Un misterioso lampo squarcia il cielo di Teheran. All’alba, il cielo della base di Parchin, non lontano dalla capitale iraniana, si è iniziato a tingere di arancione dopo quello che i residenti delle aree limitrofe hanno definito un boato. I social sono impazziti, con le prime immagini di questo flash che hanno iniziato a fare il giro del mondo. Un nuovo e strano “lampo”, dopo quello dell’aereo abbattuto durante l’attacco alle basi americane per vendicare la morte di Qasem Soleimani. Ma questa volta non era un velivolo. Il ministero della Difesa iraniano, a stretto giro di posta, ha confermato l’esplosione (impossibile del resto negare l’evidenza delle prove nell’etere), ma ha tenuto a diramare un comunicato in cui si spiegava che l’incidente fosse legato a un deposito di stoccaggio di gas.
Questa la versione ufficiale del ministero della Difesa e confermata subito da tutte le televisioni di Stato iraniane, che hanno immediatamente messo a tacere ogni tipo di speculazione. Ma è chiaro che quel lampo arancione di Teheran lascia adito a molti dubbi. Soprattutto perché quel sito non può essere certo definito un luogo qualunque e tutti sono perfettamente consapevoli che la base di Parchin ha rappresentato per anni (e continua a rappresentare) una delle chiavi del programma missilistico e nucleare iraniano.
A confermare i dubbi sulla versione ufficiale del governo sono i media internazionali. Il New York Times, citando Fabian Hinz, ricercatore presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies, ha ricordato come il centro di Parchin sia “il più grande sito di produzione di esplosivi militari in Iran”. Ma soprattutto è lo stesso sito militare dove prima del 2004 l’Iran ha svolto test nucleari. Test confermati nel 2018 quando il governo israeliano rilasciò pubblicamente dei documenti sottratti all’intelligence iraniana e in cui si parlava dei numerosi test svolti fino all’intervento dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica nei primi anni del Duemila. Agenzia che comunque non è mai riuscita ad avere il completo accesso alla base proprio per gli ostacoli posti dai militari iraniani all’arrivo dei tecnici internazionali.
Essendo un sito per test missilistici e produzione di armi, è chiaro che l’incidente possa sempre essere messo in conto. Il governo iraniano parla di un deposito di gas, ma è altrettanto evidente che – come concordano molti analisti – tutto possa essere insabbiato, o quantomeno coperto, dalle autorità del Paese. Troppi i segreti custoditi gelosamente dalle forze degli Ayatollah in quella base a pochi chilometri dalla capitale. Dove anche il Tesoro americano ha puntato il dito con sanzioni molto pesanti legate alle sue industrie chimiche, sanzionate dal 2007.
E in ogni caso Teheran sa che ogni tipo di incidente in queste strutture ha sempre una parte di mistero che serve sia ai suoi nemici che ai suoi stessi vertici politici e militari, in grado di premere ogni volta sull’interruttore del sabotaggio anche per compattare le strutture gerarchiche e la base.
Del resto a Parchin ne sanno qualcosa visto che già nel 2014 un curioso incidente con esplosione e conseguente incendio aveva messo in allerta l’intelligence iraniana e gli occhi di mezzo mondo. Soprattutto perché i media internazionali si accorsero, per la prima volta, della quantità di bunker disseminati intorno a un’area tecnicamente rasa al suolo dalle autorità per provare che non vi fossero più pericolose attività contrarie agli impegni presi in sede diplomatica.
Anche in quel caso, la stampa iraniana e i vertici del governo posero subito fine (o cercarono di farlo) alle speculazioni su un presunto attacco parlando id un incidente. Incidenti che coinvolgono più o meno tutti i siti di test militari che provano nuove armi (come appunto è Parchin) ma che non possono destare sospetti specialmente per le tempistiche. Nel 2014, l’attacco arrivò dopo anni in cui Israele e Stati Uniti avevano compiuto una serie di azioni di sabotaggio, in particolare attraverso attacchi hacker, proprio per colpire i maggiori siti “sensibili” del Paese degli Ayatollah. Attacchi informatici devastanti, da cui l’Iran si è risollevato potenziando a tappe forzate la propria struttura militare proiettata nel cyber fino a diventare una superpotenza del settore.
Se a quei tempi era chiaro che potessero esserci dei dubbi sulla versione ufficiale, oggi le cose non sono da meno. L’esplosione arriva in concomitanza con la conferma di una vendetta cyber israeliana contro un sito iraniano (probabilmente Shahid Rajaee) colpito un mese fa proprio da un attacco hacker realizzato dall’Unità 8200 delle Israel defense forces. Se a questo si aggiungono le navi iraniane che continuano ad approdare in Venezuela nonostante le pesanti accusa americane e la decisione, da parte del governo Usa, di aumentare la pressione sul governo iraniano con ulteriori sanzioni alle aziende legate all’industria del metallo, le ipotesi su una curiosa concatenazione di eventi rischiano di poter trovare terreno fertile. Soprattutto dopo quello strano messaggio di apertura di Hassan Rouhani verso Donald Trump: i due governi dialogano anche a suon di sabotaggi.



