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L’Eta ha chiesto perdono. Il gruppo terrorista basco, Euskadi Ta Askatasuna (Paese basco e libertà) ha compiuto forse uno dei gesti più importanti della sua storia recente. E lo ha fatto con una dichiarazione inviata a due quotidiani baschi, Gara e Berria .Tra due settimane l’organizzazione annuncerà lo scioglimento definitivo.

“Eta, organizzazione socialista rivoluzionaria basca di liberazione nazionale, con questa dichiarazione vuole riconoscere il danno che ha causato nel lungo periodo di lotta armata e mostrare il suo impegno per superare in maniera definitiva le conseguenze del conflitto”.

“In questi decenni il nostro popolo ha sofferto molto: morti, feriti, torturati, sequestrati. O persone che si sono state costrette a fuggire all’estero. Una sofferenza eccessiva”. L’Eta “vuole affermare che nulla di tutto questo sarebbe mai dovuto accadere o che non avrebbe dovuto durare così a lungo: questo conflitto politico e storico avrebbe dovuto avere una giusta soluzione democratica già da molto tempo”.

Una storia di lotta e sangue

Nata nel 1959 da una scissione del Partito nazionalista basco, l’Eta ha insanguinato la Spagna per oltre mezzo secolo. Negli anni Sessanta si avvicina alla lotta armata. E il suo simbolo, quell’ascia su cui si intreccia un serpente, diventa nel tempo il simbolo del terrore in tutto il territorio spagnolo. L’obiettivo dell’organizzazione era quello di creare uno Stato socialista indipendente di matrice etnica. Nel mirino non solo le attuali tre province Paesi Baschi (Álava, Biscaglia e Guipúzcoa) ma anche la Navarra e le tre province basche della Francia.

Il primo attentato è del 7 giugno 1968. L’Eta uccide José Ángel Pardines Arcay, un membro della Guardia Civil. Da quel momento, una scia di sangue che termina il 20 ottobre 2011, quando l’Eta comunica la fine della lotta armata. In questi decenni, una guerra intestina alla Spagna e che si espande nel resto d’Europa, vede morire 822 persone. Tra questi morti, persone della polizia, della Guardia Civil, funzionari governativi,considerati simboli dello Stato spagnolo. Omicidio illustre quello dell’ammiraglio e successore designato di Francisco Franco, Luis Carrera Blanco.

Ma anche tantissimi morti tra semplici civili e passanti, che si trovavano per caso nel luogo dove era predisposto l’attentato. Una ferita che ancora sanguina nei cuori di molti spagnoli. L’ultimo grande attentato, quello di Burgos, del luglio del 2009, con 65 feriti. Un giorno dopo, a Palmanova, uccidono due membri della Guardia Civil. Nel 2010, l’Eta annuncia il cessate il fuoco. Nel 2011, la fine della lotta armata.

A marzo 2017, il primo annuncio di disarmo. Poi, l’8 aprile , l’Eta annuncia il “disarmo totale” dell’organizzazione. Le cose, quindi, sono cambiate. I leader sono in carcere o sono ormai troppo anziani. I giovani non sono in grado di continuare la guerra, né vogliono farla. Il governo spagnolo si è unito in un fronte comune con quello locale dei Paesi Baschi. La lotta armata è finita da un pezzo e il terrorismo non è un’arma considerata vincente. I capi dell’Eta consegnano alla Francia una lista di luoghi in cui sono custodite le armi. Per la Spagna, un primo passo in avanti. Ma è ancora troppo poco.

Il 20 aprile di quest’anno, l’Eta chiede “perdono alle vittime non coinvolte direttamente nel conflitto”.Nei primi giorni di maggio, molte fonti dicono che la costola francese di Euskadi ta askatasuna sarà pronta a dichiarare pubblicamente il suo scioglimento. In Spagna, forse, ci vorrà ancora del tempo. La parte iberica dei Paesi Baschi ha ancora un forte connotato autonomista. E il legame con molti partiti politici, qui, è ancora forte, seppur non così radicato.

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Le scuse non trovano tutti d’accordo

Non tutti gli etarras sono stati d’accordo con la scelta di chiedere perdono alle vittime innocenti degli attentati. Secondo El Condencial Digital, che cita fonti della polizia carceraria che ha seguito il dibattito interno alle prigioni, sulla totalità dei detenuti dell’Eta, “hanno respinto il comunicato tra il 10 e il 15 per cento”. Dato che, l’ultimo rapporto della giustizia spagnola indica che ci sono ci sono 326 detenuti appartenenti all’organizzazione, “possiamo dire che più di 30 di loro non vogliono chiedere perdono o sciogliersi”.

Questi prigionieri “sono distribuiti tra le carceri di Puerto III, Algeciras e Huelva. Sono gli ultimi resti dell’apparato militare e si sono allontanati dal resto del collettivo”. La loro influenza è minima, ma vanno comunque tenuti sotto stretta osservazione. Potrebbero rinunciare anche loro alla lotta. Ma potrebbero anche diventare mine vaganti e estendere una rete sotterranea recalcitrante al nuovo corso dell’Eta.

Anche la Chiesa chiede perdono

I vescovi dei Paesi Baschi, di Navarra e Pamplona hanno chiesto scusa pubblicamente per le “complicità, ambiguità e omissioni” della Chiesa e dei suoi pastori in relazione all’Eta. In un comunicato congiunto, i vescovi delle diocesi di Pamplona, ​​Bilbao, San Sebastian, Vitoria e Bayonne hanno detto: “La Chiesa ha ricevuto da Gesù Cristo la vocazione ad essere uno strumento di pace e giustizia, di consolazione e di riconciliazione. Durante tutti questi anni, molti degli uomini e delle donne che compongono la Chiesa hanno dato il meglio di sé in questo compito, alcuni in modo eroico. Ma siamo consapevoli che ci sono state anche complicità, ambiguità, omissioni tra noi … per le quali chiediamo sinceramente perdono”.

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