La tesi centrale di Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci – il nuovo libro di Gabriele Guzzi, tra i più brillanti economisti e filosofi della nuova generazione, edito da Fazi con prefazione di Lucio Caracciolo – è tanto semplice quanto spietata: “La crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione europea. La causa della crisi dell’Ue è l’Ue stessa”.

Ospite lunedì 10 novembre sul canale Instagram di InsideOver, Guzzi, classe 1993, già consulente economico a Palazzo Chigi, dottore di ricerca all’Università Roma Tre professore a contratto in Economia dell’integrazione europea e Storia economica all’Università di Cassino, nonché collaboratore di varie testate tra cui Il Fatto Quotidiano e Limes, ha offerto ai nostri lettori e follower una diagnosi lucida e impietosa del fallimento strutturale dell’Unione Europea, così come è stata concepita e realizzata. Lungi dall’essere la salvezza promessa, l’Ue si è rivelata il principale artefice del nostro declino: ha privato l’Italia degli strumenti indispensabili non solo per sostenere la propria economia – condannandola a decenni di stagnazione – ma anche per garantire l’efficace funzionamento del proprio sistema democratico.
Con questo libro straordinariamente coraggioso, rigorosamente documentato eppure accessibile a tutti, che respinge con decisione le tesi economicistiche e riduzioniste senza mai trascurare la dimensione della Politica con la P maiuscola, Guzzi ha innanzitutto il grande merito di aprire un dibattito su un tema cruciale per il futuro del nostro Paese: un tema di cui, finora, non si è potuto parlare. Non solo analizzando il fallimento strutturale dell’Unione europea e dell’euro, dati, alla mano, ma anche ipotizzando delle possibili soluzioni. Delle possibili vie d’uscita che contemplano anche – ma non solo – la nostra uscita dalla moneta unica.
L’assuefazione al declino
Le statistiche che raccontano ciò che è accaduto al nostro Paese sono spaventose ma, come osserva Guzzi, ci siamo talmente “assuefatti” al declino da non farci più caso. Eppure dovremmo chiederci: com’è stato possibile tutto questo? Come osserva l’autore, alla fine degli anni Ottanta, il “Pil pro capite italiano a parità di potere d’acquisto vale il 99 per cento di quello tedesco, il 106 per cento di quello francese, quasi il 120 per cento quello del Regno Unito, l’85 per cento di quello americano. È il periodo in cui l’Italia si afferma come inedita potenza economica”.
Dopo un periodo di relativa stabilità, il vero punto di svolta incomincia nel 1996, “ossia da quando il processo di integrazione monetaria prende seriamente piede. Da quel momento perdiamo velocemente terreno rispetto a tutte le altre economie. Dall’euro in poi, e soprattutto dalla gestione suicidaria dei debiti sovrani, l’Italia dissipa tutta la crescita economica relativa conquistata nei decenni passati”. Sostanzialmente, spiega Guzzi, “l’euro ha eliminato quarant’anni di sviluppo economico del nostro Paese relativamente alle altre nazioni, riportandoci alla condizione che avevamo all’incirca alla fine del miracolo economico”, tornando indietro di mezzo secolo come una macchina del tempo.
Naturalmente, nel libro non si parla solo dell’euro e del sistema “ordoliberale” che lo sostiene e lo ha promosso. Uno dei passaggi più controversi del processo di integrazione europea, come spiega Guzzi, è stato il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1° novembre 1993, che ha istituito ufficialmente l’Unione europea. E non c’entrano nulla i genuini e rispettabilissimi ideali “europeisti” ma l’approccio tecnocratico e “impolitico” che è stato addottato e che pesa, come un macigno, sulle nostre spalle. Guzzi cita a tal proposito Luciano Gallino, il quale scrisse che il Trattato di Maastricht “assomiglia più allo statuto di una camera di commercio che a un documento politico”. Questo ha esposto – e l’autore spiega bene il perché – le “economie a fragilità strutturali, a divergenze tra zone diversamente produttive, ad accentramenti finanziari, a vulnerabilità democratiche, a conflitti tra Paesi”.
Perché, in conclusione, “c’è un evidente filo rosso che lega i difetti originali dell’Ue con l’inconsistenza dell’Europa dei nuovi contesti di conflittualità internazionale”. E l’integrazione europea, se leggerete questo libro, capirete perché – per come è stata realizzata – è una delle causi principali del declino geopolitico del continente. E per tentare di percorrere un’alternativa, serve innanzitutto prenderne coscienza.
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