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Una nuova misteriosa esplosione incendia le acque del Golfo Persico e i rapporti tra Iran e Israele. Nei giorni scorsi, un cargo battente bandiera delle Bahamas ma di proprietà dell’israeliano Rami Unger, la Mv Helios Ray, è stato colpito dalla deflagrazione mentre si trovava nelle acque del Golfo dell’Oman. La stessa area, nel 2019, è stata un teatro di episodi molto simili contro navi container e petroliere. L’episodio rimane ancora avvolto nel mistero. Come riportato da Associated Press, Dryad Global, società che si occupa di intelligence marittima, ritiene che dalle prime analisi possa trattarsi di una “attività asimmetrica da parte dei militari iraniani”. Ipotesi che verrebbe avvalorata sia dalle accuse degli anni passati da parte della Marina americana contro l’Iran per eventi simili, sia per la rinnovata tensione nell’area con l’attacco Usa nei confronti delle milizie filo-iraniane in Siria.

Per indagare sull’esplosione, Israele ha inviato alcuni funzionari della Difesa a Dubai, dove la nave ha attraccato per le riparazioni. L’imbarcazione ha due buchi a sinistra e due a destra. Secondo le prime informazioni rilasciate da funzionari americani presenti nell’area, i fori dovuti alle esplosioni si troverebbero proprio sotto la linea di galleggiamento. Anche gli americani ritengono che ci sia dietro la mano dell’Iran. Teheran non ha replicato subito alle accuse, anche se il quotidiano Kayhan, legato alla parte più intransigente della politica iraniana, ha pubblicato un report in cui si afferma che Ungar, l’uomo d’affari proprietario della nave colpita, avrebbe rapporti molto stretti con Yossi Cohen, capo del Mossad.

Le accuse rivolte all’Iran hanno un significato molto importante. Innanzitutto perché arrivano in una fase in cui, come spiegato in precedenza, l’Iran è tornato al centro delle tensioni in Medio Oriente. Joe Biden vuole raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano, ma l’attacco in Siria ha fatto comprendere che questi negoziati non sono così scontati come potrebbe apparire. Ed esistono molti segmenti della politica americana e israeliana che non sono affatto favorevoli al raggiungimento di un accordo con un Paese che non ha mostrato, ad ora, mostrato segnali di cedimento sul fronte del suo programma atomico. Questa trattativa tra Teheran e Washington è fondamentale per Israele, con il governo di Benjamin Netanyahu che tutto vuole meno che gli Stati Uniti tornino nel 5+1 dopo che Donald Trump ne era uscito.

Oltre al nodo del nucleare iraniano, ma a cui è strettamente correlato per le tensioni, c’è poi il tema particolarmente importante per Israele che riguarda il controllo del mare. Come scritto su InsideOver, lo Stato ebraico ha danni accelerato sul ruolo della Marina per l’importanza che riveste il mare nella stessa sopravvivenza del Paese. Il 90% dell’import-export avviene via mare e il passaggio sia di Bab el Mandeb che di Suez è fondamentale per il traffico commerciale. Se questi scenari diventano ad alto rischio, i problemi sarebbe due: da una parte la Marina israeliana sarebbe costretta a intervenire nelle acque dove la minaccia è più alta, ma con il pericolo di continue escalation con l’Iran da cui potrebbero derivare scenari di conflitto molto più ampi e inquietanti. Dall’altra parte, c’è un problema di natura economica: come scrive Haaretz, le compagnie di navigazione potrebbero aumentare notevolmente i tassi di assicurazione con un aumento inevitabile sul valore dei beni commerciati.

Uno scenario che però non va considerato pericoloso solo per Israele, visto che in quelle rotte passa anche il petrolio iraniano così come gran parte di quello mondiale. Un’escalation marittima può essere quindi molto rischiosa per entrambe le parti, con effetti collaterali su tutto il mercato mondiale.

In ogni caso, sia Israele che la Repubblica islamica dell’Iran hanno messo da tempo gli occhi sul mare, considerato il dominio dove potrebbe aprirsi una nuova era del conflitto a bassa intensità tra i due Stati. La Marina israeliana ha aumentato il numero dei propri mezzi di superficie e sottomarini per controllare al meglio le rotte del Mediterraneo e del Mar Rosso, ma recentemente sembra essersi addentrata fino a Hormuz. L’Iran, dal canto suo, ha soprattutto nella Marina dei Guardiani della Rivoluzione (seconda Marina insieme a quella regolare) un’arma estremamente duttile e abile a colpire proprio le rotte navali, i terminal petroliferi, le piattaforme off-shore e i Paesi limitrofi. Uno scontro frontale è difficile: ma entrambi i Paesi hanno già predisposto i piani per combattere in questo dominio.