Dopo più di un mese di estenuante attesa, il Consiglio di Stato della Turchia ha emesso il proprio verdetto sul destino dell’ex cattedrale di Santa Sofia, il simbolo della cristianità divenuto emblema dell’impero ottomano e dell’islam. Nulla hanno potuto le pressioni internazionali contro la volontà di potenza di Recep Tayyip Erdogan: il museo tornerà ad essere una moschea.

Il verdetto

L’annoso fascicolo della riconversione in moschea di Santa Sofia era stato trasferito a inizio giugno dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) al Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo della repubblica turca. L’aspettativa dei promotori dell’iniziativa, fra i quali il presidente turco, era che il tribunale riesaminasse la validità del decreto del 1934 che ha permesso la trasformazione del complesso da una moschea ad un museo, dichiarandolo nullo.

Il giudizio del Consiglio di Stato, comunque, non è vincolante e la scelta di ricorrervi è da leggere esclusivamente in termini di strategia politica. Al presidente turco, infatti, basterebbe un decreto presidenziale per annullare il documento del 1934, ma una sentenza positiva da parte della più alta corte amministrativa è funzionale ad investire il progetto della conversione di legittimità giuridica.

Il Consiglio di Stato aveva chiesto un mese di tempo per analizzare il caso, leggere la documentazione e valutare la liceità della richiesta avanzata, fissando il 2 luglio quale data della sentenza. Quel giorno, come da programma, i giudici del Consiglio di Stato si erano riuniti per comunicare la propria decisione ma, inaspettatamente, in luogo del fatidico verdetto veniva annunciata una posticipazione di due settimane. La sentenza sarebbe arrivata dopo il 15 luglio.

Nei giorni precedenti all’udienza erano aumentate in maniera significativa le pressioni internazionali su Ankara e questo, probabilmente, aveva condizionato in maniera considerevole i membri dell’ente, spingendoli ad optare per il temporeggiamento.

Il 9 luglio avviene il colpo di scena. La giornata si apre con la diffusione di indiscrezioni da parte di alcuni blog e media turchi, rapidamente tradotte e rilanciate in Grecia, secondo cui la giuria avrebbe raggiunto un verdetto positivo e che l’ufficializzazione della riconversione sarebbe avvenuta il giorno seguente. Lo stesso pomeriggio, il Daily Sabah, il megafono dello stato profondo turco, pur senza smentire le voci in circolazione da ore, confermava l’effettiva anticipazione dell’udienza e la presenza di un clima molto sereno all’interno dell’Akp, dato dalla certezza di una “sentenza in favore dell’annullamento [del decreto]”.

La giuria si è effettivamente riunita il giorno seguente e nel corso di una seduta-lampo ha emesso una sentenza positiva, avallando la liceità del ritorno ad uso religioso di Santa Sofia, facendone decadere lo status museale. Dietro le indiscrezioni della giornata precedente c’era dell’altro: il governo voleva probabilmente preparare l’opinione pubblica nazionale ed internazionale ad accogliere la notizia.

Con questo verdetto, Erdogan vince una delle sue più importanti battaglie e spiana ufficialmente la strada per la conquista del titolo di condottiero del mondo islamico, riportando Istanbul al suo antico ruolo: la Sublime Porta fra Occidente ed Oriente, il punto di passaggio fra la cristianità e il dar al-islam.

L’attesa e il dibattito infuocato

La prima reazione alla notizia della riconversione, quando ancora era a livello ufficioso, era arrivata da Atene, dove si continua a ritenere il complesso di Santa Sofia come un elemento caratterizzante dell’identità nazionale greco-ortodossa. Era stata proprio questa intromissione a spingere il presidente turco ad apparire in televisione, sui canali Trt, per rompere il silenzio e confermare le indiscrezioni, condendo il tutto con delle minacce: “Stanno dicendo: Non trasformare Santa Sofia in una moschea. Comandate voi la Turchia, o la comandiamo noi? Non è la Grecia ad amministrare questa terra, perciò dovrebbe evitare di fare simili commenti. Se la Grecia non sa qual è il suo posto, la Turchia saprà come rispondere”.

