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La Spagna potrebbe rinunciare ai prestiti offerti dall’Europa. L’indiscrezione arriva dal quotidiano spagnolo El Pais. Secondo fonti interne al governo di Pedro Sanchez, Madrid fino a questo momento non avrebbe accolto con estremo interesse le proposte di fiumi di soldi in arrivo dall’unione europea. Bene i soldi a fondo perduto erogati attraverso il Recovery Fund, ma per quanto riguarda quelli in forma di prestiti, l’idea che hanno all’interno dell’esecutivo iberico è di evitare di chiederli. Troppi i rischi per il Paese  e soprattutto troppo lunghi – spiegano da Madrid – i tempi di attesa. “La Commissione europea consente di richiedere i prestiti fino a luglio 2023. Cosa ci si guadagna richiedendoli adesso? Lo faremo, se ne avremo bisogno, per il periodo 2024-2026”, hanno detto le fonti governative al Pais. Tradotto: meglio i sussidi a fondo perduto e subito (in pratica per il biennio 2021-2023) invece di crediti che, in ogni caso, sono non solo da restituire ma provocano, proprio per questo motivo, ulteriore debito.

Le motivazioni per ora non sono chiarissime. Il quotidiano spagnolo azzarda almeno tre ragioni. La prima è che la Bce, con le sue manovre per i debiti dei Paesi Ue, di fatto ha azzerato il rischio di eccessivi rialzi sui tassi di interesse. La seconda è di natura più in generale politica: a Madrid non hanno ancora ben chiare le condizionalità poste attraverso il prestiti erogati con il Recovery Fund e temono che a Bruxelles, prima o poi, si decidano a un nuovo giro di vite che pretenda aggiustamenti profondi sui bilanci e sul debito. C’è poi anche l’ipotesi che questi soldi prestati siano addirittura troppi, rimanendo incastrati all’interno della burocrazia statale e regionale. Tutte ragioni che per adesso hanno spento l’entusiasmo di Sanchez per il piano approvato da Bruxelles e che starebbero spingendo il suo governo a rifiutare una cifra estremamente considerevole di soldi, circa 70 miliardi.

Dal caso particolare a quello generale, quello che traspare da questi mesi post-accordo in Europa è che alla fine, dei soldi europei, siano preoccupati più o meno tutti. Dai governi più europeisti a quelli smaccatamente contrari a certe logiche unitarie. Nessuno, fino ad ora, ha voluto dire il suo sì al Mes, pur con tutte le condizionalità azzerate come richiesto dagli Stati più preoccupati. E adesso il problema riguarda anche i prestiti inseriti nel pacchetto sul Recovery, considerati pericolosi anche da quei governi che hanno annunciato come un trionfo i risultati delle riunione a Bruxelles. Il governo italiano ha fatto una lunga guerra di logoramento per ottenere un Mes senza condizioni, ma Giuseppe Conte ha detto chiaramente di non volerlo richiedere perché provocherebbe sacrifici e tasse. Il governo spagnolo, insieme al blocco “mediterraneo” e alla Germania, ha ottenuto un pacchetto Ue con fondi in prestito e a fondo perduto annunciati come manna dal cielo dallo stesso premier socialista, e adesso inizia già a fare marcia indietro sulla quota non risibile di 70 miliardi di crediti. Antonio Costa, il socialista che più di tutti ha fatto i compiti a casa tanto da diventare una sorta di emblema della sinistra che accetta i “suggerimenti” di Francoforte e Bruxelles, ha già messo in chiaro di non avere intenzione di fare richiesta di prestiti, anticipando la linea del suo vicino iberico. E secondo alcune fonti, sembra che la linea seguita da Lisbona e Madrid sia la stessa che vogliono intraprendere Parigi e Roma, che sembrano orientate a chiedere i soldi a fondo perduto per i progetti di investimento e solo in un secondo momento, se con l’acqua alla gola, a chiedere le tranche in prestito.

Una scelta che chiaramente non è priva di rischi. La Banca centrale europea fino a questo momento ha scelto una politica da vera banca centrale con il presupposto che i governi Ue accettassero anche il sistema di crediti offerti dall’Europa. È chiaro che le garanzie dei mercati sul fatto che il piano venisse sfruttato nella sua interezza sarebbero ben diverse senza questa eventualità. Con il rischio di una pericolosa escalation nella grande finanza nei confronti dei Paesi Ue più esposti che, coraggiosamente, rinunciano ai prestiti.

Ma c’è un problema di natura politico ancora più complesso che si aprirebbe se Madrid facesse da ariete di sfondamento con questo piano riguardante i fondi del Recovery. Di fatto, i governi sconfesserebbero non solo la politica finanziaria dell’Unione, ma anche tutto il piano annunciato con toni trionfalisti nei giorni più difficili delle trattative in sede europea. E ammetterebbero anche un certo pregiudizio verso la stessa Europa, tanto da non fidarsi dei prestiti che gli stessi leader avrebbero concordato in sede di riunioni. Un problema di non poco conto in una fase così delicata dell’intera impalcatura europea, quando sono ancora in corso i negoziati anche sulla stessa attivazione del Next Generation Eu, ma che mette in luce uno dei veri grandi problemi dell’Unione europea: c’è una nebbia di condizionalità e di preoccupazioni che confermano, invece di smentire, le paure del fronte euroscettico. Nessuno Stato vuole davvero incatenarsi alle condizioni dell’Ue.