La Cina mercoledì ha tenuto delle esercitazioni navali a fuoco nello stretto di Taiwan, già annunciate la settimana scorsa da parte di Pechino, e che arrivano a pochi giorni dalla prova di forza della Marina del Pla tenutasi nel Mar Cinese Meridionale, altro punto caldo delle tensioni internazionali.

Secondo quanto riportato dalle stesse fonti cinesi le esercitazioni sono durate una sola giornata e sono state effettuate in una limitata porzione di mare interamente al di dentro delle acque territoriali di Pechino: si tratta di una zona a ridosso della baia di Quanzhou nella regione del Fujian misurante 10 miglia per 5, settore che comprende anche una fascia costiera.

Per alcuni analisti la localizzazione dell’esercitazione basta a far passare il messaggio che la Cina intenda “provocare” Taiwan ed i suoi alleati senza correre il rischio di causare una crisi nello stretto con un escalation come avvenne, ad esempio, nel 1996 quando la Casa Bianca inviò 2 carrier strike group nell’area, con il gruppo della portaerei “Nimitz” e della nave da assalto anfibio “Belleau Wood” che incrociarono direttamente nelle acque dello stretto di Taiwan per rispondere alla mobilitazione delle forze del Pla – sia navali che terrestri proprio nella stessa regione del Fujian – ordinata da Pechino a seguito di una controversia diplomatica che vedeva coinvolto l’allora presidente taiwanese in merito ad una questione di visti di ingresso negli Usa, controversia poi risoltasi in favore del leader di Taiwan.

In ogni caso l’esercitazione, la prima nello stretto dal 2015, è capitata forse nel momento peggiore dei rapporti tra Pechino, Taiwan e gli Usa da un decennio a questa parte. Il Partito Democratico Progressista, al potere dal 2016, non ha mai nascosto, infatti, la propria politica indipendentista ed in particolare ad irritare Pechino è l’atteggiamento di Lai Ching-te, divenuto premier dell’isola a settembre del 2017, nazionalista convinto.

All’indomani dell’esercitazione, che alla fine è stata solo un esercizio di artiglierie senza il coinvolgimento di unità navali e anfibie, si sono aperte molte speculazioni sulla sua possibile tipologia e sui significati “diplomatici” ad essa associati. Quelli più verosimili erano due scenari che guardavano agli eventuali reparti impiegati: se Pechino avesse utilizzato  i suoi Marines si sarebbe potuto pensare ad uno scenario a bassa scala come ad esempio lo sbarco su isole come quelle contese del Mar Cinese Meridionale; se avesse utilizzato le  forze anfibie del Pla, che invece per effettivi e mezzi risultano essere idonei per operazioni a larga scala, si sarebbe potuto pensare ad una prova di un’invasione di Taiwan.

Secondo alcune fonti quella cinese è una mossa rivolta, prima ancora che verso la “provincia ribelle”, verso gli Usa.
L’avviso sarebbe infatti quello di “stare alla larga” dalle questioni che riguardano l’isola contesa e soprattutto di non intromettersi nei piani cinesi rivolti all’Asia ed al Pacifico Occidentale, tutto questo al netto della paranoia di Pechino che si ripropone ogni volta che si tratta di Taiwan a livello internazionale.

Il professor John Blaxland, ordinario di studi strategici e titolare di una cattedra presso il South East Asia Institute, sostiene che questa è “una dimostrazione di forza per far capire agli attori regionali, a Taiwan, al Giappone e agli altri stati del Sud Est Asiatico che la Cina va presa sul serio, ed è un messaggio molto forte”.

In ogni caso forte eco ne è stata data nei giorni scorsi sui media cinesi, che parlano appunto di un segnale per Taiwan, sebbene in contemporanea dall’altra parte il tutto sia stato un po’ minimizzato dalla stampa che afferma come la localizzazione stessa dell’esercitazione la renda “innocua” per gli interessi di Taipei e cogliendo l’occasione così’ di accusare parallelamente i media di Pechino di essere “spacconi ed esagerati”. Una guerra di propaganda che questa volta non è degenerata in un’escalation.

Il Governo di Taipei, sebbene abbia infatti annunciato che il prossimo 4 giugno, in risposta alle manovre militari di oggi, terrà un’esercitazione di cinque giorni – l’annuale Hah Kuang –  volta proprio a testare i meccanismi difensivi in caso di invasione cinese, ha annullato la propria – non prevista – esercitazione di artiglieria sull’isola di Kinmen, che dista solo 5 o 6 miglia dal territorio della Repubblica Popolare Cinese e si trova a circa 30 miglia a sudovest del sito dove Pechino ha tenuto la sua dimostrazione di forza.

Nonostante il clima di distensione che potrebbe trapelare da questo strano “botta e risposta” tra la Cina e Taiwan, Pechino ha fatto sapere che la sua portaerei Liaoning, reduce, come dicevamo, da un’imponente dimostrazione di forza tenutasi nelle acque del Mar Cinese Meridionale che ha avuto anche il presidente Xi Jinping come spettatore d’eccezione, effettuerà una crociera dimostrativa nello stretto di Taiwan proprio sulla rotta verso la base di Dalian. Esibizione che arriva dopo le imponenti manovre della settimana scorsa, dove 48 navi, 76 caccia e alcuni sommergibili per un totale di circa 10 mila uomini coinvolti hanno eseguito una prova di forza in quelle acque contese ed in particolare la portaerei ha fatto da posto comando, ruolo che con ogni probabilità avrà anche oggi al largo della baia di Quanzhou.

In generale, quella che a prima vista potrebbe sembrare un’azione “di basso profilo” da parte cinese, in realtà non lo è affatto: la flotta di Pechino -ad esempio – non è più quella del 1996 ed è diventata il fiore all’occhiello del PLA e lo sarà ancor di più quando i nuovi programmi di costruzioni navali, che prevedono la messa in mare di portaerei anche a propulsione nucleare, saranno portati a termine. Pechino è ben conscia della propria forza e lo sono anche Taiwan, il Giappone e gli stessi Stati Uniti, pertanto, nel perfetto solco della politica della “fetta di salame” – ovvero quella strategia che prevede di eseguire piccole ma continue mosse strategiche per conseguire in risultato senza causare un’escalation degenerante – continua lentamente e costantemente ad alzare l’asticella dello scontro.

Se fossimo catapultati improvvisamente nel 2018 dal 1998 ci accorgeremmo delle enormi e spesso proditorie conquiste in politica estera della Cina – la militarizzazione unilaterale delle isole nel Mar Cinese Meridionale è lì a dimostrarlo – e allo stesso tempo ci renderemmo conto della sua ipocrisia di fondo, con Pechino che ad ogni pié sospinto rilascia dichiarazioni in cui sostiene la necessità di tenere relazioni pacifiche e di sviluppo congiunto secondo il principio “win-win”, ma che alla realtà dei fatti disattende con piccole ma costanti provocazioni, che non sono solamente tali ma che spesso diventano, de facto, delle vere e proprie conquiste strategiche.