo di responsabilità.

Dall’altro, Pedro Sanchez e Filippo VI sono uniti dal comune progetto di ricucire il Paese, di cui l’attuale esecutivo guidato dal leader socialista ed esteso alla sinistra di Sumar e a un’ampia galassia di autonomisti dovrebbe essere l’artefice. Creando il paradosso di una monarchia ritenuta distante dai suoi doveri unificatori dalla destra popolare e addirittura spesso additata come anti-patriottica dall’ultradestra di Vox.

L’alluvione e la “nazione senza Stato”

Ne consegue che né i maggiori partiti né le stesse istituzioni reali sono viste come totalmente e definitivamente unificatrici. E si rischia la deriva nelle narrazioni partigiane. La destra spagnola sta provando, tramite i suoi commentatori sui social e diversi opinionisti, a usare l’occasione per dividere Filippo e Sanchez, presentando un Re che “resiste” vicino ai suoi sudditi e Sanchez che si dà alla fuga. Dimenticando il dettaglio dell’aggressione comune subita e dell’attacco fisico subito da Sanchez.

La politologa dell’Università Autonoma di Madrid Máriam Martínez-Bascuñán ha commentato con un interessante editoriale su El Pais i fatti di Paiporta, sottolineando che da tempo diversi esponenti politici “stimolano un discorso che cerca di aprire ulteriormente le ferite o far sanguinare le cicatrici” del Paese, sottolineando che anche sull’alluvione non si sia fatta eccezione. Santiago Abascal, leader di Vox, al governo nella Comunità Valenciana come partner dei popolari, ha ad esempio incolpato Sanchez come “responsabile” dei danni e dei mancati soccorsi. Per a docente figure come Abascal parlano di “Stato fallito – come se le Comunità Autonome non lo fossero – pensando forse di non essere sul Titanic” assieme al resto degli spagnoli.

Non sanno, si domanda la politologa, “che esternare una tale disgrazia cercando la colpa e la punizione ci porta nel pantano dell’antipolitica”? Il nuovo motto che emerge all’ombra dell’alluvione è “Spagna, nazione senza Stato”. Una narrazione in continuità con le critiche al progetto nazionale di Filippo VI e Sanchez che di fronte all’alluvione mostra tutte le sue fragilità laddove i poteri chiamati a ricucire il Paese, dando voce alle territorialità del Paese iberico e rompendo le vocazioni neo-centraliste e le nostalgie nazionaliste di un tempo, non sono ritenuti come unificanti. E, questo è stato il caso, compiono passi forse affrettati verso una popolazione comprensibilmente spaesata e traumatizzata. Che chiede protezione e certezze, quel che un Paese in salute su molti fronti (dall’economia al lavoro) come la Spagna può garantire ma per ragioni di polarizzazione politica ha molte difficoltà a garantire.