Il piano di Erdogan, com’era prevedibile, aveva ottenuto, da una parte, l’effetto di avvicinare l’intero mondo politico turco all’Akp e, dall’altra, di provocare la reazione dei patriarcati della cristianità ortodossa e dei rispettivi governi. L’8 giugno, l’influente metropolita Hilarion, direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, era intervenuto ai microfoni di Rossiya-24 per avvertire che “ogni tentativo di cambiare lo status di museo della cattedrale di Santa Sofia condurrà a dei cambiamenti che romperanno il fragile equilibrio inter-confessionale, oggi esistente”.

Simili, ma più pesanti, dichiarazioni erano state rilasciate il 30 giugno dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che aveva avvisato Ankara delle possibili ripercussioni dell’evento dal punto di vista della convivenza fra cristiani e musulmani in tutto il pianeta: “La potenziale conversione di Santa Sofia in una moschea metterà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”.

Altrettanto duro era stato il monito lanciato il 6 luglio da Cirillo I, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che aveva accusato la mossa di rappresentare “una minaccia all’intera cristianità”; monito rafforzato dagli auspici della diplomazia del Cremlino affinché fosse assunta una “decisione equilibrata” che preservasse lo status quo.

Neanche la Casa Bianca era rimasta indifferente alle richieste di aiuto provenienti dalle chiese orientali, anche perché Donald Trump ha cercato di presentarsi come un difensore della cristianità sin dalla campagna elettorale del 2016. Il 25 giugno, Sam Brownback, l’ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo, aveva inviato un messaggio ad Ankara via Twitter: “Santa Sofia è rivestita di un enorme significato spirituale e culturale per miliardi di credenti di diverse fedi in tutto il mondo. Ci appelliamo al governo della Turchia affinché ne preservi lo status di patrimonio dell’umanità Unesco e la mantenga accessibile a chiunque come museo”.

Il 1 luglio era stato quindi il turno di Mike Pompeo, il segretario di stato dell’amministrazione Trump: “Secondo gli Stati Uniti, cambiare lo status di Santa Sofia sminuirebbe il lascito di questo notevole complesso e la sua insuperabile abilità, così rara nel mondo moderno, di servire l’umanità in qualità di ponte, estremamente necessario, fra le differenti fedi, tradizioni e culture”.

E se da una parte il caso ha contribuito ad aggiungere tensione al rapporto sempre più complicato e conflittuale fra l’Occidente e la Turchia, dall’altra ha rafforzato il sodalizio nascente tra la Sublime Porta e i nuovi centri di potere dell’islam, come la Malesia. Alla vigilia della sentenza del 2 luglio, poi posticipata, il direttore del Consiglio per le Organizzazioni Islamiche della Malesia, Mohammad Azmi Abdul Hamid, aveva espresso supporto al progetto della conversione ad uso islamico del complesso: “Santa Sofia è una moschea e dovrebbe essere rispettata in quanto tale. L’Unione Europea, l’Italia e gli Stati Uniti dovrebbero restare fuori dal dibattito, perché i musulmani della Turchia hanno il diritto di reclamare il suo ritorno a casa di Allah”.

Un progetto nell’aria da anni

Le indiscrezioni inerenti la riconversione in moschea della fu cattedrale più famosa del mondo circolano da anni, ma sono diventate particolarmente intense in occasione dei preparativi per il 567esimo anniversario della cattura di Costantinopoli, che il 29 maggio di quest’anno è stato festeggiato in pompa magna.

