Recep Tayyip Erdogan è al timone della Turchia dal 2002. E in tutti questi anni ha abituato il mondo alla sua retorica e al suo atteggiamento mediatico. In alcuni periodi il presidente turco appare più in disparte, specie quando sembra avere più sotto controllo la situazione a livello interno e nei rapporti internazionali. Quando invece ha da rivendicare alcune mosse o difendere posizioni poco difendibili, il leader turco non ha mai esitato ad attaccare anche in modo brusco, con toni mediatici spesso molto aspri. In questo periodo, caratterizzato dalle sue mosse sia in Siria che nel Mediterraneo (non certo ben viste da tutti), Erdogan sta tirando fuori la sua retorica da “attacco”, quasi da “tutti contro tutti”, provando a compattare nella sua stessa direzione l’opinione pubblica dei Paesi musulmani. Ed è in questi momenti, caratterizzati soprattutto da moti neo-ottomani e panislamici, che dal presidente turco è possibile aspettarsi tutto il solito copione.

L’affondo contro l’occidente ed Israele

Nella giornata di lunedì, Erdogan è intervenuto in un vertice dell’Organizzazione della Cooperazione islamica ad Istanbul. Una vetrina ideale per sfoderare il suo classico gergo da attacco e chiamare a raccolta, sotto l’ala protettiva turca, l’intero mondo musulmano. Dalla metropoli sul Bosforo, Erdogan ha lanciato gravi invettive contro l’occidente. La prima ha riguardato la Francia e, in particolare, il presidente Macron: “A Parigi sono comparsi i gilet gialli. Avanti, trova una soluzione, falli smettere, vediamo. Perché non riesci a fermarli?” ha dichiarato Erdogan. Una vera e propria provocazione, volta a dimostrare come l’occidente critica molto i Paesi islamici per la brutalità dei suoi regimi, senza che però faccia nulla per risolvere i propri problemi.

L’affondo più netto è invece contro Israele e le protezioni occidentali date allo Stato ebraico: “Quando protestiamo contro l’oppressione a Gerusalemme e in Palestina – ha affermato Erdogan – la maggior parte delle volte ci sentiamo soli”. Quasi a rivendicare, in un certo senso, che solo Ankara per adesso difende la causa palestinese. Un modo, ancora una volta, per convincere l’opinione pubblica musulmana di essere soltanto lui l’ultimo garante rimasto dei popoli islamici.

“L’imperialismo ci vuole divisi”

Dopo gli attacchi all’occidente, le dichiarazioni di Erdogan virano nella retorica anti imperialista che il presidente turco riesuma quando più ne ha bisogno. Ed in questa fase, come detto, il “sultano” ha estrema necessità di giustificare le sue mosse perpetuate tanto in Siria, dove ha bombardato i curdi, quanto nel Mediterraneo. Qui l’accordo con il governo libico di Al Sarraj potrebbe rischiare di ledere gli equilibri del mare nostrum, con Egitto ed Israele (per l’appunto) sul piede di guerra. Infatti, le intese tra Ankara e Tripoli ridisegnerebbero la mappa dei confini marittimi, tagliando fuori i Paesi del Mediterraneo sud orientale. Erdogan ha dato a questo accordo una giustificazione di chiaro stampo nazionalista, dichiarando alla tv di Stato Trt che l’intesa con Al Sarraj è “contro chi vorrebbe la Turchia confinata nel golfo di Antalya”.

Ad Istanbul, durante il sopra citato forum dell’organizzazione della Cooperazione islamica, Erdogan ha invece rivendicato il suo diritto a stringere accordi con altri Paesi dell’area in ottica anti imperialista: “L’imperialismo prosegue il suo cammino con un’ideologia che consiste nel dividere, smembrare e assorbire i Paesi”, ha dichiarato il presidente turco. Il quale poi, ha detto la sua sull’attuale condizione dei Paesi a maggioranza islamica: “I Paesi musulmani – si legge nella trascrizione del suo discorso – chiusi in se stessi per varie ragioni, disperdono inutilmente i propri mezzi e le proprie energie. Purtroppo i musulmani, che rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale, non riescono a conseguire uno sviluppo politico, economico, sociale e culturale proporzionale alle loro forze”. Tutto questo perché, secondo Erdogan, l’imperialismo occidentale contro cui promette di combattere ha sempre fatto di tutto per dividere i musulmani.

E così, nel suo disegno, dovrebbe essere la sua Turchia a porsi come capofila per una riscossa islamica. Un discorso che ben si incastra con l’ideologia dell’Akp, il partito da lui fondato nel 2001, a sua volta figlio delle idee dei Fratelli Musulmani. Quello che può apparire come semplice provocazione, è in realtà ben incastonato nella visione del mondo musulmano propagandata da Erdogan. Una visione che oggi più che mai il sultano vorrebbe sempre più porre all’attenzione.