Le trattative di pace tra Russia e Ucraina del marzo 2022 furono “sabotate”. Così Recep Tayyip Erdogan al Forum di Antalya. Queste le parole del presidente turco: “Un evento storico, l’opportunità che avrebbe salvato la vita di decine di migliaia di persone e impedito le sofferenze causate dalla distruzione è stata sprecata, o meglio, sabotata” (Anadolu).
I negoziati di Istanbul
Erdogan sa bene di cosa parla, dal momento era il mediatore delle trattative che si erano aperte in Bielorussia e dovevano concludersi a Istanbul. Gli incontri delle parti in Turchia erano stati produttivi, tanto che portarono a una bozza di pace molto dettagliata, quella che alcuni giorni fa è stata resa pubblica dal Wall Street Journal, a due anni dai fatti, nonostante i russi ne parlino da tempo nel silenzio tombale dei media d’Occidente.
Delle speranze accese dalle trattative e del sabotaggio avevano parlato in tanti, dall’ex premier israeliano Naftali Bennet a diversi leader politici ucraini, con dichiarazioni in seguito corrette per non irritare ulteriormente quanti, in Occidente, si adoperarono per far saltare i negoziati e far proseguire la guerra per procura contro la Russia, entrata così nel solco delle guerre infinite care ai neocon e ai liberal Usa.
A parlare di trattative quasi finalizzate e poi saltate, anche David Arakhamia, che nella Rada ucraina guida il partito Servo del popolo (quello di Zelensky), le cui dichiarazioni sono state lette da Putin nell’intervista rilasciata a Tucker Carlson.
E che, in dichiarazioni pubbliche ebbe a dire che alla Russia bastava la neutralità dell’Ucraina, sul modello della Finlandia, e la guerra sarebbe finita. Poi, però, arrivò Johnson a Kiev e portò il niet occidentale, intimando a Zelensky “combattiamo e basta” (Ctrana 24 novembre 2023).
Le testimonianza di Chaly e Arestovich
Poi ci sono le dichiarazioni da Alexander Chaly, ex ministro degli Esteri ucraino e partecipe di quelle trattative: secondo lui, Putin “voleva raggiungere la pace con l’Ucraina” (Ctrana 28 dicembre 2023).
Tanto che a Istanbul (al contrario di quanto si legge sul Wall Street Journal, che parla di un trattato di pace imposto e capestro per Kiev) Putin aveva abbandonato le richieste iniziali sulla “smilitarizzazione completa” dell’Ucraina e sulla “de-nazificazione” ed aveva accettato che essa conservasse un suo esercito, benché in dimensioni limitate e non collegato alla Nato.
Chaly ricorda le trattative intercorse tra marzo e inizi aprile, concluse con il “comunicato di Istanbul” e commenta: “Eravamo quasi arrivati a porre fine alla guerra […] Per qualche motivo poi tutto è stato rinviato”. A suo parere, Putin “una settimana dopo il 24 febbraio dello scorso anno, aveva capito di aver fatto uno sbaglio e ha fatto tutto il possibile per fare un accordo con l’Ucraina, che poi si è concretizzato nel comunicato di Istanbul”.
“È stata una sua decisione quella di accettare il contenuto di questo comunicato, completamente diverso dalle richieste avanzate in precedenza dalla Russia, cioè all’ultimatum dato dalla Russia a Minsk alla delegazione ucraina. Avevamo davvero trovato un compromesso. E Putin voleva davvero arrivare alla pace”.
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Oleksij Arestovych, consigliere di Zelensky all’inizio della guerra, anch’egli partecipe dei negoziati di allora, che ricorda quel compromesso come “l’accordo migliore che avremmo potuto stipulare (UnHerd 15 gennaio 2025). Nell’occasione erano stati cancellati i due accordi precedenti, Minsk 1 e Minsk 2, che erano molto pericolosi per l’Ucraina” (Ctrana, 25 novembre 2023).
E ricorda che era tutto pronto, tanto che, mentre la delegazione tornava a Kiev aveva festeggiato a “champagne”. Poi, nella capitale venne a sapere che il presidente aveva annullato l’incontro successivo, che si doveva tenere il “9 aprile”.
Non fu Bucha a far saltare tutto, ma Johnson…
Una cronologia importante quella segnalata da Arestovich, perché quei pochi che in Occidente hanno dato notizia di quanto avvenuto in quel fatidico frangente, spesso hanno pensato, come lo stesso Arestovich, che a far cambiare idea a Zelensky fu la scoperta degli orrori di Bucha (sui quali c’è molto da indagare: la versione ufficiale fa acqua da tutte le parti).
In realtà, non fu affatto quella scoperta a far cambiare idea a Zelensky, tanto che il 5 aprile del 2022, dopo Bucha, ebbe a dichiarare: “Tutte le tragedie del genere […] ti colpiranno sul polso mentre si fa una o l’altra trattativa [per evitare di firmare un accordo ndr]. Ma dobbiamo cercare opportunità per compiere questi passi”. Solo nei giorni successivi le sue dichiarazioni si fecero più categoriche.
Ma evidentemente tentennava, così il 9 aprile, cioè il giorno dell’incontro fissato con i russi, Johnson si precipitò a Kiev e fece saltare tutto. Come riferiva l’Ukrainska Pravda, media allineato all’Occidente, “Boris Johnson disse al presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj che l’Occidente non avrebbe sostenuto nessun accordo di pace indipendentemente da quel che voleva l’Ucraina”.
Ulteriori conferme
A riportare quanto sopra è stato Branko Macétic su Responsibile Statecraft del 4 dicembre scorso, in un articolo nel quale dettagliava tutti gli indizi che convergevano su tale ricostruzione. E ricordava che “l’ex funzionario della sicurezza nazionale statunitense Fiona Hill spiegava che le due parti [russi e ucraini ndr] avevano raggiunto un provvisorio accordo di pace lo stesso mese della visita a sorpresa di Johnson a Kiev, mentre l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, l’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett e diversi funzionari turchi, tutti coinvolti in vari momenti nelle trattative, hanno affermato che i funzionari della NATO hanno fermato o compromesso i negoziati”.
Di sabato, dunque, la conferma di Erdogan. Sul punto non avremo mai conferme accertate, perché Johnson non potrà mai darle. Si può solo registrare che la svolta di Johnson, che da odiato Trump britannico è diventato uno stimato iper-atlantista, è coincisa con la conclusione a tarallucci e vino del partygate, che ne stava decretando la fine politica.
E che Zelensky era in qualche modo obbligato a seguire il “consiglio”, essendo entrata nella memoria storica la tragica fine del presidente della repubblica del Vietnam, il sanguinario Ngô Đình Diệm, che ebbe a splendere di fulgida gloria – come Zelensky – mentre combatteva per conto degli Stati Uniti i Vietcong – tanto da meritarsi l’epiteto di “Churchill dell’Asia sud orientale” – per poi fare una brutta fine quando, allontanandosi da essi, ebbe a tentare una timida pacificazione con il nemico. Morì a seguito di un colpo di Stato nel 1963 e la guerra proseguì il suo corso.

