Si parla di tentato colpo di Stato, ma quanto accaduto nei giorni scorsi in Etiopia altro non è che una riproposizione dei mai sopiti scontri etnici che coinvolgono da sempre questa nazione. Le cronache locali parlano di un clima di calma apparente ad Addis Abeba, ma le tensioni appaiono in realtà latenti e pronte nuovamente ad esplodere.

La cronaca di quanto accaduto

Che qualcosa non quadra lo si intuisce quando si diffondono le notizie di due omicidi eccellenti molto ravvicinati. Il primo riguarda il governatore della regione di Amhara, nel nord del paese, il quale viene freddato da un commando mentre svolge una riunione nel capoluogo Bahir Dar. Il secondo invece avviene nel centro della capitale e, più precisamente, presso la residenza privata del comandante dell’esercito, il generale Seare Mekonnen. È una delle sue stesse guardie del corpo a puntargli l’arma contro e ad ucciderlo. Due eventi molto ravvicinati per non pensare che siano figli di un’unica azione coordinata volta a destabilizzare il quadro politico ad Addis Abeba e nell’intera Etiopia.

A confermare questo inquietante quadro è lo stesso premier etiope Abiy Ahmed: vestito con la divisa dell’esercito nazionale, il capo dell’esecutivo parla alla nazione e fa esplicito riferimento ad un tentativo di colpo di Stato. Ahmed da un lato conferma le inquietudini senza minimizzare l’accaduto, ma dall’altro tranquillizza: “La situazione è rientrata, sotto il profilo della sicurezza adesso è tutto sotto controllo”, dichiara il premier in tv. Nel frattempo emergono altri dettagli: il commando che entra in azione a Bahir Dar, secondo le forze di sicurezza etiopi, è guidato dal generale Asaminew Tsige, comandante dell’esercito nella regione di Ahmara. Si tratta di un personaggio controverso, già in passato coinvolto in tentativi di rivolte e liberato nel 2018 soltanto per un’amnistia nei confronti di coloro che si trovano in prigione per reati di natura politica.

Dopo i due omicidi eccellenti, le forze etiopi catturano parte del commando che agisce a Bahir Dar mentre l’esercito complessivamente decide di stare con il governo. Il golpe dunque fallisce molto prima di iniziare. Le ultime novità si hanno in questo lunedì pomeriggio: a distanza di 48 ore dall’accaduto, le forze di sicurezza annunciano di aver individuato ed ucciso lo stesso Tsige durante uno scontro a fuoco. Secondo una prima ricostruzione, il generale golpista viene scovato mentre è in fuga da Bahid Dar. L’Etiopia dunque sembra aver superato queste ore intense in cui vive sul filo dell’instabilità. Ma ora il paese africano si interroga sul futuro.

Gli scontri etnici dietro il tentato golpe

L’Etiopia ha una composizione etnica molto variegata e complessa. Basta partire dal nome della regione da cui prende il via il tentativo di colpo di Stato: si chiama Ahmara in quanto abitata in gran parte dall’etnia degli Amara, la cui lingua, l’amarico, è quella ufficiale in tutto il paese. Specchio di come sia questa l’etnia che, nel corso degli anni, riesce ad avere maggiore influenza politica e culturale in Etiopia. Eppure non si tratta del gruppo predominante sotto il profilo numerico, visto che il 35% della popolazione appartiene all’etnia degli Oromo, da cui proviene il premier Abiy Ahmed. E sarebbe proprio questa la causa principale di quanto accaduto nelle scorse ore: una parte dell’esercito della regione Ahmara non vede di buon occhio Ahmed perché teme la perdita del controllo di alcuni posti chiave generalmente riservati agli amara.

Questa fazione delle forze militari trova in Tsige un vero e proprio punto di riferimento: secondo il premier Ahmed, alcuni di loro avrebbero anche mire indipendentiste incoraggiate da Tsige. Quest’ultimo, oltre a considerare nemico l’attuale capo dell’esecutivo, mal digerisce da sempre la nomina dello scorso anno di Mekonnen quale capo di stato maggiore dell’esercito. Mekonnen infatti appartiene all’etnia dei Tigrini, la terza più importante dell’Etiopia. Per questo proprio il numero uno dell’esercito è il primo ad essere freddato ad Addis Abeba durante le ore convulse del tentato colpo di Stato. Con l’uccisione di Tsige però, anche se nel breve periodo l’Etiopia appare tornata sotto controllo, non si eliminano i pericoli futuri. Le tensioni tra le varie etnie purtroppo scandiscono spesso la vita politica del paese africano. Per questo, nella capitale come nelle altre principali città, il pericolo resta molto alto.