Recep Tayyip Erdogan   vince di nuovo in Turchia e assume il controllo totale del Paese. Ma è un potere che non si estendere solo sul territorio turco, ma anche sull’Europa,  la nostra Europa, che tuona contro il Reìs ma continua a farci affari. E la notizia è proprio delle ultime ore, con l’accordo raggiunto in seno all’Unione europea per lo sblocco della nuova tranche da tre miliardi di euro per bloccare la rotta balcanica.

Erdogan vince due volte. Incassa il sostegno del popolo turco, che c’è, pur se non trionfale. E incassa i soldi di Bruxelles, che per evitare di parlare di questioni migratoria li ferma nei campi  profughi della Turchia aspettando che Ankara alzi il tiro e faccia la sua controfferta.

Siamo nelle mani del Sultano, verrebbe da dire. E per certi versi è così. La “fortezza Europa” si regge sulla volontà di Erdogan di tenere in piedi un accordo che, finora, gli è convenuto. E l’Ue non può fare altro che mantenere i patti e sperare che Ankara faccia altrettanto. Perché se la crisi migratoria dalla Libia sta facendo vacillare le già poche certezze su cui si fonda questa Unione,  un’apertura del fronte dell’Egeo potrebbe davvero dare il colpo di grazie alla politica dei flussi voluta dall’Ue. 

Ma siamo sicuri che Erdogan rispetti gli  accordi? A questa domanda risponderanno chiaramente solo i fatti. Ma i precedenti non sono a favore del Sultano che per anni ha cambiato idee in base alle possibilità di guadagno. Lo ha fatto con l’Europa stessa, prima come sostenitore dell’adesione della Turchia all’unione, poi come suo acerrimo nemico e infine di nuovo come supporter di Ankara nell’Ue. Lo ha fatto con la Russia, prima abbattendo un caccia poi chiedendo protezione e sostenendo Vladimir Putin in Siria. E infine l’ha fatto con la Nato, svolgendo sempre una politica autonoma e facendo accordi con gli Stati Uniti mentre andava a braccetto con Mosca.

È chiaro che l’Unione europea, in questo momento, non può permettersi problemi sul fronte sudorientale.  Viktor Orban, dall’Ungheria, ha aperto una crisi sui rifugiati che ha fatto breccia nel cuore di molti Paesi. Anche i governi più fedelmente allineati a una politica favorevole all’accoglienza sono stati costretti a rivederne i piani. Il gruppo di Visegrad scalpita e anche a sinistra comprendono che siamo di fronte a scelte epocali che rischiano di far perdere definitivamente consensi a tutti. E in tutto questo,  l’Italia sta dando un colpo molto forte alle ipocrisie del continente sul fronte migranti.

In questo momento, la vittoria di un avversario di molti governi europei come Erdogan è, in realtà, l’unica garanzia che questi governi non vacillino. Se Erdogan mantiene la  politica migratoria avuta fino ad ora, evita che questi Stati subiscano di nuovo ondate di persone in grado di destabilizzare il delicato equilibrio politico dei Paesi di transito e destinazione. E oggi è il sistema dell’accoglienza il vero ago della bilancia dell’Unione europea.

Ma tutto ciò, chiaramente, non è un bene. In primo luogo perché dimostra, ancora una volta, che  l’Unione europea il problema non lo sa risolvere ma al limite lo argina o lo esternalizza. E lo può fare finché non esplode di nuovo in maniera incontrollabile. In secondo luogo, perché si mette nelle mani non di uno Stato che garantisce certezze, ma uno Stato in mano a un leader sempre più egemone e del tutto eclettico, che sta plasmando un Paese come la Turchia a sua immagine e somiglianza.

La vittoria di Erdogan ci ricorda dunque  il grande paradosso: siamo contemporaneamente vittime e complici del presidente turco. Un leader che prima ha fatto in modo di creare il dramma della guerra in Siria, poi ha sfruttato i rifugiati per incassare miliardi dall’Europa e riutilizzarli a fini politici per inserirli nel quadro politico siriano.

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