La geopolitica della corsa allo spazio
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Il mondo, forse per la prima volta davvero, si commuove per la Turchia e per gli attentati che la colpiscono: quattordici atti terroristici nelle sue città, dal giugno 2015 ai 41 morti nell’aeroporto di Istanbul. Allo stesso tempo e allo stesso modo, e di nuovo per la prima volta, il mondo s’interroga sul futuro di Recep Erdogan, che potrebbe aver iniziato la fase calante della propria parabola.La strage non rivendicata che tutti (autorità turche comprese) attribuiscono all’Isis e che dell’Isis in effetti replica lo “stile” (il gruppo di terroristi, i kamikaze, l’aeroporto come obiettivo) indica solo uno dei fronti che Erdogan ha aperto ma non ha poi saputo gestire. Anni di tolleranza, se non di collaborazione con l’Isis non potevano essere archiviati in maniera indolore. I miliziani abituati a veder arrivare foreign fighters, armi e denari dalla Turchia e a esportare in Turchia petrolio, antichità e persino interi impianti industriali smontati ad Aleppo e dintorni, non potevano certo rassegnarsi a perdere quietamente certi “privilegi”. Se Istanbul è stata colpita dall’Isis, questo è il modo che l’autoproclamato califfo Al Baghdadi ha deciso di impiegare per mostrare tutta la propria insoddisfazione all’aspirante califfo Erdogan. Il quale, però, non si troverebbe ora in questa situazione se non avesse fatto tanti passi decisamente più lunghi delle gambe sue e del suo pur grande e forte Paese.In queste ore il Governo turco ha messo la parola fine al lungo processo che ha ricondotto nei canali della diplomazia i rapporti con Israele, rovinati dall’incidente della motonave “Mavi Marmara” che il 31 maggio cercò di forzare il blocco israeliano contro Gaza. Nove attivisti morirono nello scontro seguito all’abbordaggio israeliano, ma dal punto di vista politico non si è mai capito quale fosse l’interesse della Turchia nel rompere i rapporti con un alleato tradizionale come Israele. Certo, Erdogan voleva farsi campione dei diritti dei palestinesi e dell’orgoglio dell’islam sunnita, ma resta il fatto che in questi anni Israele ha fato tranquillamente la sua strada ed è la Turchia che è andata a Canossa.Altro fronte aperto: quello della Siria. Erdogan ha cercato di cogliere al volo l’opportunità di abbattere Bashar al-Assad e il suo potere sciita-alawita e, nello stesso tempo, togliere ai curdi qualunque illusione di avere prima o poi uno Stato indipendente prendendosi la parte Nord della stessa Siria, quella cui anche i curdi siriani ambiscono. Come si diceva a proposito dei rapporti con l’Isis, l’aspirante califfo non si è fatto troppi scrupoli. Ma ha fallito anche qui, basta osservare la situazione. I curdi siriani si sono scavati una piccola ma ormai autonoma “regione” e nella loro lotta contro i terroristi islamisti hanno ricevuto anche l’appoggio degli americani. Erdogan si è così trovato a bombardare i curdi del Rojava, cioè gli alleati del suo miglior alleato, gli Usa. Lo stesso Paese a cui, nel frattempo, ha concesso l’uso della base aerea di Incirlik. È difficile trovare un caso più evidente di confusione d’idee e di mancanza di strategia.Per approfondire: Jihad export: Turchia è sempre più compliceNello stesso tempo, per la sua fallimentare azione in Siria, Erdogan è riuscito a mettersi contro anche la Russia. Nel novembre del 2015, quando un caccia russo fu abbattuto per uno sconfinamento aereo di 17 secondi, la Turchia ha buttato alle ortiche una partnership politica e commerciale che stava diventando strategica. In quel momento, Mosca era il secondo partner commerciale di Ankara, con un interscambio che, considerando sia le merci sia i servizi, raggiungeva un valore di 44 miliardi l’anno. Non solo: il Cremlino, impegnato a trovare rotte alternative per il suo petrolio e il suo gas, stava stringendo con Erdogan accordi per la costruzione di gasdotti e oleodotti che avrebbero fatto della Turchia uno snodo decisivo nei rapporti energetici, e quindi politici, tra Est e Ovest. Ruolo che in parte la Turchia già ricopre ma che sarebbe stato di certo rafforzato, con un evidente vantaggio per il Paese che da molti anni vuole entrare nell’Unione Europea.Per fare il duro, Erdogan ha buttato tutto all’aria. Vladimir Putin fu chiaro, allora: non torneremo a rapporti normali se Erdogan non chiederà scusa. Ed Erdogan ha finito col chiedere scusa.E poi ci sono le questioni interne, che diventano esterne. La prima è quella curda. Già tre anni fa, gli va dato atto, Erdogan aveva cercato un riavvicinamento con la parte politica del fronte curdo. Poi, gli attentati e le repressioni (feroci gli uni non meno delle altre) avevano azzerato tutto. Oggi ci sono di nuovo colloqui segreti tra il Governo centrale e i curdi, e di nuovo molti si mobilitano per rovesciare il tavolo. Si sa, c’è sempre qualcuno che spera di trarre profitto dallo scontro e dalla guerra. E non si uscirà dallo stallo finché il Governo centrale non darà prova di immaginazione e audacia politica. Erdogan non sembra l’uomo giusto per farlo.Per approfondire: Usa e Israele in fuga dalla TurchiaTanto più che in questi ultimi anni ha speso molte delle sue energie per dare una ruvida stretta alle libertà civili nel Paese. Dalle proteste di Gezi Park (2013) a oggi, la stampa è stata imbavagliata e i giornalisti autonomi processati, la magistratura asservita al potere esecutivo, il pensiero condotto a forza dentro le categorie più gradite all’apprendista sultano.Tutto questo ha reso la sua causa molto meno accettabile da quell’Unione Europea che pure, sotto la spinta della Germania, si è mostrata molto disponibile verso le sue richieste. Gli abbiamo dato 6 miliardi a scatola chiusa perché ci tenesse lontani i migranti, ma la cosa non è passata inosservata e agli europei non va giù. Così ora Erdogan, che credeva di aver già messo un piede nella Ue, si sente fare domande inattese: come funziona la giustizia da voi? La stampa è libera? Le dimostrazioni sono autorizzate? E i gay? Avete sempre intenzione di mandare i carri armati nelle città curde? E lui non sa che cosa rispondere.È la lunga lista dei dolori del giovane Erdogan, aspirante califfo che fece il passo più lungo della gamba. Il suo potere sembrava scolpito nella roccia dal trionfo elettorale del 2002. E in questi anni lui stesso ha lavorato intensamente per togliersi di torno non solo i rompiscatole annidate nelle forze armate ma anche i potenziali critici (si veda il caso del premier Davutoglu, a lungo suo fedelissimo ma silurato senza pietà qualche mese fa) e oppositori. Ma domani, con questa sua politica che passa da un fallimento all’altro?

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