Lo scontro tra Occidente e Russia non è solo uno scontro tra una superpotenza in cerca di rassicurazioni e un sistema politico-militare che non vuole subirne gli ultimatum. Per Mosca si tratta di una tensione esistenziale, una guerra di nervi che è nata con la caduta dell’Unione Sovietica e che non è mai finita, frutto di un desiderio di non vedere la fine di un impero diviso da faglie nazionaliste e nuovi blocchi.
Un processo che non si è veramente chiuso in un episodio. Non c’è stata una pace che ha decretato la fine di quel sogno, né una guerra persa. Il cambiamento è frutto di un misto di rivoluzioni, scelte difficili e concordate, ma soprattutto complesso al punto da non essere considerato come giunto alla fine. “Una saga continua con numerosi sequel”, come ha ricordato sul Financial Times Serhii Plokhy. E avendo avuto una conclusione senza un vincitore che ha conquistato altri territori e con una potenza in ogni caso rimasta nettamente superiore alle altre, si è contraddistinta per un altro elemento: non vi è stata una soluzione alla spartizione del territorio “imperiale”. La scelta è stata su base nazionale, su divisioni in larga parte linguistiche, ma la Russia è rimasta la grande patria dello spazio post-sovietico. E le altre repubbliche, che pure sono diventate indipendenti, non hanno mai avuto la percezione di essere sganciate dall’orbita di Mosca. E tantomeno di poter fronteggiare davvero un gigante come quello della nuova Federazione Russa.
La costruzione della Comunità degli Stati indipendenti non ha fatto che rafforzare l’idea che, in fondo, l’Unione Sovietica fosse terminata come sistema alternativo all’Occidente, ma non come comunità di destino per altri Stati. Quella rete di interessi che legavano le repubbliche sovietiche è rimasta anche dopo la caduta del Muro di Berlino, e le nuove repubbliche hanno siglato accordi che le hanno ancorato (o dovevano ancorare) a Mosca. L’Urss scompariva, ma non potevano scomparire i legami che univano il Cremlino ai suoi satelliti. Impossibile tirare una riga e fare finta che nulla fosse accaduto nelle generazioni precedenti.
Questo ha condotto ad alcuni interessanti fenomeni di natura politica e sociologica che hanno contraddistinto l’Europa orientale. Da una parte tante nazioni, proprio perché memori del passato sovietico, hanno scelto di aderire alla Nato e all’Unione Europa manifestando l’insofferenza – se non una vera paranoia – verso il vicino russo. Dall’altra parte, Mosca, proprio perché potenza imperiale/sovietica, non ha potuto fare a meno di ergersi a leader di quello spazio sgretolatosi agli inizi degli Anni Novanta. Specialmente perché impaurita da quella sindrome dell’accerchiamento che caratterizza la sua dottrina militare. Infine, la Nato, e con essa gli Stati Uniti, hanno sfruttato questo sistema – accettandone i rischi – per ampliare gli orizzonti del proprio blocco. Come fece l’Unione Europa, che utilizzò quel sentimento antirusso e quel vuoto di potere sorto dopo il dissolvimento dell’Urss per avviare un’espansione verso nuovi Paesi e nuovi mercati.
Le condizioni di partenza però erano quelle di un sistema non pacifico, ma con contraddizioni mai risolte in cui tutti si sono sentiti minacciati contemporaneamente. I nuovi Paesi indipendenti hanno risentito dell’eredità sovietica plasmando un’agenda filo-atlantica. In questo anche orientando pesantemente la bussola strategica della Nato a scapito sia del Mediterraneo che di eventuali accordi con Mosca. La Russia, invece, ha ritenuto fondamentale mantenere quei Paesi “cuscinetto”, proprio per timore che accadesse l’irreparabile: prima legandoli con accordi strategici, poi puntando su un blocco politico che facesse nascere un blocco politico omogeneo. E questo anche per permettere alla propria potenza di sprigionarsi al di fuori dell’area in cui ritiene di essere stata costretta dall’espansione Nato.
La Crimea, in questo senso, rappresenta un esempio perfetto: Mosca non poteva e non può fare a meno di quella penisola che garantisce il controllo sul Mar Nero come un cuneo in un mare che può diventare un “lago” atlantico. Per evitare questo accerchiamento, l’unico modo è agire come potenza imperiale, perché non esiste una piattaforma politica in grado di garantire rapporti con il vicinato che non siano intossicati dai precedenti storici ed egemonici.
Certo, ogni impero ha una sua fine. Ma quello che sembra prevalere in questo momento non è il senso di abbandono o di sconfitta, ma l’idea che Mosca non possa privarsi di uno spazio strategico su cui è costruita la stessa potenza russa. Senza quello spazio, non c’è una potenza in grado di essere tale. Fermare il processo di sganciamento di queste nazioni non sarà comunque semplice. E, come ricordato lo stesso Plokhy “i tentativi di resuscitare un impero in declino alienano i vicini – e persino potenziali alleati – portando all’isolamento”. Il problema, però, è se gli imperi in crisi di identità sono tanti e si incrociano proprio ai loro confini. Come avviene in Europa orientale.