Volti sorridenti, strette di mano a favore di fotografi e toni riconcilianti: non a caso, dopo l’incontro di mercoledì a Washington, c’è chi parla di “prove di pace” tra Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan dopo le tensioni delle scorse settimane relative soprattutto all’incursione turca nel nord della Siria. Il presidente americano si è detto “grande estimatore” del suo omologo turco, quest’ultimo nella conferenza stampa finale ha provato a dissipare le nubi lungo l’asse tra Washington ed Ankara.

Ma le ambiguità permangono

Un’atmosfera, quella registrata all’interno dello Studio ovale dinnanzi ai giornalisti, del tutto differente da quella che si respirava invece alla vigilia. Usa e Turchia non stanno vivendo nell’ultimo anno il miglior periodo delle loro relazioni. Ankara, specialmente dopo il fallito golpe del 2016, ha guardato sempre più verso la Russia e questo ha innescato una serie di tensioni certamente non secondarie. A partire da quelle inerenti le forniture militari: Erdogan, da presidente di un paese membro della Nato, ha acquistato gli S-400 russi e questo non è stato ben digerito dagli americani. Inoltre, proprio nei giorni scorsi il congresso Usa ha votato una mozione che ha riconosciuto come genocidio operato dai turchi quanto avvenuto contro la popolazione armena durante la prima guerra mondiale. Con il capo di Stato turco che più volte ha fatto capire di non averla presa bene.

I due presidenti però hanno chiarito di voler guardare avanti. Donald Trump a più riprese ha affermato di “capire i problemi della Turchia”, Erdogan invece ha dichiarato ai giornalisti di essere disposto in futuro ad acquistare i sistemi difensivi americani “Patriot“: “Possiamo farlo in futuro in circostanze adeguate”, ha affermato il presidente turco. E questo è bastato per far dire a Trump che l’acquisto degli S-400 da parte di Ankara costituisce sì un problema, ma nel momento opportuno “la questione si potrà risolvere”. Avanti assieme dunque, con dichiarazioni volte a rinnovare l’alleanza tra i due paesi e l’amicizia tra i due presidenti. Tuttavia, è impossibile negare divergenze ancora ben esistenti ed ambiguità ben lungi dall’essere superate. L’asse tra Washington ed Ankara si sta reggendo al momento su un filo molto delicato.

La stoccata di Erdogan contro l’Ue

Il nodo principale di queste settimane tra Usa e Turchia è costituito senza dubbio dal dossier siriano. L’incontro di mercoledì, programmato tre settimane prima, è stato voluto dalle parti proprio in relazione all’escalation in Siria avviata dall’intervento di Ankara contro i curdi. E su questo fronte Trump ha espresso ottimismo, visto che “la tregua regge” e la tensione sembrerebbe diminuita. Ma soprattutto, al di là dei termini espressi in politichese, il ruolo della Turchia per Trump è fondamentale in questo momento in medio oriente. Il tycoon newyorkese, sempre più propenso ad un graduale disimpegno dalla regione, sa bene che il consolidamento della tregua nel nord della Siria, raggiunta soprattutto dopo i colloqui tra Erdogan e Putin, è importante per giustificare la sua mossa di far indietreggiare le truppe americane dalle province curde.

Dunque il presidente Usa per tal motivo ha tenuto a specificare di aver compreso le ragioni di Ankara e del suo intervento nel nord della Siria. Ed Erdogan, dal canto suo, ha usato il palcoscenico di Washington per tornare a lanciare una stoccata all’Unione europea, mossa che ha avuto l’istantaneo appoggio di Trump. Secondo il presidente turco, il vecchio continente deve aiutarlo maggiormente a gestire la crisi dei profughi siriani: “Ho speso 40 miliardi per accogliere i migranti dalla Siria”, ha dichiarato Erdogan. In poche parole, il “sultano” è tornato a battere cassa. L’Ue dal 2016 dà alla Turchia 3 miliardi all’anno per mantenere i siriani nel suo territorio, per il presidente turco sono sempre troppo pochi. E Trump gli ha dato ragione: “È vero – ha affermato il tycoon – L’Unione europea dovrebbe aiutare di più la Turchia”.

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