Erdogan sconfitto, ma la Turchia è ancora sua

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“Chi controlla Istanbul controlla la Turchia”, ripete spesso anche durante l’ultima campagna elettorale Recep Tayyp Erdogan. E, da questo punto di vista, ha ragione. La sua scalata alla guida del paese inizia nel 1994 proprio grazie all’elezione a sindaco di Istanbul. Città cosmopolita, cuore economico della Turchia, quando 25 anni fa l’Islam politico fa breccia tra i Dardanelli arriva il segnale che la Repubblica è pronta ad abbracciare un’ideologia non più incentrata sulla laicità di Ataturk.

Oggi che anche Istanbul vira verso i socialdemocratici del Chp, allo stesso Erdogan quelle frasi sull’importanza del controllo di questa metropoli risuonano alle orecchie ed hanno lo stesso effetto di un vero e proprio campanello d’allarme. La sconfitta del suo fedelissimo ad Istanbul nelle elezioni di domenica, potrebbe aver dato il via alla fase discendente della sua vita politica.

La spaccatura interna alla Turchia

L’ascesa di Erdogan appare costante ed inarrestabile a partire dagli anni ’90. Quando fonda l’Akp nel 2001, nemmeno l’incandidabilità per una precedente condanna all’incitamento all’odio riesce a fermarlo, tanto che nel 2003 è già primo ministro. La sua via politica è un islamismo conservatore, ma al tempo stesso anche “riformatore” all’interno della galassia dei Fratelli Musulmani. I turchi, che dopo mezzo secolo sembrano aver voglia di cambiare aria rispetto ai partiti laici che da sempre dominano lo scenario politico, vedono nell’Akp di Erdogan la giusta sintesi tra l’islamismo ed il nazionalismo. Per di più, gli anni di esperienza come sindaco di Istanbul danno al futuro presidente turco una buona popolarità. Erdogan intercetta i voti dei conservatori, ma anche dei ceti meno abbienti e dell’apparato produttivo stanco dei precedenti partiti. A questo occorre aggiungere l’appeal esercitato dal suo Akp nelle profonde province anatoliche, che da sempre hanno la sensazione di essere abbandonate e trascurate dal potere centrale.

In poche parole, il nuovo sultano di Istanbul riesce ad intercettare un consenso trasversale capace di farlo governare da solo e di fargli imporre le proprie riforme. Ma adesso il quadro rispetto alla fine degli anni Novanta è diverso. La Turchia appare un paese più maturo, più istruito e la popolazione soprattutto nelle città chiede un deciso cambio di passo. Lo chiede a livello economico, ma anche a livello sociale e culturale: un “eccesso” di Islam nella sua Istanbul dove la basilica di Santa Sofia Erdogan vuole trasformarla in moschea inizia ad essere visto come un ostacolo. Da qui ecco la netta demarcazione in seno all’elettorato turco: la provincia, la profonda Anatolia, è ancora vicina al presidente e non esita a dare fiducia all’Akp. Dall’altro lato invece, tutte le più grandi città appaiono pronte a voltar pagina. Lo si vede nelle consultazioni di domenica, ma lo si intravede già in occasione del referendum costituzionale che nell’aprile 2017 intacca il presidenzialismo.

Ma non è ancora tempo di cambio di sistema

La guerra commerciale dello scorso anno con gli Usa di Trump si fa sentire. La perdita di valore della Lira Turca e la speculazione finanziaria creano danni enormi ad Erdogan. Il presidente ha pochi margini di manovra. Lo mette in evidenza in un’intervista a La Stampa anche l’ex ambasciatore Usa, Robert Pearson: “Erdogan ha ormai ha spazi di manovra limitati – dichiara il diplomatico – Uno stimolo monetario massiccio è da escludere perché l’ inflazione è già alta e andrebbe fuori controllo. Sul piano politico potremmo invece assistere a tensioni molto forti nel Sud-Est”. Perchè in effetti, oltre alla perdita di Ankara, Istanbul e Smirne, Erdogan piange anche la sconfitta nelle regioni a maggioranza curda. Lui che passa gli ultimi anni a commissariare una serie di amministrazioni comunali in questa parte di paese, oggi si ritrova con gran parte dei sindaci eletti affiliati al temuto Hdp, la formazione più rappresentativa del curdi turchi.

Il sistema scricchiola, sia a livello politico che economico, ma non tracolla. E questo per almeno tre fattori. In primis Erdogan ha ancora metà del paese dalla sua parte e può pescare dall’immenso bacino elettorale dell’Anatolia. Poi vi è anche una ragione più “banale”, se così si può definire: da qui al 2022 non sono previste altre elezioni, visto che il parlamento decade soltanto per l’appunto nel 2022 ed il mandato di Erdogan alla presidenza scade nel 2023. Un lasso di tempo abbastanza lungo, che gioca a favore dell’attuale leader turco: adesso il fondatore dell’Akp può programmare con calma dei piani di rilancio senza temere nuove avanzate dell’opposizione. Infine, la stessa opposizione non appare ancora in grado di offrire una valida alternativa. Il Chp torna ad essere guida indiscussa di laici e ceto urbano, ma al suo interno non ha compiuto quei cambiamenti programmatici ed organizzativi tali da arrivare credibilmente a contrastare Erdogan. A questo occorre aggiungere che adesso i sindaci eletti devono governare realtà complesse come Istanbul ed Ankara, in cui un fallimento amministrativo segnerebbe la fine di ogni velleità di rimonta contro Erdogan.

In generale, Erdogan in questi quasi 18 anni di guida del paese (tra mandati come primo ministro e presidente) riesce a ramificarsi ed il suo potere è comunque ben saldo sul territorio. I primi segnali di allarme ci sono tutti, sia in termini economici che politici. Ma è ancora lui l’uomo forte da battere in Turchia e, grazie anche alle riforme costituzionali da lui volute, ha gli strumenti a disposizione per non affondare del tutto.