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Erdogan urla da settimane il proprio sdegno nei confronti della scelta di Trump di spostare l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Poche ore dopo l’annuncio del leader statunitense, il presidente turco aveva già contattato buona parte dei capi di Stato e di governo della maggior parte dei Paesi islamici per riunirli tutti a Istanbul, e dal pulpito della riunione dell’organizzazione dei paesi islamici, il raìs non ha risparmiato attacchi pesantissimi nei confronti di Trump e di Israele. Il presidente turco si è detto pronto a rompere con lo Stato israeliano, definendolo “terrorista” e “invasore” e ha più volte tuonato contro il governo quale torturatore e assassino di bambini. In poche settimane, Recep Tayyip Erdogan si è trasformato, di nuovo dopo sette anni, nel “re di Gaza”. Il “titolo” lo ottenne nel 2010 dopo che le forze israeliane attaccarono la nave Mavi Marmara uccidendo una decina di cittadini turchi. L’attacco delle forze di sicurezza israeliane alla Mavi Marmara della Freedom Flotilla, che trasportava calcestruzzo e aiuti umanitari diretti verso Gaza (e che stavano per rompere il blocco navale imposto sulla Striscia da Israele), causò non soltanto la morte di dieci attivisti turchi, ma anche uno dei più gravi incidenti diplomatici tra Turchia e Israele. Il governo di Ankara, per bocca dell’allora primo ministro Erdogan, definì l’azione israeliana “terrorismo di Stato” e i due Paesi ruppero le relazioni.

Passati sette anni, si ripete lo scontro fra Ankara e Tel Aviv, con Erdogan che grida contro Israele e guida il risentimento dei musulmani nei confronti di Israele e a favore della causa palestinese. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è l’annuncio del presidente turco di aprire un’ambasciata presso lo Stato di Palestina Gerusalemme Est. Tuttavia, sbaglia chi crede che le parole di Erdogan rivelino un grande scontro fra Israele e Turchia. Perché in realtà, proprio sotto la guida del “sultano”, i rapporti economici fra i due Paesi sono stati tutt’altro che negativi. Anzi, nel quindicennio di Erdogan tra premierato e presidenza, il volume commerciale fra Turchia e Israele, come riporta Agi, è notevolmente aumentato. “Pecunia non olet” si direbbe in questi casi. E in effetti, sembra che al netto delle parole, sia israeliani che turchi sappiano perfettamente che essere partner commerciali vale molto più dello scontro sulla Palestina, a dimostrazione che la questione palestinese serva più a Erdogan come trampolino per la leadership mediorientale che come arma contro Israele.

Secondo i dati riportati, il ministero dell’Economia turco ha reso noto che nei primi otto mesi del 2017 il volume di affari tra aziende turche e israeliane ha raggiunto i 3,2 miliardi di dollari, con un aumento del 14% rispetto allo stesso periodo del 2016. E, del resto, è difficile credere che una potenza mediorientale in espansione come quella turca, con un tasso di crescita e di produzione industriale in netto aumento, possa rinunciare a un mercato unico nel panorama mediorientale quale quello israeliano. E stessa cosa può dirsi per le aziende israeliane, che evidentemente, a livello regionale, soprattutto a causa dell’ostilità con l’Iran, possono ambire quale mercato di livello superiore soltanto alla Turchia. Un trend in crescita che sarà interessante capire se sarà riconfermato anche successivamente a questa grave crisi diplomatica. Viste le ultime dichiarazioni, anche da parte israeliana, non sembra che le questioni politiche su Gerusalemme incideranno troppo sugli scambi commerciali e sui progetti economici condivisi dai due Stati. A confermarlo, è stato lo stesso ministro dell’Energia di Israele, Yisrael Katz, il quale ha detto, in un’intervista al quotidiano saudita Ilaf, che gli attacchi di Erdogan non avrebbero avuto ripercussioni negative sugli accordi economici ed energetici tra Ankara e Tel Aviv. E le conferme, in questo senso, arrivano anche da Ankara, dove non è un mistero che la questione del gas del Mediterraneo orientale sia un tema particolarmente importante, a tal punto da mettere in secondo piano anche la causa palestinese. Far diventare il proprio Paese un hub del gas, in collaborazione con Cipro, Israele e Grecia, per Erdogan vale certamente più di essere definito “re di Gaza”. Con buona pace della questione israelopalestinese.