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Il futuro dell’Unione europea potrebbe ancora essere nelle mani di Recep Tayyip Erdogan. E il motivo è da ricercare ancora una volta in Siria: precisamente a Idlib. Il 17 settembre, il presidente turco ha siglato con il suo omologo russo Vladimir Putin un patto per sospendere l’offensiva dell’esercito siriano sulla roccaforte ribelle.

Il patto prevede una zona demilitarizzata che renda impossibile, almeno per un mese, lo scontro fra esercito di Bashar al Assad e i miliziani delle sigle islamiste presenti nella provincia, di cui almeno il 60% è controllato da Hayat Tahrir al-Sham, la branca siriana di Al Qaeda. Per ora le armi tacciono: ma è un silenzio che potrebbe durare poco. L’offensiva è sospesa, ma in molti ritengono possa riprendere non appena i gruppi terroristi, come da accordi, non avranno lasciato la provincia. 

Utilizzando tutte le armi diplomatiche (e non solo) a disposizione, Erdogan ha cercato di evitare l’assalto a Idlib soprattutto per un due motivi. Il primo è quello di perdere l’influenza su un’area da sempre fondamentale per la sua strategia siriana. La provincia, a sud di quella turca di Hatay, è il cuore dell’espansione dell’influenza turca. Ma c’è anche un secondo motivo, particolarmente importante per Ankara: i rifugiati.

Il fatto che Erdogan abbia blindato costantemente il confine con carri armati, blindati e fortificazioni, non è soltanto un “deterrente” a una possibile operazione congiunta russo-siriana. Il motivo reale è quello di monitorare l’eventuale fuga di centinaia di migliaia di persone da Idlib: un incubo non solo per le organizzazioni umanitarie, ma anche per lo stesso governo di Ankara, che vedrebbe la Turchia come terra di approdo di un esodo biblico. 

Esodo che però lo stesso Erdogan ha saputo sfruttare per molti anni. E che non è detto sia in grado di utilizzare anche in questa fase. Come ricorda il New York Times, dal 2011 la Turchia ha accolto circa 3,5 milioni di rifugiati siriani e ha speso 30 miliardi di dollari nella gestione del flusso. Erdogan ha anche concesso la cittadinanza turca a più di 60mila siriani, per lo più quelli con più alto capitale culturale ed economico, sfruttando la condizione tragica per ottenere manodopera qualificata, a basso costo e legata anche solo per spirito di gratitudine al governo turco, se non per vera e propria affinità politica.

Quella messa in atto da Erdogan è stata effettivamente una politica strategica, messa in atto non per spirito di beneficenza, ma per un perfetto calcolo politico. Negli anni dell’esodo, il governo turco ha concesso ai rifugiati siriani assistenza sanitaria e istruzione gratuite: circa 600mila bambini siriani frequentano le scuole pubbliche turche e sono circa 17mila i ragazzi siriani che studiano nelle università del Paese. Nello stesso momento, però l’International Crisis Group stima che un milione di siriani sono impiegati con il salario minimo e senza alcun sistema di previdenza sociale. 

Luci e ombre di un sistema che con l’arrivo dei rifugiati da Idlib rischia il collasso. Sono molti i turchi che non guardano di buon occhio i siriani. E secondo recenti indagini dell’università Bilgi di Istanbul, oltre l’85% dei turchi si dice favorevole al rimpatrio dei profughi. La crisi economica incide sulla percezione dei nuovi arrivati. E il governo turco ha promesso il rimpatrio dei rifugiati nelle aree di Afrin, Jarabulus, Manbij e verso la stessa Idlib. 

A fronte di questo delicatissimo equilibrio, Erdogan potrebbe fare quello che ha fatto per molto tempo: aprire le frontiere turche e lasciare i rifugiati tornino a riempire la rotta balcanica. L’Unione europea ha fermato questo flusso di migranti facendo una cosa semplicissima: ha dato miliardi di euro alla Turchia per tenere nel proprio territorio i profughi. Erdogan ha accettato: servivano soldi, servivano i siriani, ma soprattutto serviva mantenere un’arma di ricatto sull’Europa.

E quest’arma sembra di nuovo nelle mani del Sultano, che ora può decidere, se salta l’accordo di Idlib, di tornare a ricattare l’Europa con l’arrivo di un’ondata di profughi che potrebbe travolgere i già se fragilissimi equilibri dell’Unione europea sul tema migranti. E Idlib non è un’area ribelle come altre: gli stessi Stati Uniti hanno ammesso che la roccaforte jihadista è il “santuario di Al Qaeda” in Siria, secondo solo al’Afghanistan.

Per l’Europa i rischi sono enormi. Erdogan attualmente non ha interesse a far saltare l’accorso su Idlib con Putin: ma se saltasse, il presidente turco potrebbe rivolgersi di nuovo all’Europa ricattandola come ha fatto per anni, e cioè minacciandola di essere travolta da altri migranti in cambio di euro.

A quel punto le alternative sarebbero due. O il Sultano chiederà più soldi e altre concessioni dall’Unione europea (e il viaggio a Berlino potrebbe essere un esempio), oppure potrebbe aprire le frontiere per lasciare che molti fuggiti da Idlib si riversino in Europa, chiedendo a quel punto risorse e ulteriori concessioni per chiudere il rubinetto dell’esodo dove potrebbero annidarsi anche pericolosi terroristi.

In ogni caso, Erdogan ha ancora in mano le chiavi del destino dell’Europa. I Paesi dell’Europa orientale già ribollono per accogliere una piccola quota di migranti ridistribuiti dai Pesi di sbarco: la reazione in caso di arrivo direttamente nei Balcani di un nuovo fiume di persone provocherebbe la furia dei governi dell’Est e l’irrigidimento di Visegrad.

La Grecia è già al collasso per la gestione dei campi profughi e nonostante il piano Ue per svuotare le isole, è chiaro che il peso graverebbe tutto sul già debilitato governo di Atene. E i leader europei sono consapevoli che in questa fase storica sono i migranti, l’accoglienza e la protezione dei confini i temi che interessano l’elettorato.

Tutto questo, adesso, è nelle mani di un uomo come Recep Tayyip Erdogan. Un abile giocatore che da anni sfrutta la guerra in Siria per ottenere vantaggi in tutta la regione mediorientale e che ha saputo utilizzare i profughi per ottenere lavoratori, alleati politici e una scure da far abbattere sull’Unione europea quando lo ritiene più opportuno. In sostanza, un’arma di ricatto.

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