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Politica

L’Eritrea e le sue nuove alleanze nel Mar Rosso con Russia, Cina e Iran

C’è un paese in Africa che da trent’anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. L’Eritrea, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso, è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica che sta ridisegnando gli equilibri...

C’è un paese in Africa che da trent’anni sfida ogni previsione, sopravvivendo a guerre, sanzioni e isolamento internazionale. L’Eritrea, striscia di terra arroccata sul Mar Rosso, è oggi al centro di una silenziosa rivoluzione geopolitica che sta ridisegnando gli equilibri di una delle regioni più delicate del mondo. Questo stato africano è nuovamente sotto l’occhio attento dell’Occidente. A gennaio, per esempio, Michael Rubin dell’American Enterprise Institute (AEI), un influente think tank conservatore statunitense focalizzato sulla politica pubblica, ha chiesto un cambio di regime in quella che ha definito “la Corea del Nord d’Africa”.

La storia recente dell’Eritrea assomiglia a una partita a scacchi giocata su più tavoli contemporaneamente. Negli anni ’90, subito dopo l’indipendenza ottenuta nel 1993, Asmara, la capitale dell’Eritrea, strinse un’alleanza tattica con Israele e Stati Uniti. La cooperazione iniziale con Washington era significativa, specialmente in relazione all’iniziativa “Front Line States” guidata dagli Stati Uniti per contenere il Sudan, allora considerato un paese sponsor del terrorismo. L’Eritrea, accusando il Sudan di aver armato la Jihad Islamica eritrea, divenne un partner chiave negli sforzi antiterrorismo regionali americani, beneficiando di aiuti militari e supporto logistico. La collaborazione rifletteva un allineamento di interessi nella stabilizzazione del Corno d’Africa, con l’Eritrea che forniva base strategica e sostegno nella lotta contro i movimenti estremisti. I centri di sorveglianza israeliane sul territorio eritreo e la collaborazione con Washington nella lotta al terrorismo facevano dell’Eritrea un avamposto occidentale nel Corno d’Africa. Ma quel matrimonio di convenienza era destinato a naufragare.

La rottura arrivò in tre atti. Il primo fu la guerra con l’Etiopia (1998-2000) e il successivo tradimento occidentale. Durante e dopo il conflitto, gli Stati Uniti scelsero di sostenere Addis Abeba come avamposto nella nascente “Guerra al Terrore”, la campagna internazionale lanciata da Washington dopo l’11 settembre 2001 per combattere gruppi jihadisti come al-Qaeda e dissuadere gli Stati dall’ospitare terroristi. Nonostante un embargo internazionale sulle armi fosse stato imposto a entrambi i paesi, fu poi revocato per l’Etiopia nel 2006, per consentire le sue operazioni militari su larga scala in Somalia, considerate parte degli sforzi antiterrorismo a guida statunitense. Il momento decisivo fu il mancato rispetto dell’Accordo di Pace di Algeri del 2000, che aveva formalmente posto fine alla guerra. Nonostante la Commissione per la Demarcazione del Confine Eritrea-Etiopia (EEBC) avesse assegnato la contesa città di Badme all’Eritrea nel 2002, l’Etiopia si rifiutò sistematicamente di implementare la demarcazione sul terreno, mantenendo l’occupazione dei territori. Asmara accusò l’ONU e la comunità internazionale di non aver esercitato sufficiente pressione su Addis Abeba.

Il secondo atto della rottura fu l’espulsione dell’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, nel 2005. La decisione fu motivata ufficialmente dal desiderio dell’Eritrea di promuovere una politica di “autosufficienza” e dal disagio per le attività dell’agenzia, ma fu ampiamente interpretata come una risposta al crescente sostegno di Washington all’Etiopia, percepito come un favoritismo internazionale. Nonostante questo isolamento diplomatico e le tensioni, l’Eritrea tentò comunque un riavvicinamento con gli USA, offrendo di ospitare una base statunitense e persino inviando truppe in Iraq, mostrando una strategia di politica estera tanto pragmatica quanto contraddittoria.

