SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Da quando Trump ha annunciato di voler spostare l’ambasciata statunitense da Tel-Aviv a Gerusalemme la maggior parte dei media e dell’opinione pubblica internazionale si è scagliata contro la decisione del presidente americano, spesso con sterili e inutili argomentazioni. Le accuse sono prevedibili e sono le seguenti: 1) la dichiarazione di Trump potrebbe causare una nuova ondata di violenza (già sono giunte notizie di rivolte palestinesi sedate dai raid israeliani) e 2) il processo di pace tra le due parti potrebbe essere ulteriormente compromesso.

Per quanto riguarda la prima accusa, si potrebbe rispondere che le violenze tra israeliani e palestinesi non sarebbero certo diminuite d’intensità anche se Trump non si fosse espresso sulla questione di Gerusalemme e che chiunque lo accusa indossa il paraocchi: insomma, se l’odio tra israeliani e palestinesi continua non è certo colpa del presidente statunitense. Per quanto riguarda la seconda accusa, le trattative tra palestinesi e israeliani sono piombate in un vergognoso limbo ormai da tempo e di fatto la comunità internazionale – per quanto continui a ripetere attraverso i suoi funzionari la volontà di una two-state solution non fa assolutamente nulla per risolvere la questione. In altre parole, se non c’è nessun processo di pace in corso, come è possibile comprometterlo?

Quasi tutta la comunità internazionale, dall’Unione europea alla Russia di Vladimir Putin, ha espresso forte contrarietà per la decisione di Washington. Sono state organizzate manifestazioni di protesta fuori dalle ambasciate israeliane in diversi paesi e lo spirito del mondo arabo-musulmano sembra essersi nuovamente acceso, come le recenti dichiarazioni di Erdogan e dell’Ayatollah Khamenei lasciano intendere: “Le conseguenze della mossa di Trump potrebbero essere catastrofiche”. Ma, queste, sono dichiarazioni di facciata. La causa palestinese oramai interessa a pochi sia in occidente che nel mondo arabo-musulmano e viene usata, piuttosto, come clava propagandistica quando più risulta conveniente.

Tutto ciò che è avvenuto successivamente alla decisione di Trump era ampiamente prevedibile. D’altronde ogni occasione sembra esser buona per dare addosso al tanto odiato presidente. Meno prevedibile (e più importante delle dichiarazioni di facciata), invece, è ciò che è successo ieri, esattamente una settimana dopo l’annuncio di Donald Trump sulla volontà di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, riconoscendola così come capitale indivisibile dello stato di Israele. Mercoledì 13 dicembre infatti il presidente turco Erdogan ha organizzato un summit d’emergenza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), occasione durante la quale tutti i 57 stati membri hanno espresso, in blocco, la loro contrarietà nei confronti della decisione del nuovo inquilino della Casa Bianca.

L’elemento di novità, simbolo di rilevanti implicazioni, è che l’incontro di mercoledì sia stato tenuto a Istanbul e non alla Mecca. L’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) è nata nel 1969 principalmente in risposta al controllo israeliano su Gerusalemme. Il suo quartier generale è a Gedda e ha una delegazione permanente alle Nazioni Unite che rappresenta 57 paesi musulmani del mondo. Inizialmente entrare a far parte di questa organizzazione aveva un significato prettamente simbolico ma, dopo la Guerra del Golfo e con gli equilibri di potere in continuo mutamento, l’autorità dell’Organizzazione si è consolidata radicalmente diventando meno dipendente dalla linea dettata da Riad.

Al momento all’interno dell’Organizzazione sono presenti due schieramenti: il primo che vede Turchia e Iran sempre più vicini – anche grazie all’inversione di rotta di Erdogan in Siria, che ora sembra appoggiare al-Assad – e il secondo che vede il blocco Arabia Saudita-Emirati Arabi Uniti-Egitto. 

Gli interessi principali delle sopracitate potenze regionali divergono su molti dossier di rilievo ma, consciamente o meno, Trump è riuscito ad avvicinare i molteplici e profondamente diversi attori mediorientali e Erdogan, che cerca un ruolo da protagonista per la sua Turchia, ringrazia.