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Le tensioni politiche in Bolivia continuano ad aggravarsi ed il Paese rischia di avvicinarsi, inesorabilmente, al baratro del caos politico e dell’instabilità diffusa. Luis Fernando Camacho, leader civico e figura chiave dell’opposizione, ha esortato gli oppositori del presidente Evo Morales a paralizzare le attività del governo. Durante un comizio svoltosi nella città di Santa Cruz, caposaldo delle forze anti-Morales, Camacho ha espresso l’intenzione di voler radicalizzare, insieme agli altri leader, lo sciopero civico indeterminato contro il governo ed ha annunciato che marcerà verso La Paz per consegnare una lettera di dimissioni da far firmare al Presidente. Il Capo di Stato non ha inoltre adempiuto all’ultimatum, fissato proprio da Camacho e scaduto lunedì sera, di abbandonare l’incarico presidenziale.

Gli sviluppi

Le proteste hanno iniziato a colpire la Bolivia dopo la contestata vittoria elettorale di Morales al primo turno delle presidenziali svoltesi il 20 ottobre. Il Capo di Stato, secondo i dati ufficiali, si è imposto con il 47 per cento dei voti contro il 36 per cento ottenuto da Carlos Mesa, esponente del centrodestra e suo rivale più immediato. L’opposizione, però, ha espresso dubbi e scetticismo su questi dati che sarebbero frutto, a loro dire, di brogli. La percentuale di suffragi ottenuta da Morales, infatti, consente al leader progressista di evitare un pericoloso ballottaggio dove Mesa avrebbe potuto contare sul sostegno degli altri candidati dell’opposizione e ciò avrebbe potuto rivelarsi politicamente letale per l’amministrazione uscente. Questi sviluppi hanno portato il Paese molto vicino alla guerra civile: i sostenitori dell’opposizione hanno indetto manifestazioni e si sono scontrati tanto con la polizia quanto con i supporter di Morales, accusato di voler trasformare la Bolivia in un nuovo Venezuela. Il bilancio delle violenze ha visto la morte di almeno due persone ed il ferimento di 140, i dimostranti hanno poi iniziato ad erigere blocchi stradali nella speranza di paralizzare il Paese e costringere l’esecutivo a cedere. L’Organizzazione degli Stati Americani (Oas), che già aveva espresso perplessità sull’esito del voto, sta conducendo un’inchiesta sui risultati elettorali dopo un accordo raggiunto con il governo del Paese. Mesa, però, ha rifiutato di prendervi parte chiedendo, innanzitutto l’annullamento dei risultati del primo turno.

Le prospettive

La radicalizzazione del confronto tra l’amministrazione progressista del Paese ed i gruppi civici e politici dell’opposizione ha un aspetto paradossale: lo stesso Morales, ex sindacalista e coltivatore di coca, si era posto alla testa di massicce e radicali dimostrazioni di massa, tra il 2003 ed il 2005, che avevano portato alla caduta del presidente Gustavo Sanchez de Lozada ed in seguito proprio di Carlos Mesa. L’unica via per sbloccare la complessa situazione che si è venuta a creare pare, al momento, quella di procedere ad un nuovo scrutinio con condizioni che risultino accettabili per entrambe le parti in causa. Bisognerà vedere, però, se le relazioni tra i due schieramenti  non siano così tanto deteriorate da inibire ogni forma di dialogo e di accordo, seppur provvisorio. Sullo sfondo restano le gravi tensioni sociali che stanno percorrendo od hanno percorso svariate nazioni dell’America Latina, dal Cile all’Ecuador e che sembrano aver coinvolto, ormai, anche la Bolivia. Il presidente Evo Morales, giunto al quarto mandato ed al potere dal 2006, rischia di perdere il controllo del Paese e con lui la sinistra latinoamericana potrebbe subire una cocente sconfitta.