Il Paese che sogna da potenza regionale: cosa c’è dietro l’ascesa dell’Etiopia

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Quando si pensa al futuro sviluppo dell’Africa come entità politica ed economica, il riferimento va quasi esclusivamente alle due principali potenze del continente: la Nigeria e il Sudafrica. Quest’ultimo rappresenta l’economia africana più sviluppata, è membro dei Brics e ha un importante peso politico nelle vicende continentali, specialmente nell’area australe. La Nigeria, con i suoi 240 milioni di abitanti, è il Paese più popolato.

Da diversi decenni, c’è un attore che aspira a diventare il “terzo polo” africano: l’Etiopia. Un’ambizione giustificata, agli occhi degli stessi etiopi, sia dal fatto di essere il secondo Paese più popoloso del continente (con oltre cento milioni di abitanti), così come dal fatto di rappresentare una delle economie più in crescita. C’è poi una terza motivazione di rango più marcatamente storico e culturale: gli etiopi sono eredi di una delle civiltà più antiche e che affonda le radici nei regni di D’mt e Axum. Per loro quindi avere un posto nello sviluppo africano è quasi un imperativo imposto dalla storia.

Un gigante dalle radici profonde quindi, dalle prospettive importanti ma, al tempo stesso, dai piedi di argilla. La recente guerra nel Tigray, lo scontro quasi ventennale con l’Eritrea e le continue tensioni interne hanno spesso minato le ambizioni etiopi. E ancora oggi appaiono come un importante freno sulle aspettative future.

Il ruolo storico dell’Etiopia nel Corno d’Africa

Dai secoli passati arrivano le testimonianze della profondità della storia etiope. La regione orientale dell’Africa è sempre stata caratterizzata dalla presenza di regni e culture antenati dell’attuale nazione etiope. Non solo gli antichi regni di D’mt e Axum, con quest’ultimo considerato tra i più importanti di sempre nella storia africana per la propria organizzazione politica interna. Ci sono altri elementi che rimandano all’Etiopia, a partire dalla Chiesa ortodossa. Qui il cristianesimo è arrivato quando ancora a dominare il Corno d’Africa era il Regno di Axum e si è sviluppato rapidamente, diventando uno dei principali simboli identitari delle popolazioni etiopi. Anche per questo nel 1959 la Chiesa ortodossa etiope si è staccata dalla Chiesa ortodossa copta di Alessandria D’Egitto e celebra oggi le messe nella lingua Ge’ez, l’idioma semitico considerato “antenato” delle attuali lingue amariche e tigrine.

L’influenza etiope nella regione è quindi di natura culturale e sociale. È impossibile pensare al Corno d’Africa senza l’Etiopia. Circostanza che ovviamente oggi alimenta le ambizioni di “nuova potenza africana” dell’attuale Stato etiope. E che, nel corso della storia più recente, ha attirato le attenzioni delle varie potenze internazionali intenzionate a mettere le mani sul Corno d’Africa. Per questo motivo gli inglesi, terminata la seconda guerra mondiale, hanno dato ampio sostegno al ritorno del Negus Hailé Selassié. Più tardi, negli anni ’70 l’Urss ha appoggiato la rivolta del Derg e l’instaurazione del sistema comunista guidato da Menghistu Hailé Mariam. Oggi l’Etiopia è una repubblica federale “sospesa” tra occidente e oriente. Gli Stati Uniti nei giorni scorsi hanno revocato l’accusa di mancato rispetto dei diritti umani al governo etiope, nel tentativo di salvare la propria influenza nella regione. L’Etiopia è infatti tra i Paesi che hanno chiesto di entrare nel Brics. Ci sono quindi tutti i segnali di un potenziale “corteggiamento” trasversale.

L’ambizione di Addis Abeba come “capitale d’Africa”

Ogni Stato emergente vuole avere come propria cartina di tornasole l’espansione della propria metropoli principale. Se il Sudafrica punta su Johannesburg, la Nigeria su Lagos e il Kenya su Nairobi, l’Etiopia è impegnata invece nel conferire ad Addis Abeba il ruolo di capitale continentale. La città è tutto sommato recente: è stata fondata nel 1886 dall’imperatore Menelik II come sua nuova capitale, favorita dalla centralità della posizione. Circostanza quest’ultima che ne ha favorito un repentino sviluppo. Oggi il governo sta puntando molto nel darle un aspetto di moderna capitale. Una prima svolta in tal senso si è avuta con la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto di Bole. Una struttura molto grande, tra le più importanti in Africa e attorno alla quale è potuta crescere anche la compagnia di bandiera Ethiopian Airlines, considerata tra le principali del continente. Per raggiungere dall’Europa diversi Paesi africani, si passa proprio da qui. In tal modo, lo scalo è diventato un hub fondamentale per i trasporti internazionali.

Uscendo dall’aeroporto, anno dopo anno è stato possibile notare una repentina trasformazione della città. Sempre più grattacieli circondano le strade che portano in centro, diversi i nuovi quartieri creati negli ultimi 15 anni, un boom edilizio che ha fatto toccare ad Addis Abeba quota tre milioni di abitanti. Dal 2015 la popolazione può spostarsi con una linea metropolitana leggera di superficie, costruita da un’azienda cinese, in grado di collegare il centro con le principali aree industriali e commerciali. Quando l’opera è stata inaugurata, le autorità l’hanno presentato come “la prima metropolitana dell’Africa sub sahariana”. Un riferimento quindi in grado di scavalcare i confini etiopi e dimostrare le ambizioni continentali della capitale.

