Anadolu Ajansi, l’Agenzia di stampa turca di proprietà del Governo, ha reso pubblica la mappa con le posizioni dei militari francesi presenti nel nord della Siria.
“Macron non impicciarti!”
Si tratta di cinque basi dislocate nelle aree sotto il controllo del SDF (Syrian Democratic Forces) l’esercito multietnico il cui fulcro è composto da curdi del YPG e che sta combattendo l’Isis sotto l’egida della coalizione Usa.
La pubblicazione è avvenuta come risposta alla decisione del Presidente francese Macron di accogliere a Parigi i rappresentanti del SDF promettendo loro una maggiore presenza militare francese nella regione ed una mediazione con la Turchia sulla questione curda.
Il gesto di Macron ha scatenato una reazione feroce da parte di Ankara che considera il SDF un’organizzazione terroristica, braccio siriano del PKK.
Il Presidente turco Erdogan ha attaccato direttamente Macron con toni chiaramente al di sopra delle righe: “chi sei tu per parlare di mediazione tra la Turchia e i terroristi?” E riferendosi sprezzante al Presidente francese, lo ha intimato di: “non impicciarsi di cose che non lo riguardano; non abbiamo bisogno di un mediatore (…) la Francia sta superando i limiti”.
Il Primo Ministro turco Bozdag ha ammonito la Francia: “Chi è amico dei terroristi perde l’amicizia della Turchia”.
Gli affari francesi con l’Isis
La mappa pubblicata dai turchi individua, oltre a Raqqa, la presenza militare francese a Kobane (Ayn Al-Arab in arabo) e ad Harab Hisk; qui la base militare costruita dagli americani ingloba anche un cementificio realizzato nel 2010 dall’azienda francese Lafarge. Al suo interno stazionerebbero i reparti speciali di Parigi.
Il cementificio Lafarge fu al centro di grandi polemiche internazionali quando, con l’invasione dell’Isis nella regione, si scoprì che i francesi avevano pagato una tangente di 5 milioni di dollari allo Stato Islamico per continuare a tenere aperta la fabbrica ed evitare una costosa delocalizzazione in aree più sicure. Soldi che andarono direttamente ai terroristi e anche alle bande armate di Al Qaeda che garantivano il passaggio delle merci francesi nelle aree circostanti. Nonostante questo molti dipendenti siriani furono ugualmente rapiti dalle bande jihadiste.
La Turchia è ancora alleata dell’Occidente?
La presenza francese nel nord della Siria era già stata confermata nel giugno del 2016 quando Parigi annunciò l’invio di propri reparti speciali a supporto dei curdi nell’assedio della città di Manbij occupata allora dall’Isis e punto di passaggio cruciale per l’avanzata verso Raqqa. Allora circa 150 “specialisti” francesi fornirono addestramento e consulenza ai curdi sul terreno mentre gli aerei della coalizione a guida Usa bombardavano le postazioni jihadiste.
In fondo, la rivelazione di dove sarebbero stanziati i soldati di Parigi non è una cosa particolarmente sconvolgente. Lo è l’azione di disturbo della Turchia e il tono con cui Erdogan ha attaccato Macron, suo alleato nella Nato. Ed è questo il punto: la Turchia si rivolge ai suoi alleati occidentali con toni spesso da avversario.
Per gli esperti europei e americani la Turchia rimane centrale nell’Alleanza Atlantica, non solo per il suo ruolo geopolitico di “cerniera” tra oriente e occidente, ma anche perché tuttora reparti turchi sono attivi in molte attività Nato (dall’Iraq all’Afghanistan, ai Balcani).
Qualche mese fa un episodio increscioso ha generato una ulteriore frattura, quando in Norvegia, durante le esercitazioni Nato, nelle simulazioni la Turchia è stata messa tra i potenziali nemici dell’Alleanza Atlantica, errore che ha causato un disastro diplomatico e spinto Erdogan a ritirare le proprie truppe dall’esercitazione.
È pur vero però che la decisione di Erdogan di non considerare più la Russia di Putin un avversario ma anzi un possibile partner nella politica mediorientale, ha creato non poche tensioni in Occidente; e la decisione di Ankara di acquistare il potente sistema di difesa missilsitico russo S-400 ha generato non pochi grattacapi all’interno della Nato.
Nei prossimi giorni Erdogan accoglierà Putin per inaugurare la prima centrale nucleare della Turchia ad Akkuyu, costruita da Rosatom, l’Azienda statale di Mosca per l’energia nucleare. Poi ad Ankara li raggiungerà il Presidente iraniano Rouhani per affrontare il nodo Siria. Erdogan sembra ormai orientato a dialogare con quelli che l’Occidente ritiene i propri nemici; è compatibile questo con l’adesione alla Nato? In queste condizioni quanto può durare la strategia di Erdogan di mantenere il piede in due staffe?
@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca



