La geopolitica della corsa allo spazio
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Nei Balcani, così come nel resto dell’Europa dell’est, a vincere è soprattutto la disaffezione: molto bassa l’affluenza, con la sola eccezione della Romania in cui a votare va quasi il 50% della popolazione a fronte del 35% del 2014. Per il resto, numeri molto modesti che segnano una certa indifferenza e che riecheggiano anche una situazione interna che vede spesso affluenze basse nelle elezioni locali.

I casi di Slovenia e Croazia

Alle porte dell’Italia le urne sono quasi praticamente deserte: in Slovenia a votare va soltanto il 28% degli aventi diritto, in Croazia il 29%. Nel 2014 in entrambi i paesi l’affluenza si ferma al 25%, dunque il numero di votanti appare aumentato ma rimane comunque complessivamente molto scarso. Sia a Lubiana che a Zagabria comunque, a prevalere sono i conservatori ed i popolari già al governo nei rispettivi paesi. Nessun importante scossone politico, così come nessun ribaltone: in Croazia, in particolare, il primo partito è l’Hdz dell’attuale presidente Kolinda Grabar-Kitarović. La formazione cristiano democratica ottiene il 22,7% dei consensi, portando in dote a Strasburgo quattro seggi al Partito Popolare Europeo. Alle sue spalle con il 18.7% si piazzano i socialdemocratici, che ottengono invece tre seggi.

Alla viglia c’è curiosità invece per il risultato del Movimento Zivi Zid, formazione che durante la campagna elettorale annuncia un’alleanza in Europa con il Movimento Cinque Stelle. La formazione è terza in assoluto avendo ottenuto l’8% dei consensi, che frutta alla lista un seggio in Europa. In Slovenia vince la coalizione che racchiude popolari e democratici, che complessivamente ottiene il 26% dei consensi e tre seggi al Parlamento europeo che vanno a sommarsi con quelli del Partito popolare europeo. Come nella vicina Croazia, al secondo posto si piazzano i socialdemocratici con il 18%. Terzo il partito del premier in carica Marjan Sarac, il quale con la lista che porta il suo nome conquista il 15% dei consensi e due seggi a Strasburgo all’interno del gruppo dei liberali dell’Alde.

Conservatori avanti anche in Romania e Bulgaria

Il caso rumeno merita una menzione a parte: qui rispetto al 2014, come detto, la popolazione ritorna a votare ed alle urne si reca poco meno del 50% degli aventi diritto. Un risultato importante rispetto al 35% del 2014, pur se trascinato da alcune elezioni locali e da un referendum nazionale sulla giustizia.

Rispetto al resto dell’area balcanica e dell’est Europa, dove grossomodo si confermano i partiti al governo, a Bucarest invece l’esito delle europee pone non pochi interrogativi sull’attuale coalizione al governo. Il partito liberale è infatti la prima lista, ottenendo il 27.8% dei consensi. Alle sue spalle la formazione dell’attuale premier, ossia il partito socialdemocratico, che ottiene il 24.84% dei voti. Una sconfitta non certo indolore per la lista del centro – sinistra, che deve anche assistere alle sue spalle all’avanzata dei liberali dell’alleanza “Coalizione 2020“, i quali ottengono il 18%. Complessivamente, i seggi rumeni saranno divisi tra Partito Popolare Europeo, Socialdemocratici ed i liberali dell’Alde.

In Bulgaria invece, dove al contrario del paese confinante si registra un importante decremento dell’affluenza, la coalizione di governo tiene nonostante un clima politico non certo positivo negli ultimi mesi. La prima lista è l’alleanza dei conservatori del “Greb” del premier Boyko Borissov. Per la coalizione di governo arriva un 31% dei consensi, a fronte invece del 26% dei Socialisti. Terzo posto per il partito dei turchi di Bulgaria, che ottengono il 12% dei voti e portano tre seggi all’Alde a Strasburgo. Un seggio va invece ai nazionalisti del Vmro, che ottengono il 7.2% delle preferenze: per loro non si esclude un’alleanza in Europa, tra gli altri, con il partito di Giorgia Meloni e le formazioni sovraniste.

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