Ciò che è avvenuto nella notte tra i 15 ed il 16 luglio nelle principali città della Turchia, al di là del fatto che si possa pensare o meno che si tratti di un’azione orchestrate direttamente da chi siede nelle stanze dei bottoni, deve far riflettere principalmente sulla tenuta di Erdogan alla guida di un Paese grande e complicato come la Turchia. Si possono manifestare opinioni contrastanti ma egualmente accettabili circa il futuro del Sultano, vista la stranissima dinamica con cui la situazione è andata svolgendosi nelle poche ore in cui alcune frange dell’esercito turco hanno dapprima preso possesso delle sedi dell’AKP, il partito di governo, della tv CNN Turk e dell’agenzia di stampa Dogan, per poi uscire mesti dai carrarmati e linciati dalla polizia, rimasta fedele al regime.Per approfondire: Perché è fallito il golpe in TurchiaViene da pensare quale santo in paradiso abbia accompagnato il provvisoriamente deposto presidente, non arrestato e andato via FaceTime in diretta tv. O se, più plausibilmente, qualcosa di più profondo è stato covato nei mesi, e che attende solo di schiudersi definitivamente in una disfatta completa di un Paese che più volte ha varcato il fragile limite della repressione e della guerra civile.Alcuni già da tempo hanno iniziato a sospettare che il regime del Sultano avesse fatto storcere il naso a qualche piano alto dell’esercito turco che, visto l’atteggiamento tracotante del capo dello stato tra questione curda, affari con Daesh e intervento in Iraq, ha probabilmente iniziato a pianificare un ammutinamento e di anarchia rispetto agli stati maggiori della politica centrale. Un episodio che ha fatto molto discutere e che sicuramente ha messo in imbarazzo i vertici della politica di Ankara è stato l’abbattimento del caccia russo Su-24 del novembre dello scorso anno, per il quale solo molti mesi dopo il Cremlino ha ricevuto le scuse ufficiali da parte di Erdogan. A proposito di tale episodio, vari giornalisti sia russi che turchi si erano spesi sull’accaduto sostenendo che i militari turchi non fossero a conoscenza del fatto che il velivolo in questione fosse russo, e che in tal caso non sarebbe stato colpito. In un articolo del 4 aprile 2016 pubblicato sulla gazzetta Sozcu, si parla di un coinvolgimento dei piani bassi dell’esercito, per cui pare che il pilota alla guida dell’F-16 che ha sparato al velivolo russo fosse un seguace di Fettullah Gulen, ex alleato di Erdogan, ora acerrimo nemico e ora predicatore di una setta religiosa da lui fondata con sede in Pennsylvania, il Movimento Hizmet. Il coinvolgimento del “santone” turco pare trovare conferma nei buoni rapporti tra lui e l’ex Stato Maggiore delle forze terrestri turche, Nedcet Ozel, destituito dall’incarico lo scorso 18 agosto e volenteroso di intraprendere un’azione militare contro la Russia, cosa che trovava parere negativo sia presso il presidente turco che presso la Nato.

Ecco dunque la ragione per cui anche buona parte dei capi di stato europei e le alte sfere statunitensi si sono schierate dalla parte del Sultano, difendendo l’esito delle elezioni democratiche con il quale egli può rivendicare il suo mandato. Anche i rappresentanti dei partiti all’opposizione hanno espresso solidarietà al leader dell’AKP, il che fa pensare ulteriormente al fatto che qualcuno di esterno alla faccenda stia cercando di lanciare dei segnali. Sebbene Gulen abbia smentito qualunque coinvolgimento, anzi, abbia condannato con un comunicato ufficiale lo sventato coup d’état, la situazione ad Ankara resta sospesa e dubbiosa, forse si saprà di più nelle prossime ore. La ragione di fondo, come dimostrato, è che probabilmente già da tempo l’attrito tra Erdogan e le forze armate turche prosegue sottotraccia; oggi vediamo che qualche nervo inizia a scoprirsi, sintomo probabilmente di una diffusione a macchia d’olio del disagio sociale turco che, oramai, va ad intaccare anche l’esercito.

Nel campo comunista di Goli Otok
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