Il terzo atto furono le sanzioni ONU del 2009, imposte per il mancato ritiro delle truppe eritree da Gibuti e per il presunto sostegno ad al-Shabaab, il gruppo jihadista somalo affiliato ad al-Qaeda, protagonista di attentati e destabilizzazione nel Corno d’Africa. Le sanzioni persistettero anche dopo che l’Eritrea cessò tale sostegno e si ritirò, spingendo definitivamente Asmara verso nuovi alleati.

Oggi quel processo di riallineamento è quasi completo. Mentre Washington fatica a mantenere il controllo della sua base a Gibuti, dove la Cina ha costruito la sua prima installazione militare oltremare operativa dal 2017, con regolari esercitazioni congiunte tra le forze cinesi e gibutiane, l’Eritrea è diventata un hub centrale per le potenze eurasiatiche. Il suo riposizionamento va inserito in una prospettiva regionale più ampia, nella quale, per esempio, il Sudan starebbe consentendo l’accesso militare russo e iraniano a Port Sudan. Per la Russia, si sono consolidati accordi per l’istituzione di una base navale logistica che permetterebbe lo stazionamento di navi, comprese quelle a propulsione nucleare. L’Iran, dal canto suo, ha fornito armi, in particolare droni, alle Forze Armate Sudanesi tramite Port Sudan e ha espresso un forte interesse a stabilire una presenza navale stabile nel Mar Rosso, sebbene un accordo per una base permanente non sia ancora ufficialmente confermato.

I numeri tra Eritrea e le nuove potenze parlano chiaro. Pechino rappresenta ormai un terzo delle importazioni e due terzi delle esportazioni eritree, con investimenti miliardari nel settore minerario. Un accordo del 2021 ha portato l’Eritrea a far parte della Belt and Road Initiative (BRI). La Russia, dopo aver stretto accordi navali con il Sudan, ha iniziato a utilizzare il porto di Massaua. L’Eritrea ha inoltre raddoppiato il suo impegno, diventando uno dei soli cinque paesi ad opporsi alla risoluzione ONU del 2022 che condanna l’invasione russa dell’Ucraina, e nel gennaio 2023 il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha visitato Asmara. Il cambiamento più rilevante, tuttavia, risiede nei rinnovati legami di Asmara con Teheran. L’Eritrea, che un tempo aveva schierato truppe contro Ansarallah (Yemen), ora si rifiuta di condannare il blocco del Mar Rosso. Nel 2024, il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh ha partecipato all’insediamento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e quando Tel Aviv ha assassinato il leader di Hamas Ismail Haniyeh durante la cerimonia, l’Eritrea ha condannato l’attacco.

È la posizione geografica a fare dell’Eritrea un premio ambito. Il porto di Assab, che negli anni della guerra yemenita servì come base logistica per gli Emirati Arabi Uniti, potrebbe presto trasformarsi in un avamposto iraniano. Isolata dalle sanzioni, Asmara si era già rivolta a Teheran in passato, sostenendo il programma nucleare civile iraniano e concedendo al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) l’accesso a Port Assab. Ciò aveva consentito all’Iran di monitorare i movimenti navali occidentali e, a quanto pare, aveva fornito all’Eritrea sostegno finanziario. Curiosamente, nel recente passato, l’Eritrea ha continuato a corteggiare Israele in silenzio. Nel 2012, il think tank Stratfor ha confermato che Tel Aviv gestiva strutture di sorveglianza in Eritrea, a cui si è aggiunta una seconda base nel 2016 per monitorare il movimento di Ansarallah in Yemen. Ma la guerra del 2015 contro lo Yemen, guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha visto l’Eritrea interrompere i legami con l’Iran, schierandosi invece con gli Emirati Arabi Uniti contro il governo di resistenza di Sana’a. Assab è diventata un hub logistico e l’Eritrea ha persino schierato 400 soldati, contribuendo ai progressi degli Emirati sul campo di battaglia, prima che questi ultimi abbandonassero l’Eritrea nel 2021. Se Teheran riuscisse a ristabilire una presenza stabile ad Assab, l’Iran avrebbe in mano le chiavi dello stretto di Bab el-Mandeb, arteria vitale per il commercio globale, e sarebbe in grado di supportare Ansarallah da entrambe le sponde del Mar Rosso e accelerare i trasferimenti di armi ai gruppi di resistenza palestinese. L’Eritrea potrebbe tornare a essere un trampolino di lancio regionale, questa volta non per Abu Dhabi, ma per le ambizioni strategiche di Teheran.

