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La dimostrazione di forza militare cinese, data dall’avvio di una serie di esercitazioni a fuoco, innescata dalla visita a Taiwan della presidente della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi della settimana scorsa perdura nonostante Pechino avesse annunciato che le manovre sarebbero cessate nella mattinata di lunedì 8 agosto.

Ancora nel pomeriggio dell’8 agosto, alle 17 ora locale, il ministero della Difesa di Taipei ha comunicato che tredici unità navali cinesi e 39 velivoli della Plaaf (People’s Liberation Army Air Force), hanno svolto attività intorno all’isola, coi caccia che hanno attraversato la “linea mediana” che corre lungo lo Stretto e che, sebbene non coinvolga lo spazio aereo taiwanese, rappresenta una penetrazione nella Adiz (Air Defense Identification Zone) che non è mai avvenuta prima di questa crisi, eccezion fatta per quella del 1995/96.

Diversi gli assetti aerei cinesi coinvolti in queste intrusioni: caccia Su-30, J-10, J-11, Jh-7, J-16, bombardieri H-6 insieme a elicotteri Ka-28 Asw (Anti Submarine Warfare) e quadriturboleica Y-8 in versione da pattugliamento marittimo e guerra elettronica. Coinvolti anche Uav (Unmanned Air Vehicle), che sono stati usati da ambo le parti per monitorare la reciproca attività sui mari.

Segnalate inoltre diverse unità navali della marina cinese che operano principalmente nelle acque orientali rispetto a Taiwan e nello Stretto, tallonate da vicino dalla marina di Taipei e seguite attentamente da quella statunitense, che nell’area ha il gruppo d’attacco (Carrier Strike Group – Csg) della portaerei Uss Ronald Reagan.

Non è ancora chiaro in che tratto di mare si terranno le nuove manovre cinesi, ma Taipei ha fatto sapere che effettuerà manovre a fuoco nel settore marittimo meridionale e orientale, circa nelle stesse aree coinvolte da quelle tenute da Pechino la settimana scorsa.

Una dimostrazione di forza a tutto tondo della Cina: sempre il ministero della difesa taiwanese ha reso noto che la scorsa settimana ci sono stati 272 azioni nel campo informatico da parte avversaria volte a disorientare e confondere l’opinione pubblica.

Quanto sta accadendo si configura ormai come una prova generale di un inizio di invasione di Taiwan: le incursioni aeree, i lanci di missili balistici e il dispiegamento dello strumento navale rappresentano la simulazione della fase preparatoria per un’operazione anfibia. Come abbiamo già avuto modo di spiegarvi, infatti, il blocco aeronavale dell’isola e un massiccio attacco missilistico uniti a un pesante attacco cyber sarebbero propedeutici all’invasione.

Gli Stati Uniti hanno mobilitato anche i loro assetti aerei presenti stabilmente nell’area: sappiamo che velivoli RC-135S “Cobra Ball” per raccogliere dati relativi ai lanci missilistici cinesi e, con ogni probabilità, stanno mantenendo una copertura pressoché continua del tracciamento degli assetti cinesi usando gli E-3 “Sentry” che stazionano alla base aerea di Kadena, nell’isola nipponica di Okinawa, senza considerare i caccia imbarcati sulla Ronald Reagan o gli F-22 che, molto probabilmente, hanno scortato il volo della Pelosi.

I rispettivi dispiegamenti di forze sono quindi attentamente monitorati da ambo le parti: velivoli come l’Y-8 cinese vengono usati sia per scoprire i sottomarini alleati, sicuramente presenti nell’area delle manovre, sia per raccogliere dati nella versione Electronic Warfare (Ew). Anche solamente l’attività di monitoraggio “a vista”, intercettando gli aeromobili, è molto importante per raccogliere informazioni sulla relativa parte avversa: è prassi, infatti, raccogliere fotografie di dettaglio dei velivoli intercettati da consegnare agli analisti per scoprire dotazioni e altre caratteristiche utili a definire le possibilità del velivolo.

Proprio per questo, nella storia, si sono effettuati depistaggi: l’U.S. Air Force a volte ha fabbricato pod fittizi per Ew che sono poi stati montati sotto le ali di caccia F-15 decollati per intercettare i bombardieri o pattugliatori marittimi a lungo raggio sovietici. Non è da escludere quindi che simili eventualità siano ricorrenti tutt’ora, stante il livello di escalation raggiunto nel Pacifico Occidentale.

Sappiamo poco, in generale, di quello che avviene sui mari intorno a Taiwan ma soprattutto nelle profondità marine, dove le unità subacquee sono sicuramente coinvolte in un gioco a rincorrersi che serve non solo a portarsi in posizione vantaggiosa per un possibile attacco a sorpresa, ma anche per raccogliere dati preziosi sulle unità navali avversarie e sulle tattiche di combattimento: riuscire a penetrare nell’ombrello protettivo antisom avversario senza essere scoperti significa poter individuare una falla nel sistema da utilizzare in caso di attacco reale.

Allo stesso modo, in campo aeronautico, le frequenti incursioni nell’Adiz, che stanno vedendo un parossismo senza precedenti, servono a testare la reazione delle difese aeree avversarie, ma il numero così elevato di sortite ha anche una doppia funzione, ovvero quello di mettere sotto pressione l’avversario provocando l’usura di uomini e mezzi. Inoltre, come abbiamo avuto modo di dire nel corso di altre provocazioni simili, la tattica cinese è quella di assuefare le difese taiwanesi a nuovi livelli di tensione, in modo da coglierle di sorpresa in caso di attacco reale. L’attraversamento della linea mediana si prefigura proprio in questo senso: è un piccolo innalzamento dell’asticella della tensione che non provoca, da solo, un’escalation armata verso il conflitto, ma serve a creare un nuovo status quo diverso da quello precedente.

Si tratta, in piccolo, di una politica ben definita utilizzata dalla Cina per ottenere risultati in campo politico: denominata “affettare il salame” (salami slicing), si è applicata da anni nel Mar Cinese Meridionale per poter raggiungere, “a piccole fette”, l’obiettivo finale di politica estera di ottenimento della sovranità su quello specchio d’acqua conteso. Anche per questo è importante per gli Stati Uniti studiare attentamente le manovre cinesi, in quanto come detto rappresentano un nuovo status quo nella questione taiwanese, mentre da parte cinese si studia maggiormente la reazione politica stante il fatto che le risposte militari statunitensi sono già note da tempo in quanto Washington attiva le sue forze armate sempre allo stesso modo.

Pertanto la Cina ha un vantaggio tattico non indifferente in quanto agisce sempre in modo diverso, scalabile e imprevedibile: un fattore che il Pentagono dovrebbe tenere bene in conto per poter svolgere l’attività di contrasto alla presenza militare cinese in modo efficace.

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