Erdogan si prende l’Iraq e rilancia la sua guerra al Pkk

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Politica /

Recep Tayyip Erdogan non lascia, raddoppia. Bloccato nella sua postura politico-diplomatica sul fronte del conflitto russo-ucraino, in cui i suoi tentativi di mediazione sono oggi meno fruttiferi, e in difficoltà nell’esprimere una posizione decisiva nel campo della guerra tra Israele e Hamas a Gaza, il Sultano in questa fase si è concentrato sull’Iraq per segnare dei punti importanti della sua politica estera. La quale guarda verso nuove direttrici.

Non si può, in questo contesto, dire che la recente visita-lampo di Erdogan in Iraq sia stata inutile nel quadro dell’attuale sistema mediorientale. Erdogan ha visitato lunedì la capitale Baghdad e Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, nel suo primo viaggio nel Paese mesopotamico dal 2011. Il principale dato da sottolineare è il fatto che, col consenso del clan Barzani che governa il Kurdistan iracheno, Erdogan ha incassato da Mohammad al-Sudani, attuale capo di governo iracheno, l’inserimento del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) nell’elenco delle organizzazioni terroristiche riconosciute da Baghdad. Tanto che nella notte tra il 23 e il 24 aprile le forze armate di Ankara hanno aperto il fuoco sulle postazioni di confine dei ribelli curdi del gruppo storicamente guidato da Abdullah Ocalan, uccidendone 19 membri nelle loro roccaforti oltre il confine iracheno.

Una svolta importante, visto che Erdogan ha esplicitamente ringraziato al-Sudani per il sostegno, che parla di cambiamenti politici nel quadrante mediorientale e mesopotamico. Innanzitutto, la conferma dell’ambiguità strategica di Erdogan, “paciere” a targhe alterne: il Sultano si mostra sostenitore di azioni di forza laddove fanno l’interesse della Turchia e dei suoi alleati. Dal 2019 in avanti ha operato un’incursione nel cantone di Afrin, nel nord della Siria; bombardato le postazioni curde in Siria, nella regione del Rojava; sostenuto il governo di Tripoli in Libia contro le milizie di Khalifa Haftar; dato semaforo verde all’aggressione azera all’Armenia nel Nagorno-Karabakh nel 2020 e nel 2023; ora aperto le ostilità contro i curdi separatisti in Iraq.

In secondo luogo, Erdogan ha potuto constatare, ottenendo un risultato politico a lui favorevole, l’inesistenza di un asse curdo coeso a favore delle posizioni del Pkk. La cui movimentazione para-rivoluzionaria e guerrigliera mal si concilia con la visione del presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani, che vuole essere un fattore stabile di equilibrio in Iraq. Ankara sa che un rapporto virtuoso tra Erbil e Baghdad giova anche alla sua presenza nel Paese, e vuole favorirlo spingendo a un fronte comune contro i militanti marxisti-leninisti. Il Soufan Centre ricorda che “sembra che la Turchia si stia preparando per una grande offensiva contro il PKK quest’estate, con l’obiettivo di assestare un duro colpo al gruppo e, nel frattempo, creare un corridoio di sicurezza di 30-40 chilometri lungo il confine. Una componente significativa della cooperazione in materia di sicurezza tra Iraq e Turchia sarà focalizzata sul rafforzamento delle pattuglie di frontiera e sullo sgombero di eventuali roccaforti terroristiche o ribelli dai rispettivi confini dei paesi”.

Iraq e Turchia hanno poi blindato un’intesa da 17 miliardi di dollari per consolidare le rotte commerciali tramite investimenti e infrastrutture col sostegno di due partner di peso: Emirati Arabi Uniti e Qatar. Il piano, firmato lunedì, si chiama  Iraq Development Road, e mira a fare del porto di Bassora, nel sud dell’Iraq, un perno per collegamenti ferroviari e logistici capaci di arrivare tramite la Turchia all’Europa. Grande la valenza strategica: Erdogan conosce la storia e sa che questo piano è la versione moderna del grande progetto di una ferrovia Istanbul-Golfo Persico accarezzato dall’Impero ottomano prima della Grande Guerra e ben sostenuto dalla Germania imperiale, che ne vide una forma di condizionamento delle posizioni britanniche in Medio Oriente e in India. Ora si parlerebbe di bypassare potenzialmente il Mar Rosso e di sfruttare l’orografia favorevole dell’Iraq per rompere delle strozzature e dei colli di bottiglia. Sfidando altri progetti di integrazione geo-economica: “Il megaprogetto deve affrontare una concorrenza significativa, non ultima la Belt and Road Initiative (BRI) della Cina , l’iniziativa di politica estera firmata da Pechino, nonché il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), annunciato per la prima volta durante il G-20. Summit lo scorso settembre a Nuova Delhi. Un memorandum d’intesa per l’IMEC è stato firmato da Stati Uniti, India, Unione Europea, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Francia, Germania e Italia”, ragiona il Soufan.

L’Iraq sceglie la tutela turca in un contesto che vede lo scacchiere geopolitico contendere un Paese senza pace dall’invasione occidentale del 2003 a oggi. Tra l’escalation jihadista, le mire di attori come Usa e Iran su Baghdad, la “guerra ombra” tra Israele e le milizie sciite, i raid Usa contro le postazioni iraniane di inizio anno, le tensioni tra aree sciite e aree sunnite l’Iraq è stato in questi anni al centro del mirino. Con il sostegno di Ankara vuole ora cercare una nuova rotta regionale, dando nuova linfa alle ambizioni del Sultano. Che si sentirà, nel suo piccolo, sulla stessa strada dei suoi antenati che quel titolo lo sfoggiavano istituzionalmente e non solo come nomignolo. Quando gli si chiude una porta, Erdogan riesce a aprire un portone: anche per questo, in fin dei conti, è riuscito a durare oltre vent’anni.