Non sorprende che questa prospettiva abbia scatenato reazioni in Occidente. Gli attacchi mediatici si sono moltiplicati, da quello di Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, che invoca i diritti umani prima di accusare l’Eritrea di minacciare gli ex alleati degli Stati Uniti, alle accuse del giornale israeliano Haaretz, il cui articolo “L’Eritrea è diventata un’agenzia dell’Iran e una minaccia strategica per Israele e gli Stati Uniti” ha provocato la reazione del governo eritreo, che ha definito le sue affermazioni radicali, provocatorie e anche profondamente fuorvianti. La retorica ricorda da vicino quella usata contro l’Iraq prima dell’invasione del 2003, con la stessa miscela esplosiva di moralismo e interessi strategici. Questa narrazione, che arriva a paragonare Afwerki, il leader eritreo al potere dal 1993, accusato da anni di autoritarismo e repressione interna, a Saddam Hussein, prepara il terreno per l’intervento.

La differenza è che questa volta l’obiettivo è più difficile da colpire. A differenza di altri attori regionali con istituzioni fragili, l’Eritrea mantiene un apparato statale centralizzato e con forze armate ben consolidate. Dopo trent’anni di isolamento, ha sviluppato una resilienza unica nel continente africano, che passa da un’economia autarchica, un esercito disciplinato, e una popolazione abituata alla resistenza. Un cambio di regime forzato rischierebbe di scatenare un caos paragonabile a quello libico, con l’aggravante di coinvolgere direttamente le potenze nucleari che oggi sostengono Asmara.

Eppure la pressione continua ad aumentare da più fronti. Gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni nel 2021, ufficialmente per il ruolo dell’Eritrea nella guerra del Tigray. Contemporaneamente, Israele ha inasprito la sua posizione, chiudendo nel 2022 l’ambasciata ad Asmara e approvando una legge che prevede l’espulsione dei migranti eritrei accusati di sostenere il governo. A completare questo scenario, si sono aggiunte le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti ed Etiopia, seguite ai colloqui per rafforzare i legami tra Israele e Addis Abeba. Tutti elementi che dimostrano come la partita si stia surriscaldando. Nel frattempo, l’Eritrea replica con una strategia multilivello che prevede sostegno alla Russia sul conflitto ucraino, neutralità di fatto sul blocco houthi del Mar Rosso, e intese economiche con la Cina nel settore minerario.

Quello che sta accadendo nel Corno d’Africa va oltre la semplice competizione per basi militari e rotte commerciali. Rappresenta piuttosto uno scontro tra due diverse concezioni geopolitiche come l’ordine unipolare a guida americana, che mostra sempre più crepe nella sua egemonia, e l’alternativa multipolare avanzata con crescente determinazione da Pechino e Mosca. Nello stesso momento in cui l’Asse della Resistenza in Asia occidentale, sostenuto dall’Iran, inizia a riprendersi da una serie di battute d’arresto, la presa di Washington si allenta. Gibuti, facendo perdere libertà operativa, ha bloccato i raid aerei statunitensi su Ansarallah e spinto gli americano a lanciare l’idea di riconoscere la regione separatista del Somaliland e di stabilirvi una base, dimostrando progressiva erosione mentre le sue opzioni sul Mar Rosso si riducono.

Il nuovo assetto di potere genera interrogativi cruciali. Fino a che punto spingerà l’Occidente per riconquistare terreno? E, soprattutto, possiede realmente i mezzi per aprire un nuovo fronte in un’area già allo stremo? I think tank americani continuano a teorizzare cambi di regime, mentre le potenze eurasiatiche stanno già redigendo il prossimo capitolo. La loro visione coinvolge l’Eritrea, che nel frattempo è passata da semplice pedina a attore decisivo, capace di influenzare gli equilibri regionali.

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