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È la condanna o forse il pregio dell’Italia. Impossibilitati a essere superpotenza, siamo costretti a fare gli equilibristi fra quegli Stati che, loro sì, decidono le sorti del mondo. E il nostro è un gioco difficile, complesso, a tratti anche stancante, quello dell’equilibrista. Ma è l’unico a garantire il nostro interesse nazionale. Non siamo nelle condizioni di poter troncare i rapporti con nessuno. Il problema è che dobbiamo garantire anche di essere alleati. O comunque di non essere nemici.

Un equilibrismo che è nella nostra tradizione. Ma che comporta anche dei rischi. Perché in un mondo che tende a polarizzarsi, c’è un prezzo da pagare quando si prova a non essere schierati del tutto da una parte. Il dialogo oggi non è di moda in tutte le cancellerie del mondo. Ed è evidente che, al netto dei leader che si guardano con un certo interesse, ci sono apparati statali che remano in una direzione del tutto contrapposta. L’esempio perfetto è quello di Russia e Stati Uniti, due Paesi guidati a presidenti che fondamentalmente non hanno interesse a farsi la guerra, ma che sono governati da Stati profondi che non considerano il dialogo un qualcosa di estremamente positivo. Né a Mosca né a Washington.

Tra Russia e Stati Uniti

L’Italia è in mezzo a questa sfida ed è  perfettamente consapevole che la sua scelta migliore è quella di non scegliere. Sa che la Nato è la sua organizzazione imprescindibile per la Difesa e sa che il suo destino è legato prima di tutto all’Occidente. Ma la Russia è un partner troppo importante perché si possa rischiare di farselo nemico. Roma non può permettersi di troncare i rapporti con Mosca. E di questo ne sono stati consapevoli tutti i governi, tranne rarissime eccezioni.

In queste settimane, l’Italia ha capito l’importanza di questo suo “bipolarismo”, soprattutto in due fronti caldissimi della propria agenda politica, internazionale ma anche interna: gas e Libia

Sul fronte del gas, l’Italia sa che non può fare a meno della Russia. Mosca è un gigante troppo vicino geograficamente e troppo competitivo per evitare di dialogare nel settore dell’approvvigionamento energetico. Il raddoppio nel North Stream, che attraverso il Baltico porterà il gas dai giacimenti russi alla Germania, rischia di trasformare Berlino nell’hub definitivo dell’energia russa in Europa. Il Tap non può assolutamente competere in termini di capacità e importanza con il gasdotto fra Russia e Germania. E il Tag (Trans Austria Gas Pipeline) unisce i giacimenti russi al mercato italiano rendendolo una delle principali vie di approvvigionamento energetico.

Ignorare il Cremlino diventa quindi perfettamente controproducente per qualsiasi governo italiano. E se il gas è un motivo già di per sé centrale, la stabilizzazione del Mediterraneo, e in particolare della Libia, ha confermato che oggi Vladimir Putin è capo di una nazione che non si può ignorare nemmeno per altri interessi strategici. A partire, appunto, dalla sicurezza nazionale.

Lo ha confermato anche Enzo Moavero Milanesi incontrando a Villa Madama il suo omologo russo Sergei Lavrov: “L’Italia ha molto apprezzato la presenza del premier russo a Palermo alla conferenza per la Libia e contiamo su una collaborazione con la Russia per risolvere questa questione che ci sta molto a cuore”. La presenza di Dmitri Medvedev al vertice siciliano e l’impegno russo per la presenza di Khalifa Haftar alla Conferenza è stato un esempio non solo di collaborazione fra Roma e Mosca, ma anche dell’ormai evidente necessità di parlare con il Cremlino anche quando si tratta della Libia.

Naturalmente tutto ha un prezzo, come dicevamo prima. L’Italia è nell’orbita dell’America ed è apprezzata da Donald Trump. Ma per avere campo libero su alcune dinamiche, deve per forza ricevere il placet di Washington. E già sul tema delle sanzioni, dopo le aperture di Giuseppe Conte e Matteo Salvini, si registrano i primi segnali di frizione con l’altra parte dell’Atlantico.