Non a caso l’ultimo progetto inaugurato in ordine di tempo riguarda la nuova sede dell’Africa Cdc, l’agenzia africana per il controllo della salute e la prevenzione. Un complesso moderno, anch’esso costruito dai cinesi, situato nella periferia meridionale della metropoli. Al centro, a pochi passi da Meskel Square, trova spazio già da anni la sede principale dell’Unione Africana. Altre agenzie continentali hanno da parecchio tempo spostato nella capitale etiope la propria sede. Alimentando quindi le ambizioni locali.

I mega progetti a sostegno di un’economia in espansione

Le ambizioni dell’Etiopia però non possono certo essere sorrette solo dall’espansione di Addis Abeba. Da almeno due decenni i vari governi che si sono alternati hanno approvato diversi piani infrastrutturali, volti ad assecondare il corso di una repentina crescita economica. Una crescita spinta dall’agricoltura, soprattutto dalle esportazioni di caffè. Così come dall’avanzata del settore dei servizi. Fino all’anno del Covid, l’Etiopia ha conosciuto tassi di crescita con doppie cifre percentuali. Tra i Paesi in via di sviluppo, è stato quello con il maggiore incremento del Pil tra i non esportatori di petrolio.

Le autorità hanno quindi puntato molto sulle mega opere. A partire dalla cosiddetta Diga della Rinascita, costruita sul Nilo da un’azienda italiana e causa di controversie con l’Egitto. Nelle intenzioni etiopi, l’acqua trattenuta dalla diga potrà essere usata per l’energia idroelettrica e per dare ulteriore input all’agricoltura. Il termine Rinascita non è certo casuale: il Paese negli ultimi secoli più volte è stato afflitto dalle carestie e per assicurarsi la sua sopravvivenza in futuro ha bisogno di trattenere molta acqua. Per questo sono diverse le dighe in costruzione, al di là di quella sul Nilo.

In corso di espansione la rete ferroviaria, soprattutto verso Gibuti. Ossia la città diventata, dopo l’indipendenza dell’Eritrea, lo sbocco a mare per le merci etiopi private di propri porti e propri scali. Nel 2016 un’altra azienda cinese ha costruito il collegamento tra Addis Abeba e Gibuti, con la tratta adesso percorribile in 12 ore. Altri progetti sono in corso d’opera e interessano anche il gruppo delle nostre Ferrovie dello Stato. In fase di costruzione anche diverse linee autostradali, alcune delle quali aperte negli ultimi anni attorno Addis Abeba. A sud della capitale, entro questo decennio, verrà costruito inoltre il nuovo aeroporto destinato a essere il più grande d’Africa.

L’impatto della guerra nel Tigray

Progetti e ambizioni quindi che però stonano con le ultime vicende politiche. Se da un lato infatti l’Etiopia ha siglato la pace con l’Eritrea nel 2018, chiudendo 20 anni di conflitto, dall’altro il Paese nel 2020 si è imbarcato in un’altra guerra. E questa volta tutta interna. Il premier Abiy Ahmed, in sella dal 2018, nel novembre 2020 ha deciso di chiudere militarmente i conti con il Tplf, la formazione dell’etnia tigrina che ha governato il Paese dal 1994 fino all’avvento del nuovo capo dell’esecutivo. Il Tplf non ha accettato la progressiva centralizzazione del potere, a scapito di un federalismo su base etnica che ha retto l’Etiopia nell’ultimo trentennio. L’azzardo militare di Ahmed è stato disastroso. Le sue truppe, dopo essere entrate nella regione del Tigray, sono state prima fermate e poi respinte se non addirittura inseguite lungo la strada per Addis Abeba.

La capitale è stata sul punto di essere circondata dal Tplf e da altre forze ribelli. Soltanto la mediazione dell’Unione Africana ha portato a un accordo di pace, sottoscritto nel novembre del 2022. Ma le tensioni restano ancora molto alte e molto importanti. E rischiano non solo di ridimensionare le ambizioni di potenza etiope, ma anche di creare un grave danno di immagine all’intero Paese. Attualmente nella regione del Tigray è in corso una profonda crisi umanitaria e non mancano casi di violazione del cessate il fuoco.

Mappa di Alberto Bellotto

Gli atavici problemi di instabilità

Il caso del Tigray ha mostrato la fragilità dell’Etiopia. Il Paese è sempre stato storicamente instabile. In primis, per via delle varie divisioni etniche della popolazione. Gli amara e i tigrini costituiscono le popolazioni etiopi di lingua semitica, mentre gli oromo (in maggioranza nel Paese e a cui appartiene lo stesso premier Abiy Ahmed) e i somali parlano lingue etiopi cosiddette “cuscistiche”. Ci sono poi altre etnie raggruppate grossomodo nei confini degli undici Stati regionali. La suddivisione federale etnica prima e il richiamo a un centralismo in nome dell'”etiopianismo” poi, non hanno determinato la fine delle varie tensioni. Per cui l’Etiopia continua a essere politicamente fragile.

A questo occorre aggiungere anche le diseguaglianze economiche emerse negli ultimi anni. La crescita registrata non ha riguardato tutti e non ha toccato le aree del Paese allo stesso modo. Sta sì crescendo progressivamente una classe media, ma le disparità rimangono molto evidenti. Sia tra un ceto e un altro che tra una regione (e quindi un’etnia) e un’altra. Addis Abeba vuole puntare a diventare potenza, ma l’impressione è che, prima di ogni altra cosa, è costretta a fare i conti con un terreno dove le radici sembrano non tenere il peso delle proprie ambizioni.