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Politica

Evrazia, il laboratorio dell’influenza russa che migra oltre la Moldavia

In Moldavia il nome “Evrazia” è diventato sinonimo di interferenza: un’organizzazione filorussa che, secondo inchieste giornalistiche e atti ufficiali, ha usato denaro, propaganda e logistica per spingere gli elettori contro l’integrazione europea e destabilizzare le istituzioni. A finanziare e ispirare...

In Moldavia il nome “Evrazia” è diventato sinonimo di interferenza: un’organizzazione filorussa che, secondo inchieste giornalistiche e atti ufficiali, ha usato denaro, propaganda e logistica per spingere gli elettori contro l’integrazione europea e destabilizzare le istituzioni. A finanziare e ispirare la rete sarebbe l’oligarca in fuga Ilan Shor, già al centro di scandali e sanzioni occidentali; l’obiettivo, costruire un’identità “eurasiatica” alternativa a quella europea, alimentando paure socio-economiche e sfiducia verso il governo di Maia Sandu. Le ricostruzioni dell’OCCRP hanno documentato pagamenti a cittadini, canali media “grigi” e un apparato che mescola attivismo politico e flussi illeciti per decine di milioni di euro. Il Parlamento europeo ha stigmatizzato questo tipo di ingerenze come parte di una strategia russa più ampia.

Il denaro come arma politica

Il caso moldavo svela il cuore della dottrina: spostare pochi punti percentuali dell’opinione pubblica costa meno che muovere carri armati. Le autorità di Chișinău hanno parlato di centinaia di milioni di euro spesi da reti legate a Mosca per comprare voti e manipolare il referendum pro-UE e le presidenziali, mentre Londra ha sanzionato il gruppo pro-russo che avrebbe provato a truccare la consultazione. È una “guerra economica” di micro-pagamenti: contanti, servizi, rimborsi viaggio, piccoli lavori propagandistici su Telegram e TikTok, cuciti addosso a comunità vulnerabili e a una diaspora ampia. Pur tra ingenti interferenze, il campo europeista ha retto, ma il messaggio è chiaro: bastano risorse liquide e catene di intermediari per stressare democrazie fragili. 

Dal laboratorio moldavo all’export d’influenza

La lezione appresa in Moldavia viene ora esportata. Fonti specializzate indicano che Evrazia sta ampliando il proprio raggio d’azione nel Caucaso e in Asia centrale, con particolare attenzione al Kirghizistan. Qui la dipendenza economica da Mosca e l’intreccio finanziario con banche e imprese russe rendono il terreno più permeabile a narrazioni anti-occidentali e anti-riforma, specie in fasi di stress macroeconomico o di attrito con sanzioni. L’obiettivo non è conquistare governi dall’oggi al domani, ma creare “correnti di fondo” capaci di frenare riforme, accordi con l’UE e allineamenti con Washington, mantenendo i Paesi nel cono d’ombra del Cremlino. 

Strumenti: propaganda, partiti ponte, cash flow opaco

Il toolkit è ormai riconoscibile. Primo, ecosistemi mediatici ibridi: canali Telegram, siti clone, pagine Facebook che amplificano temi economici sensibili (bollette, salari, prezzi dei cereali) legandoli a un responsabile esterno: l’Occidente, le sanzioni, l’UE. Secondo, “partiti ponte” e figure locali con forte radicamento territoriale (come in Găgăuzia), utili per far circolare fondi, mobilitare piazze e dare legittimità alle narrazioni. Terzo, catene finanziarie che sfruttano ONG e associazioni come condotti, riducendo la tracciabilità e spalmando le responsabilità. Quando la pressione legale aumenta, subentrano contropubbliche relazioni e vittimizzazione: “persecuzione politica”, “giustizia di regime”. È una strategia a bassa intensità, ma ad alta resilienza. 

Implicazioni economiche: il costo dell’instabilità

Ogni ciclo di interferenza ha un prezzo: fuga di investimenti, premi di rischio più alti, ritardi nei programmi con FMI e Banca Mondiale, e rialzo dei costi di finanziamento del debito. In Moldavia, la sola percezione di caos politico irrigidisce il credito e sposta capitali verso settori informali, mentre la diaspora – fondamentale per le rimesse – diventa bersaglio di campagne polarizzanti. Nei Paesi dell’Asia centrale, la dipendenza dalle rimesse russe e dai corridoi logistici che attraversano la Federazione rende gli shock d’influenza ancora più incisivi: basta una campagna mirata per condizionare scelte su tariffe doganali, concessioni minerarie o hub energetici. Così la propaganda diventa un moltiplicatore di rendite geopolitiche.

Valutazione strategica: la guerra lenta del Cremlino

La traiettoria è coerente con la dottrina russa di conflitto “gray zone”: saturare lo spazio informativo, sfruttare vulnerabilità economiche, cooptare élite locali, forzare le democrazie a difendersi sul terreno più costoso, quello della legalità e della trasparenza. In Moldavia, nonostante l’offensiva, il risultato elettorale ha premiato i pro-UE, segnale che la tenuta istituzionale e la convergenza con Bruxelles possono neutralizzare l’ingegneria del consenso quando si investe in alfabetizzazione mediatica, contrasto ai flussi illeciti e diplomazia economica. Ma il gioco è lungo: perdere un’elezione non significa abbandonare il campo, bensì spostarlo in periferia, dove i costi di reazione occidentali sono più alti e l’attenzione mediatica minore.

Cosa fare: tre cantieri per l’Europa

Primo, trasparenza finanziaria radicale su ONG e partiti, con cooperazione giudiziaria rapida e mirata su cash flow transfrontalieri; le sanzioni sono efficaci se colpiscono le catene logistiche del denaro, non solo i volti noti. Secondo, difesa cognitiva: programmi permanenti di educazione ai media, più task force che parlino la lingua dei territori, non solo quella delle capitali. Terzo, diplomazia economica: fornire alternative concrete su energia, credito e infrastrutture, perché senza crescita ogni narrazione anti-occidentale trova terreno fertile. La Moldavia ha dimostrato che resistere è possibile; l’espansione di Evrazia verso il Kirghizistan ricorda che la contesa non è confinata a un Paese, ma a un’intera cintura geopolitica che va messa in sicurezza con strumenti civili, prima ancora che militari.

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