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Erdogan ha deciso da tempo di strutturare la sua Turchia come uno Stato emergente, sia a livello politico che economico, ma ancorato ai rigidi dettami dell’islam conservatore. Un cambiamento di linea politica rispetto ai primi anni di governo che ha segnato una vera e propria rivoluzione nella laica Turchia, storicamente legata, almeno nelle classi dirigenti, al kemalismo alla matrice nazionalista. Nel fare questo, Erdogan non vuole cambiare soltanto la società turca, ma il vero obiettivo, molto più importante, è quello di cambiare la percezione della Turchia da parte del mondo musulmano. Se, infatti, l’idea essenziale che guida la Turchia del Sultano, è quella di un neo-ottomanesimo 2.0, in cui la Turchia deve avere un ruolo di leadership all’interno del Medio Oriente e dei Paesi dove regnava l’Impero Ottomano regnava (anche nei Balcani), di conseguenza, per Erdogan è necessario costruire l’immagine di un Paese che difenda chi vive sotto quel potenziale impero. E chi lo vive è, in larghissima parte, di fede islamica.

Il segnale di questa campagna di penetrazione del mondo musulmano e di volontà di ergersi a guida dell’islam mediorientale ed europeo, era già stata chiara ai tempi delle elezioni olandesi e del referendum costituzionale in Turchia. Per mesi, Erdogan ha parlato apertamente ai musulmani (non solo turchi) presenti in Europa, ed ha molte volte additato l’Europa come continente che ha in odio la Turchia in quanto di fede non cristiana. Ed anche sulla questione dell’eccidio di Srebrenica, i suoi messaggi rivolti all’islam balcanico contro l’Europa erano inseriti in questo contesto di desiderio di presentarsi come leader prima di tutto musulmano, e poi anche di uno dei Paesi a maggioranza musulmana, in particolare quello che ha rappresentato uno degli esempi della storia di una comunità islamica transnazionale, unita sotto la Sublime porta.

Da un punto di vista geopolitico, il fine di tutto ciò è abbastanza evidente, così come sono molto chiare le azioni che Erdogan sta definendo per concretizzare questa sua idea di Turchia. La guerra in Siria e il sostegno all’opposizione siriana legata ai Fratelli Musulmani, avevano come scopo quello di destabilizzare un potenziale rivale, ottenendo il supporto di una fetta della popolazione siriana in caso di vittoria dei ribelli. Pur avendo perso questa scommessa, la partecipazione della Turchia ai negoziati di Astana dimostra quanto sia importante il ruolo di Ankara nella fine del conflitto siriano. Anche il sostegno al Qatar, e il ruolo di mediatore nella crisi con l’Arabia Saudita rappresentano segnali chiari del desiderio di Erdogan di dimostrarsi leader di un blocco mediorientale più che di un solo Stato. Le stesse relazioni con l’Iran, mai eccessivamente negative, e nel tempo migliorate anche per motivi economici, mostrano questo lato di Erdogan nell’inserirsi nel contesto mediorientale come un leader capace di unire più che di dividere. Un concetto per esempio molto distante dall’ideologia che regna nell’altro competitor dell’Arabia Saudita.

Il “terzo incomodo” di questo complesso gioco neo-ottomano di Recep Erdogan è Israele. Lo Stato ebraico rappresenta un limite invalicabile che Erdogan sa di non poter in questo momento scalfire in alcun modo. La forza dell’esercito israeliano, il potere economico di Israele e l’appartenenza della Turchia alla NATO sono tutti elementi che comprimono l’espansionismo turco nell’area d’influenza israeliana. Ma la sfida non sempre si gioca su terreni chiari, e c’è un terreno, ancora inesplorato per certi versi, in cui Erdogan sembra volersi assicurare uno spazio di movimento: la questione palestinese. Dopo i fatti di Gerusalemme conseguenti alla chiusura della moschea di Al Aqsa, il presidente turco ha condannato duramente Israele. “Come presidente di turno dell’organizzazione per la cooperazione islamica chiedo l’immediata fine del blocco posto alla moschea di Al Aqsa e chiedo un intervento della comunità internazionale”, ha dichiarato il presidente turco, bollando come “inaccettabili” le misure di sicurezza imposte dalle autorità israeliane all’ingresso dell’area della Moschea, ed ha parlato apertamente di “un’invasione di Gerusalemme est che va avanti dal 1967”. Discorsi non troppo distanti da quelli resi nell’incontro con Rami Hamdallah ad Ankara, quando disse che “come comunità musulmana, abbiamo l’obbligo di visitare Al-Aqsa più spesso e che ogni giorno dell’occupazione israeliana di Gerusalemme rappresenta per noi un insulto.”

Queste parole non sono casuali. Perché Erdogan, pur con tutti i suoi difetti, non è persona che parla senza sapere cosa dice, né senza comprendere le conseguenze di ciò che dice. Il presidente turco sa benissimo che, così facendo, si apre un varco nel cuore dell’islam, che vede come una ferita aperta la questione palestinese. L’idea di Erdogan è che, avendo ormai spostato l’asse geopolitico dall’Occidente all’Oriente, e quindi sposato una visione mediorientale della Turchia, lo strumento più efficace per giungere a un riconoscimento di Ankara nell’area di riferimento è quello della leadership del mondo islamico. I fatti di Gerusalemme sono quindi un utilissimo pretesto per imporsi agli occhi della comunità islamica come leader anche degli appartenenti alla fede, a prescindere dall’appartenenza nazionale, che è un concetto molto labile in vasti settori dell’islam politico. Per ricostruire l’idea di un Impero Ottomano, il Sultano non può prescindere dalla fede come architrave della ricostruzione di una sua sfera d’influenza: dai Balcani fino al Corno d’Africa.

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