A pochi giorni di distanza dalla commemorazione, il 5 giugno lo Hürriyet Daily News rilanciava e dava vigore alle voci di corridoio, scrivendo che il Consiglio Esecutivo Centrale dell’Akp era stato istruito da Erdogan in persona affinché fosse elaborato un piano d’azione per la ri-trasformazione in moschea di quello che dal 1935 è un museo. Tre giorni dopo il presidente turco rompeva il silenzio, confermando lo scoop del quotidiano ed invitando la comunità internazionale a non intromettersi sulla faccenda, ritenuta una questione esclusivamente interna alla Turchia.

L’ex cattedrale di Santa Sofia ha funto da sede e simbolo della cristianità ortodossa dal 537 al 1453, rappresentando la massima espressione dell’architettura bizantina ed il cuore dell’impero romano d’oriente. Dopo la presa di Costantinopoli, l’edificio fu trasformato in moschea per volere di Maometto II e tale rimase fino alla fine dell’era ottomana e all’ascesa della repubblica. Nel 1934, Kemal Ataturk, il padre della Turchia post-ottomana, moderna, laica e con lo sguardo rivolto ad Occidente, attraverso un decreto ne autorizzò la conversione in museo per mostrare agli alleati europei quanto fosse netta la rottura con il passato.

Lo status laico della struttura ha iniziato a diventare fonte di insofferenza per una parte dell’opinione pubblica e del mondo politico nell’ultimo decennio, in concomitanza con la progressiva re-islamizzazione della società portata avanti dall’Akp. Gli eventi ed i segnali che hanno preceduto la storica decisione di Erdogan sono stati molteplici: dal 2013 ai muezzin è consentito cantare internamente il richiamo alla preghiera (adhān) dai minareti dell’edificio per due volte al giorno, il 1 luglio 2016 è stato consentito l’utilizzo dei minareti per cantare il primo adhān rivolto all’intera città in occasione della notte del destino (Laylat al-Qadr), per la prima volta in 85 anni, mentre il 13 maggio ed il 21 giugno 2017 hanno avuto luogo, rispettivamente, una grande manifestazione dell’Anatolia Youth Association dinanzi l’edificio per chiederne il ritorno a moschea e la recita del Corano al suo interno in diretta televisiva, su Trt, sempre in occasione della notte del destino.

Erdogan ha saputo cavalcare l’onda del nazionalismo islamico che sta travolgendo la società turca, da lui stesso alimentata (ma non creata), e negli ultimi tre anni ha rotto diversi tabù, mostrandosi favorevole ad accogliere le richieste di popolo e politica. Il 31 marzo 2018, il presidente turco ha recitato alcuni versetti coranici all’interno dell’ex cattedrale, dedicando le sue preghiere “alle anime di tutti coloro che ci hanno lasciato questo lavoro come eredità, specialmente il conquistatore di Istanbul”.

Il 27 marzo dell’anno successivo viene dato l’annuncio storico da Erdogan in persona: Santa Sofia sarebbe stata riconvertita in moschea. La proposta del presidente turco, però, aveva ricevuto un primo ed importante stop dall’Unesco: essendo la struttura in questione un patrimonio dell’umanità ed essendo la Turchia parte contraente della convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, qualsiasi proposta di modifica avrebbe dovuto prima essere sottoposta all’attenzione dell’ente e ricevere da questi l’approvazione.

Lo stop dell’Unesco sembrava aver fatto cadere il progetto nel dimenticatoio, ma il 2020 ha dimostrato quanto fosse vivo il sogno di ri-trasformare Santa Sofia nella moschea di un impero rinato. Prima che Erdogan ordinasse all’Akp di pensare ad un piano d’azione, il 29 maggio, durante le celebrazioni in grande stile per il 567esimo anniversario della cattura di Costantinopoli, l’ex cattedrale era stata scelta per una recita speciale del Corano, sullo sfondo di uno spettacolo pirotecnico che aveva illuminato la notte di Istanbul ed il cuore di milioni di turchi, anticipando la storica decisione.

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