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I colloqui tra i comandanti dell’esercito indiano e quello cinese per smobilitare le truppe dalle aree chiave lungo il confine che separa i due giganti asiatici si sono conclusi con uno stallo che sa di fallimento, e non sono riusciti ad allentare la tensione che da 17 mesi intercorre tra Cina e India e che a volte ha portato a veri e propri scontri sanguinosi.

Giovedì scorso, il ministero degli Affari Esteri di Nuova Delhi aveva affermato che si aspettava che Pechino lavorasse per una rapida risoluzione del problema che caratterizza la Lac (Line of Actual Control – Linea di Controllo Effettivo) nel Ladakh orientale rispettando pienamente gli accordi e i protocolli bilaterali. Il tredicesimo round di consultazioni, però, si è risolto in un ennesimo nulla di fatto, perciò le due nazioni continueranno a mantenere inalterata la loro presenza militare lungo quel delicato confine.

Il ministero della Difesa indiano, in una dichiarazione riportata da Associated Press, ha affermato di aver fornito “suggerimenti costruttivi”, ma la parte cinese “non è stata d’accordo” e “non ha potuto fornire alcuna proposta lungimirante”. Una dichiarazione di un portavoce militare cinese ha affermato che “la parte indiana si attiene a richieste irragionevoli e irrealistiche, aggiungendo difficoltà ai negoziati”. I comandanti di entrambi gli schieramenti si sono incontrati domenica 10 ottobre, dopo un intervallo di due mesi, a Moldo dalla parte cinese nell’area del Ladakh.

Da febbraio, India e Cina hanno ritirato le truppe da alcuni siti che sono stati teatro di scontro nel recente passato sulle sponde settentrionali e meridionali del lago Pangong Tso, da Gogra e dalla valle di Galwan, ma continuano a mantenere una forte presenza militare in tutta l’area che va oltre quella di confine per estendersi strategicamente nelle rispettive “retrovie”.

I colloqui di domenica sono arrivati in un clima di frustrazione, espressa dal capo dell’esercito indiano, per quello che ha definito un massiccio dispiegamento di truppe e armi da parte cinese. “Sì, è motivo di preoccupazione che l’ammassamento su larga scala si sia verificato e continui a essere in atto, e per sostenere quel tipo di azione, c’è stata una quantità uguale di sviluppo infrastrutturale da parte cinese”, ha affermato il capo di Stato maggiore generale Naravane.

“Quindi significa che loro (la Cina) sono lì per restare. Stiamo monitorando da vicino tutti questi sviluppi, ma se sono lì per rimanere, anche noi siamo lì per rimanere”, ha detto. Naravane ha anche affermato che se l’esercito cinese mantiene il dispiegamento nella zona contestata anche durante il secondo inverno consecutivo, potrebbe portare a una situazione simile alla Loc (Line of Control), anche se non di tipo attivo, come nel caso del Pakistan sul fronte occidentale. Il capo dell’esercito indiano ha anche detto che dopo lo stallo nel Ladakh orientale, le forze armate si sono rese conto che dovevano fare di più nell’area dell’Isr (intelligence, sorveglianza e ricognizione) quindi il processo di modernizzazione è stato lo sforzo più grande nell’ultimo anno.

La dichiarazione del colonnello cinese Long Shaohua, del comando del teatro occidentale, ha d’altronde lasciato poco spazio per l’ottimismo. Il colonnello ha affermato che “la determinazione della Cina a salvaguardare la propria sovranità è incrollabile e la Cina spera che l’India non giudichi male la situazione”.

Solitamente il rigido inverno che si ha sul “tetto del mondo” causa il ritiro delle rispettive truppe nelle loro tradizionali posizioni estive, ma da quando è iniziato lo scontro, nel maggio 2020, hanno continuato a rimanere vicino al confine conteso. Attualmente si calcola che nell’area contesa lungo la Lac siano schierati da 50mila a 60mila soldati di entrambe le parti sostenuti da artiglieria, carri armati, droni e aerei da combattimento.

La Line of Actual Control separa i territori cinesi e indiani dal Ladakh, nel Kashmir, sino all’Arunachal Pradesh, nel settore orientale. Proprio da questa regione, in particolare da Tawang, arriva l’ultima notizia che fa capire come la tensione non sia affatto diminuita tra le parti: venerdì 8 ottobre circa 200 soldati cinesi sono stati temporaneamente catturati dalle forze indiane quando hanno sconfinato, provenendo dal Tibet, nel tentativo di danneggiare dei bunker non occupati. “L’incidente” è avvenuto presso i posti di confine di Bum La e Yangtse, ma da fonti indiane sappiamo che è stato subito risolto dai comandanti locali e i soldati cinesi sono stati quasi immediatamente rilasciati. Quanto avvenuto, però, permette di capire come la situazione sia tutt’altro che in fase di de-escalation, soprattutto perché la Cina, in breve tempo, ha costruito dozzine di grandi strutture a prova di intemperie lungo la Lac nel Ladakh orientale oltre ad aver spinto sull’acceleratore per quanto riguarda la costruzione di infrastrutture nelle sue retrovie: queste comprendono tutta una serie di nuovi eliporti, l’ampliamento delle piste di atterraggio, nuove caserme, nuovi siti di missili terra-aria e posizioni radar.

Curiosamente, un giorno dopo l’intrusione nell’Arunachal Pradesh e un giorno prima dei colloqui ufficiali, sui social media sono comparse delle immagini che sembra siano state scattate nei momenti immediatamente successivi agli scontri dello scorso maggio che mostrano soldati indiani prigionieri. Ancora non è stato possibile stabilirne l’autenticità, o l’esatto momento in cui sono state riprese, ma secondo alcuni esperti i cinesi le avrebbero divulgate per spostare l’attenzione dalla fallita incursione a Tawang e dalla detenzione dei suoi soldati da parte dell’India. Quanto la divulgazione di queste fotografie abbia potuto minare i già traballanti colloqui, non è dato saperlo.