La schiacciante vittoria di Boris Johnson alle ultime elezioni politiche del Regno Unito è solo la punta dell’iceberg. Oltre alla Brexit, l’Europa deve fare i conti con tanti altri focolai sparsi nel suo territorio: da nord a sud, da est a ovest. All’interno dell’Unione Europea non ci sono più isole felici e immuni alle tensioni che stanno stritolando il Vecchio Continente. Ormai è impossibile negare l’evidenza, eppure Bruxelles continua a fare spallucce. L’atteggiamento mostrato di fronte ogni evento potenzialmente pericoloso per la tenuta dell’Ue è sempre lo stesso. Quello che di volta in volta accade è sempre da attribuire al “clima d’odio” alimentato dai sovranisti, oppure all’”incompetenza elettorale” delle classi meno agiate, ree di abboccare alle “fake news” messe in circolazione da “partiti estremisti”. Semplicemente, dai piani alti delle istituzioni europee non sono mai arrivati né mea culpa né prese di coscienza per i danni accumulati nel corso degli anni con politiche economiche e monetarie miopi.
Dalla Brexit al Mes
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Europa è a pezzi, e più passa il tempo e più perde parti di sé stessa. La Brexit ha sferrato un duro colpo all’attuale assetto dell’Unione Europea, ma la crepa comparsa in seguito all’azione del conservatore BoJo non è certo l’unica minaccia in circolazione. L’intero continente è attraversato da punti di rottura più o meno latenti, ma soprattutto pericolosissimi per il disegno portato avanti da Bruxelles. Uno dietro l’altro, questi piccoli choc potrebbero davvero scrivere la parola fine all’Ue che conosciamo. Prendiamo ad esempio l’Italia. Il nostro Paese è spaccato a metà sul Mes. Anche se il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno continua a ripetere che la riforma del trattato riguardante il Meccanismo europeo di stabilità si farà perché “così è stato deciso a giugno” e quindi “non serve riaprire il negoziato”, una buona parte della scena politica italiana non ci sta a inchinarsi ai diktat provenienti dall’alto. Insomma, il Parlamento italiano ha approvato la risoluzione del governo sul Mes ma la situazione resta caldissima e da monitorare con la massima attenzione.
La posizione del blocco di Visegrad sul clima
Da lontano – e ascoltando le parole dei vertici dell’Ue – sembra che l’Unione Europea abbia voltato pagina dopo una stagione difficile e sia pronta a traghettare i Paesi membri verso un futuro roseo. Non c’è niente di più falso, perché basta avvicinarsi un po’ alle fondamenta dell’Ue per trovarsi di fronte un discreto numero di crepe. Ricapitoliamo: la Brexit nel Regno Unito, il nodo Mes in Italia. Poi? La Spagna ancora paralizzata e senza un governo degno di nota, la Francia attraversata da un pesante malcontento cittadino e i Paesi nordici insoddisfatti di come l’Ue sta gestendo la situazione con i governi dal debito pubblico elevato. Ma spostiamoci a est. Qui il blocco di Visegrad ha mostrato chiari segnali di insofferenza nei confronti della lotta climatica intrapresa dalla Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. E così, mentre l’Ue è riuscita a raggiungere un accordo sul clima al termine di una discussione estenuante, Repubblica Ceca e Ungheria hanno accettato il pacchetto a denti stretti mentre la Polonia ha rifiutato di scendere a compromessi con Bruxelles. Troppo ambizioso e costo l’obiettivo prefissato dall’Europa per un governo, come quello di Varsavia, ancora dipendente dai combustibili fossili e per niente disposto a sborsare ingenti quantità di denari per dare il via a una strampalata transizione energetica verso l’ignoto.
La Germania rischia l’implosione
Dulcis in fundo, veniamo alla Germania, una volta era considerata la locomotiva d’Europa. Oggi la situazione a Berlino è completamente diversa. Intanto il settore economico del Paese ha subito un duro contraccolpo, in parte per scelte economiche sbagliate (austerity), in parte a causa della Guerra dei dazi. Come se non bastasse, l’Spd – al momento ancora al governo con la Cdu di Angela Merkel – ha cambiato registro. In occasione dell’ultimo congresso, la vecchia guardia favorevole alla Grosse Koalition e alla linea della cancelliera – rappresentata dal ministro delle Finanze Olaf Scholz e dalla sua co-candidata Klara Geywitz – è stata spazzata via dall’inedito tandem formato da Norbert Walter-Borjans e Saskia Esken. Il problema è che i nuovi arrivati hanno intenzione di proporre investimenti a pioggia sulle infrastrutture, rinnegare l’austerity e piazzare una patrimoniale sui più ricchi: tutte misure osteggiate dai cristianodemocratici, che non vedono di buon occhio la virata a sinistra degli alleati. Nel caso in cui l’accordo di governo dovesse saltare, anche la Germania finirebbe nel caos. Già, perché l’ultradestra rappresentata dall’Afd è pronta a riempire ogni vuoto.