In questi mesi da parte di Washington sono arrivate rassicurazioni: ma sono arrivate anche richieste. Tap, prima di tutto, con Trump che ha già fatto capire di volere l’impegno italiano garantito sul fronte della diversificazione energetica. Ma è arrivata anche la conferma del programma F-35, pur con alcuni possibili ridimensionamenti, così come il pieno impegno nella Nato confermato anche dalla centralità dell’hub di Napoli. E infine, da un punto di vista di politica regionale, anche sul fronte della Libia, l’Italia ha confermato la necessità del piano delle Nazioni Unite sottoscritto anche dagli strateghi americani.

Tra Stati Uniti ed Europa

Capitolo Europa: anche qui l’Italia è costretta a non fare passi falsi. Perché non può permetterseli. Gli Stati Uniti, soprattutto con Trump, ci garantiscono una sponda importantissima al di là dell’Oceano Atlantico. E la nostra sicurezza è legato in maniera ormai quasi inestricabile all’Alleanza Atlantica. Ma pur dichiarandoci più atlantisti che europeisti, dell’Europa, di quest’Unione europea, non possiamo ad oggi farne a meno.

La moneta comune, le esportazioni nel resto del mercato europeo, i vincoli giuridici oltre che i progetti europei nell’Ue e tra Italia e Stati appartenenti all’Ue sono fondamentali nella nostra strategia. E l’Italia ha commesso probabilmente l’errore di essere il Paese che più ha creduto nella cessione di sovranità all’Europa cercando di fondere i suoi interessi con quelli continentali. Errore che paghiamo nel momento in cui non possiamo svincolarci senza pagare conseguenze. E adesso, con lo scontro fra Europa e Stati Uniti, paghiamo questa doppia alleanza.

Insomma, anche in questo caso siamo costretti a scegliere, nello scontro fra poli. Ma per il nostro interesse, non dovremmo farlo e non possiamo farlo. L’alleanza con l’Europa ci serve: ma ci serve anche essere alleati con chi in questo momento la vuole colpire. Perché se l’Europa va cambiata, va prima di tutto rovesciato l’asse su cui si regge il suo governo, che è lo strapotere di Francia e Germania. Ma questo significa anche ledere le nostre capacità di dialogare con i nostri vicini, rischiando un pericoloso isolamento che ha, come conseguenza, quello di escluderci dal processo decisionale.

Partita difficilissima quindi, che si riverbera su tanti fronti. Dalla Difesa comune, dove l’Italia è interessata alla nascita della Pesco ma dove non può mostrarsi troppo possibilista senza scontentare Trump e la Nato. Al fronte libico, dove riceviamo il sostegno Usa ma siamo costretti a scendere a patti con la Francia per evitare di avere un inferno a sud della Sicilia. Ma che si ripercuote anche sul piano economico, visto l’eurozona ci impone vincoli estenuanti, ma allo stesso tempo ci potrebbe permettere, se amministrata bene, di avere un mercato comune e di poterci rivolgere ad altri interlocutore su un piano paritetico.

Uno sguardo alla Cina

L’avvento della Cina nel Mediterraneo deve farci riflettere anche sui rapporti con il gigante asiatico. Pechino è una potenza in grado di darci grandi opportunità. Ma i rischi non sono pochi. Gli ultimi governo italiani hanno dato ampio risalto al coinvolgimento del nostro Paese nell’iniziativa della Nuova Via della Seta. Ma non è un gioco a costo zero. La Nuova Via della Seta significa investimenti da parte di Pechino, ma anche una penetrazione molto rilevante sotto il profilo economico e quindi politico. Offrire denaro e investimenti infrastrutturali significa anche mettere delle ancore nella strategia di un Paese.

E in Occidente, in particolare in America ma anche in sede europea, qualcuno inizia a storcere il naso di fronte a quella che ormai è una realtà: la Cina è nel Mediterraneo ed è in Europa. La sua economia è troppo importante e decisiva in tutto il mondo per evitare di considerarla un partner imprescindibile. Ma anche qui, non è detto tutti gli interessi cinesi in Italia possano essere ritenuti innocui da altre potenze. E allora, dobbiamo fare quello che abbiamo fatto finora: gli equilibristi. Attività pericolosa, ma per noi l’unica in grado di farci stare fra i grandi. Anche se come ospiti più che come attori.