Il premier Giuseppe Conte e i giallorossi hanno ben poco da esultare per l’accordo raggiunto – con estrema fatica – sul Recovery Fund. Tracciando un parallelismo fra il Mes e il Recovery Fund, infatti, come riporta il Corriere della Sera, “le condizioni finanziarie sono simili, ma quelle politiche diverse: il Mes, che l’Italia per ora sta rifiutando, non richiede riforme; il Recovery Fund, che il governo non può rifiutare, ne prevede invece di molto precise. E vigilate da vicino”. E per mettere a punto le riforme chieste dall’Ue, il governo si affiderà all’ennesimo team di “esperti” che avrà il compito di redigere il “piano nazionale di ripresa e di resilienza”. “Sarà una delle priorità che andremo a definire in questi giorni, perché dovrà partire al più presto”, ha spiegato Conte. Infatti, il programma chiave del Recovery Fund è il Recovery and Resilience Facility (che dovrebbe attestarsi a 312,5 miliardi) da cui, secondo le cifre attuali, dovrebbero arrivare tra i 65 e i 70 miliardi di euro, il 60% dei quali nel biennio 2021-2022: soldi in cambio di programmi e riforme chiare. Non certamente contributi a pioggia.

Il debito pubblico preoccupa l’Europa

C’è inoltre un altro elemento importante che preoccupa l’Unione europea, da sempre: l’ammontare del debito pubblico italiano. Come riportato dall’agenzia Agi, alla fine dello scorso anno il nostro debito pubblico si attestava al 135% del Pil (in epoca pre-Covid dunque) e valeva circa 2.410 miliardi di euro. Alla fine del 2020, dopo aver fatto i conti con la crisi pandemica, probabilmente esploderà tra il 160% e il 170%. Secondo gli ultimi dati diffusi da Bankitalia, a maggio il debito pubblico è volato a 2.507,6 miliardi e ha registrato un nuovo massimo storico. Si tratta di un aumento di 40,5 miliardi rispetto ad aprile, quando fu pari a 2.467 miliardi. E su maggio 2019 l’incremento sale a 175,7 miliardi. Secondo gli europeisti, la colpa va fatta risalire ai governi del passato e a uno stile di vita che gli italiani non possono più permettersi. Ma è davvero così?

Le vere cause: l’ingresso nell’euro e l’austerità

Come riporta Italia Oggi, davvero interessante è lo studio di Clemens Fuest, direttore del prestigioso centro studi Ifo di Monaco di Baviera, che su Focus.de analizza le cause molteplici della mancata crescita economica dell’Italia. Parlando della crescita esponenziale del debito pubblico italiano, sostiene che le cause “sono molteplici, e mostrano tutte un collegamento alquanto debole con una politica di bilancio frivola”. Quanto ai fattori che hanno rallentato la crescita economica dell’Italia, lo studio ne cita diverse, che Italia Oggi ha riassunto così: ingresso nell’euro, politica fiscale restrittiva e austerità, sistema giudiziario che funziona lentamente specialmente se messo in parallelo con il funzionamento dei contratti, processi decisionali lenti nelle aziende e fuga dall’estero dei talenti. Se a questo si aggiunge il problema delle riforme, tutto lascia comprendere perché Roma è nel mirino tedesco.

Che fare ora, però? La patrimoniale come hanno suggerito altri economisti, sempre tedeschi? Fuest non è d’accordo: “Potrebbe avere effetti più sfavorevoli rispetto ad altre soluzioni ancora possibili, specie se limitata agli immobili. In ogni caso solleverebbe molti problemi e porterebbe a una fuga di capitali. Tra l’altro, graverebbe sulle imprese, che invece dovrebbero investire e creare posti di lavoro”. Alleggerire il debito tramite la Bce? “Convincente come le menzogne del barone di Munchausen: espandere la massa monetaria a piacimento e all’infinito non è possibile”. Per l’Italia non sembrano esserci soluzioni semplici o alla portata di mano, e questo porterà a nuove tensioni in Europa. Soprattutto: l’Unione europea potrà davvero sopravvivere a una nuova crisi del debito italiano?

Come riportato da IlGiornale.it qualche tempo fa, l’emergenza coronavirus potrebbe scatenare una crisi del debito italiano talmente grave da distruggere l’euro. Parola di Desmond Lachman, analista dell’l’American Enterprise Institute e già vicedirettore presso il dipartimento Sviluppo e revisione delle politiche del Fondo monetario internazionale (Fmi). È evidente che l’emergenza coronavirus, spiega Desmond Lachman nella sua analisi pubblicata su the National Interest, “potrebbe portare a un’altra crisi del debito italiano. Anche prima dell’epidemia, l’economia italiana era in recessione, il suo debito pubblico era il secondo più alto dell’eurozona dopo la Grecia e il suo sistema bancario era tutt’altro che solido”. Il problema dell’Italia, ammette Lachman, è che per affrontare una crisi di questo tipo il nostro paese dovrebbe avere una sovranità monetaria a cui ha rinunciato: “Non aiuta certo il fatto che anche i partner europei dell’Italia ora sperimenteranno gravi recessioni” o che Roma, “bloccata nella camicia di forza dell’euro, non abbia i propri strumenti di politica monetaria o di cambio per attutire lo shock del coronavirus”.

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