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Le armi e munizioni destinate all’opposizione siriana cosiddetta “moderata” e inviate da Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Stati Uniti potrebbero essere finite nelle mani dei terroristi di Al-Nusra, la diramazione siriana di Al Qaida (ora Hayat Tahrir al-Sham). Ad affermarlo Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, ministro degli Esteri del Qatar tra il 1992 e il 2013. Sebbene sia nota la rivalità tra Arabia Saudita e Qatar, acutizzatasi nell’ultimo anno, Hamad bin Jassim afferma che quando la crisi siriana scoppiò nel 2011 Doha, Riyad e Washington “erano in una sola trincea”, su un unico fronte, nel sostenere i ribelli anti-Assad. L’intervista all’ex ministro è andata in onda su Qatar Tv lo scorso 25 ottobre.

Quelle armi finite nelle mani di Al Qaida

Secondo l’ex ministro, tutti gli aiuti destinati ai ribelli siriani passavano dal confine con la Turchia, attraverso operazioni militari coordinate dagli Stati Uniti. “Tutti gli aiuti distribuiti sul territorio siriano sono stati coordinati anche dalle forze americane”, ha detto Hamad bin Jassim nel corso dell’intervista. Operazioni che, evidentemente, non sempre sono andate a buon fine: “Probabilmente c’è stata qualche ‘interazione’ con i miliziani di Al-Nusra (Al Qaida)”, ha ammesso l’ex ministro secondo il quale , al contrario, “lo Stato Islamico non ha mai ricevuto questo genere di aiuti. Ci siamo concentrati sulla liberazione della Siria, ma tutti stavamo combattendo contro la preda [Siria] e ora questa non c’è più. E molte persone sono morte”, ha osservato. 

Stati Uniti sotto accusa

Non è la prima volta che gli aiuti statunitensi finiscono nelle mani sbagliate. Lo scorso maggio, un documento declassificato del Dipartimento di Difesa USA ha messo in evidenza come sia tuttora sconosciuto il destino di ben 1 miliardo di dollari in armi e attrezzature destinato all’esercito iracheno: documentazione stata resa nota su sollecitazione di Amnesty International sulla base del Freedom of Information Act (FOIA). Armi che, anche in quel caso, potrebbero essere finite nelle mani dei terroristi.

Recentemente, secondo quanto reso noto dall’esercito siriano fedele al presidente Bashar al-Assad, armi prodotte negli Stati Uniti, in Belgio e in Gran Bretagna sono state rinvenute in un deposito strappato allo Stato islamico in Siria. L’arsenale è stato trovato all’interno di un magazzino nella città di Al Mayadin, recentemente liberata dalle forze lealiste. Al Mayadin era un centro logistico molto importante e strategico per lo Stato islamico, dotato di un fitto sistema ben organizzato di magazzini e laboratori. Dopo la sua liberazione, le truppe siriano hanno rinvenuto armi di piccolo calibro e armi anti-carro, pezzi di artiglieria prodotti in casa, nonché carri e mezzi corazzati che i terroristi avevano sottratto all’esercito iracheno. 

Quell’offerta (rifiutata) delle monarchie del Golfo ad Assad

La convergenza strategica tra Doha e Riyad contro la Siria è dimostrata da un episodio cruciale del conflitto siriano raccontato dal giornalista Alberto Negri nel suo ultimo libro Il Musulmano Errante. Storia degli alauiti e dei Misteri del Medio Oriente(Rosenberg&Sellier, 2017): “Nei mesi seguiti alla rivolta anti-Assad, cominciata nel marzo del 2011 a Daraa, una delegazione degli Emirati, in rappresentanza del Consiglio di cooperazione del Golfo, andò a Damasco per incontrare il presidente siriano. Sul tavolo venne messe un’offerta: l’equivalente di tre anni di bilancio dello stato siriano per spingere Assad a rompere i legami con Tehran. Se l’avesse accettata le monarchie del Golfo si sarebbero impegnate a far cessare la rivolta contro il regime alauita”. Offerta rispedita al mittente dal ràis nel nome di quel legame che lega Damasco e Tehran che nemmeno i petrodollari hanno potuto mettere in discussione.