L’ammissione iraniana squarcia il cielo di Teheran come il lampo che la scorsa notte ha interrotto la vita di centinaia di persone innocenti sul Boeing 737. “Un errore umano” spiegano dai vertici della Repubblica islamica, con Mohammed Zarif e Hassan Rouhani che porgono le loro condoglianze alle famiglie delle vittime e confessano la catena di tragici errori e fatalità che ha portato all’abbattimento dell’aereo.

Per l’Iran sai tratta di un episodio fondamentale. L’assunzione di colpa non è di poco conto per un governo che si regge su un fragilissimo equilibrio di poteri e consenso. Fa capire che qualcosa è andato storto. E per Teheran non è la prima volta in questi ultimi mesi.

Le proteste di questo inverno, con feriti, morti (forse centinaia) e la disattivazione di internet per milioni di persone avevano assestato un colpo duro ma non così pesante alla Repubblica islamica. Ma la catena di eventi iniziata con l’omicidio di Qasem Soleimani ha cambiato qualcosa mostrando tutti i lati più deboli del sistema militare iraniano. Prima il “buco” dell’intelligence sul generale ucciso, che ha fatto capire come la tecnologia americana fosse in grado di colpire chiunque e ovunque nonostante le abilità cyber e di guerra elettronica dei militari iraniani. Un omicidio mirato che ha portato alla luce la debolezza delle forze Gerusalemme nonostante la loro chiara capacità di incidere in tutta la politica regionale e nei conflitti che stanno costellando il Medio Oriente. Il drone Usa partito dalla base di Al Udeid ha ucciso in un solo colpo il leader militare più vicino alla Guida Suprema Ali Khamenei e l’uomo in grado di guidare le forze sciite irachene verso una rivolta contro le truppe Usa e il sistema politico nato dopo la sconfitta dello Stato islamico. E l’incapacità dei Pasdaran di prevedere un raid del genere lasciando anzi che il proprio “viceré” in Iraq venisse scovato e colpito segnala una pericolosa inversione di rotta rispetto alle grandi capacità dimostrato fino a questo momento dai Guardiani della Rivoluzione.

Dopo l’uccisione, i funerali. Una grande adunata popolare con milioni di persone che hanno invaso le strade di Teheran per rendere omaggio al grande generale ucciso dal “grande Satana”. Una capitale in fiamme, mentre a Qom, centro culturale dell’islam sciita, si issa la bandiera che preannuncia guerra. Ma mentre il feretro di Soleimani percorre le strade della capitale della Repubblica islamica, qualcosa va storto. Decide di persone muoiono nella calca. Una tragedia: ma anche in questo caso molti pontano il dito sulle incapacità delle autorità di controllare la pubblica sicurezza. Le forze di sicurezza ancora sotto accusa: e questa volta era il giorno del lutto per un intero Paese.

Poi è arrivato lo strike contro le basi statunitensi di Erbil e Ain Al Asad. Un raid atteso da molti come la grande vendetta nei confronti di coloro che avevano ucciso il generale Soleimani. I Pasdaran minacciano una reazione durissima. Ali Khamenei giura rappresaglie ma chiede comunque dialogo. Il governo si compatta e parla di reazione. Ma la reazione non è quella che molti si aspettano. I missili partiti dalle basi iraniane si rivelano innocui per gli americani e non fanno nemmeno una vittima. I media di Teheran, in un primo momento di esaltazione, parlano di ottanta morti nelle due basi colpite. Dopo poche ore, lo stesso Iran è costretto ad ammettere di non aver fatto nemmeno un ferito. Un raid telefonato, dicono molti. Dalla Difesa Usa confermano che il raid era per uccidere e non era stato “dichiarato”. Di fatto però si è trattato di uno strike con missili tracciabili e non particolarmente distruttivi, tanto è vero che ha portato alla distruzione di un elicottero, un drone e un deposito mentre ci si attendeva la grande vendetta dei Pasdaran. Una rappresaglia che ha suscitato anche le perplessità del fronte sciita, tanto è vero che adesso in molti temono che la vera vendetta arrivi dalle milizie collegate a quel sistema voluto da Soleimani più che dall’Iran. Che come vendicatore si è dimostrato molto meno incisivo di quanto volessero i più fanatici.

Infine, nella stessa notte, il tragico abbattimento del volo dell’Ukraine Airlines diretto a Kiev con a bordo 176 persone. Prima l’Iran nega ogni accusa: dice che è impossibile che un missile abbia colpito quell’aereo e sconfessa tutte le indagini dei servizi stranieri, considerati inaffidabili e propagandistici. Poi arriva l’ammissione. Una tragedia nata da un errore. Lo ammette lo stesso governo iraniano che adesso ha già annunciato un’indagine da parte delle forze armate per comprendere l’accaduto e trovare i colpevoli. Ma è un errore che può costare caro a un governo e a dei vertici che hanno nell’ordine ucciso manifestanti, accettato (nei fatti) la morte del loro più grande generale e simbolo della lotta all’Isis e dell’espansionismo sciita, colpito in maniera quasi risibile due basi Usa in Iraq e provocato la morte di 176 innocenti. Una fragilità pericolosa per un Iran che adesso si trova sotto assedio. Con le elezioni alle porte e con le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti questa catena di errori, colpi mortali, vendette e scuse può risultate decisiva per la credibilità di un sistema che finora aveva retto all’urto di una pressione economica, politica e militare senza precedenti. E l’impressione è che gli effetti della morte di Soleimani siano finiti per colpire l’Iran dall’interno più che dall’esterno. Ora bisognerà capire come Teheran reagirà davvero: non a Trump ma alla sconfitta d’immagine.

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